Take That : III – La recensione

Take-That-III-Three-3-album-cover*Fan advisory* : questa recensione contiene critiche ai Take That…

Di Elena Giosmin

Ed ecco che rimasero in tre, o meglio III. Neil McCormick sul Telegraph ha ironicamente sottolineato che “i Take That perdono membri della band con l’allarmante frequenza di un giallo di Agatha Christie”.

In effetti, dopo la provvisoria reunion del 2010 con Robbie Williams e l’ottimo Progress, le cose sono cambiate: Williams è ri-scomparso per la sua carriera solista e una prole in continuo ed allarmante aumento e Jason Orange ha abbandonato, pochi mesi fa, per un mai confessato terrore da palcoscenico, che lo ha da sempre accompagnato e che non è più disposto a combattere.
Chi resta? I due song-writer Barlow-Owen e il corista/dj figo Donald.

Il risultato è pop allo stato puro, divertito e divertente, sporcato qua e là da tentativi indie e folk.
Con Stuart Price, Greg Kurstin e John Thanks (produttori di Madonna, Ellie Goulding, Lily Allen e Bon Jovi, fra i tanti) a tirare i fili, la man-band si prefigge il compito di restare sulla breccia, anche se ormai le primavere non sono poche e i capelli bianchi crescono numerosi.
Ma, e qui parlo da super fan, i signori sono come il buon vino e non perdono fascino, anzi.

E veniamo alla musica.

Il singolo di lancio These Days è chiaramente un manifesto di intenti: sound freschi con strizzatine d’occhio al pop anni ’80/’90, cori potenti, ritmica coinvolgente, ritornello che si pianta in testa. Accompagnato da un video decisamente ironico, al momento è al n.1 delle charts Britanniche.

Let in the sun fa il verso ad Avicii e alla scena EDM attuale (persino i Coldplay hanno ceduto, perché non i Take That?).

If you want it, Higher and higher e Get ready for it sono perfetti brani da concerto, folle impazzite e stadio gremito di ululanti ultra trentenni (tra cui potreste trovarmi).

I love it è la più simile dei nuovi pezzi all’elettronica di Progress e anche il testo è sufficientemente sfacciato e ammiccante (“everybody’s looking for/ someone that they can adore/give them what they came here for/always leave them wanting more”), con un lieve gusto retrò anni ’70 nel sound.

Portrait, Flaws e Freeze si inseriscono invece in un ambito più intimista alla Keane, con un Gary Barlow solista nelle prime due e l’alternarsi delle tre voci nell’ultima, molto piacevole.

Lovelife, Into the wild e Believe sono affidate alla penna e voce di Mark Owen, da sempre il più problematico e complesso del gruppo. Meno pop e più indie, cantato più “sporco”, ma decisamente efficace.

Unica nota veramente stridente, la deboluccia Give you my love, cantata da Howard Donald. Sembra uscita da un disco di Gloria Estefan del ’93…poco convincente in ogni aspetto.

In generale si tratta di un disco piacevole all’ascolto, senza i guizzi creativi di Progress, che aveva spiazzato ma affascinato i fan (mi spiace ammetterlo, essendo una “Barlowista” da sempre, ma in effetti Robbie Williams aveva buona parte del merito), ma con molte buone cose. Tanto mancavano i caldi toni di Gary in Progress, quanto qui si torna alle origini con una prevalenza preponderante.

Sembra un lavoro pensato già come un eventuale live: forse sarebbe bello sentire i Take That propendere all’innovazione, scegliere di suddividersi la responsabilità vocale, lasciare Barlow ai mixer (che aveva egregiamente gestito nel cd precedente) e non crogiolarsi nei vecchi sistemi collaudati.