The Zen Circus: meglio rompere i coglioni e seminare dubbi – l’intervista

ZenCircus_Magliocchetti_hires003Domani esce il nuovo disco degli Zen Circus, La Terza Guerra Mondiale, e per l’occasione abbiamo fatto quattro chiacchiere con Ufo, storico bassista della band.

 

 

di Eleonora Montesanti

 

Iniziamo da una domanda semplice. Chi sono gli Zen Circus? E quando avete capito che la musica sarebbe diventata il vostro lavoro, la vostra vita?
È una festa disperata ed esilarante che va avanti da 16 anni, fra strumenti rotti, denti rotti, città paesi paesini, risate e lacrimoni nostri e del pubblico.
Personalmente ho avuto la sensazione di  star cominciando a fare sul serio dopo un concerto in un pub in provincia di Pisa. Avevo cominciato a suonare con gli Zen da poche settimane, e tenemmo il palco in modo molto soddisfacente… Nonostante fossimo in un localino abbastanza sfigato, di quelli tutti partita sul megaschermo e shottini per intenderci, avemmo un riscontro di pubblico inaspettato, e anche il proprietario si gasò tantissimo, cosa inusuale.

La terza guerra mondiale, il vostro nuovo disco, è una sorta di richiamo alla guerra, all’azione, per risvegliarci dall’apatia e riscoprire un senso di umana collettività che ormai non ci appartiene. Il vero nemico è l’individualismo? E con che armi può essere combattuto?
Diciamo che il nemico è ANCHE l’individualismo, ma la deriva dal sapore vagamente anni ’30 che stiamo vivendo è composta da molti fattori che sarebbe lungo elencare. Ricette non ne abbiamo e non intendiamo darle, diciamo però che un po’ più di empatia e curiosità non guasterebbero, ci vorrebbe, citando Shakespeare, che l’uomo bevesse “il latte dell’umana compassione”.

Il vostro disco è uno spaccato sociale molto lucido e con una visione in bilico tra realismo e cinismo in cui è molto facile riflettersi. L’ultima traccia, però, si intitola Andrà tutto bene. E’ un significato di circostanza in cui la musica spesso ci fa rifugiare. E’ un concetto che vi infastidisce? O in fondo ci credete anche voi?
È una delle nostre (tante) affermazioni paradossali. Semplicemente ci sono già così tanti musicisti che veicolano messaggi di positività e speranza che riteniamo inutile accodarci a questa comoda parata. Meglio rompere i coglioni e seminare dubbi, ci viene più naturale.

Tra il 1998 e il 2016 avete pubblicato nove dischi. Il vostro esordio è stato in lingua inglese, poi, dal 2009 con Andate tutti affanculo avete iniziato a proporre canzoni in italiano. Da cosa è nata quest’urgenza comunicativa, ossia quella di usare la musica per comunicare la vostra realtà?
Se posso puntualizzare, c’è stata in realtà una transizione per gradi…già “Vita e Opinioni…” conteneva pezzi in italiano, così come “Villa inferno”. A un certo punto si è virato verso la lingua madre, forse perché avevamo finalmente fatto pace con una repulsione preconcetta dovuta agli ascolti di gioventù. O forse perché tutti dicevano: “ma un disco in italiano non lo fate?” e gli abbiamo risposto con quel titolo!

Nel 2008 è uscito Villa Inferno, un bellissimo disco che vede la collaborazione di Brian Ritchie (Violent Femmes). Raccontateci di quest’incontro e di come è stato lavorare con lui.
Quando raccontiamo la storia del nostro incontro con Brian molta gente non ci crede… Dovevamo suonare come apertura per il loro show di Bologna, e potete immaginare come fosse eccitante per noi l’idea di farsi (magari) notare dai nostri idoli.
Per vari motivi abbiamo suonato molto presto, mentre i Violent Femmes erano ancora in hotel, con conseguente botta di tristezza immane per l’occasione mancata… Mentre caricavamo gli strumenti nel furgone, arriva nel piazzale il loro van. Beh, scende Brian, ci viene incontro e fa: “fighi gli Zen Circus, ma quando lo fate il prossimo album?”
Viene fuori, con nostro sommo stupore, che una copia del nostro disco precedente gli era stata consegnata a Dublino dai nostri amici Criminal Joker (sì, quelli di Motta) e che gli aveva fatto una bella impressione.
Di lì a lavorare insieme è venuto tutto molto da sé, e tutto quello che ci ha dato questa esperienza, non ultimo la possibilità di lavorare con membri dei Talking Heads e dei Pixies, è una cosa enorme.
Ci vorrebbe un’intervista apposita!
Proprio perché avete una carriera già così longeva, vi riconoscete ancora in tutti i vostri pezzi? Se così non fosse, li suonate o suonereste lo stesso?
Indubbiamente. Certo, a distanza di un tot tempo uno può dire riguardo a un pezzo “questa l’avrei fatta diversamente” oppure “senti che sound inappropriato”, ma di certo non disconosciamo nulla! Ogni album cristallizza un momento specifico della band, è giusto e doveroso che sia così.
Siete un gruppo che ha suonato parecchio sia all’estero (iniziando dall’avventura olandese di un giovane Appino one man band, passando per i successivi tour europei e l’Australia insieme a Nick Cave) sia, naturalmente, in Italia. Quali sono le differenze più lampanti?
Eeh, domanda intrigante…ti rispondo in ordine sparso.
– All’estero se la tirano  meno TUTTI, in generale.
– In un certo senso gli artisti stranieri in Italia ci vengono stravolentieri, gli danno cibo migliore e hotel di rango, cosa NON automatica nei paesi di origine.
– In Australia ai festival ci vanno le famiglie a fare pic nic, ed è cosa buona e giusta.
– A Macerata (esempio a caso) ci sono locali più puliti e organizzati di molti club “indie” di Londra, e chi non ci crede è liberissimo di farlo.
– Se facessero lo Sziget in Italia ci scapperebbe il morto.
– Noi abbiamo il bidet, loro no.
Pisa merda. Quante volte ve lo siete sentito urlare ai vostri concerti, così tante da farci una canzone sulla condizione di chi cresce in una città provinciale. In che senso la provincia crea dipendenza? 
Eh eh, c’è un doppio senso implicito, vieni a fare un giro nei vicoletti di Pisa e poi ne riparliamo.
C’è una domanda che voglio farvi da un sacco di tempo, c’è una vostra canzone che inizia con queste parole: vivere male, vivere tutti per Nostro Signore dei compromessi. Quanto questa frase riguarda, secondo voi, il mondo della musica in Italia oggi?
Ora come ora TUTTA l’italia se la passa così, cosa vuoi che siano i “problemi” della “scena” musicale a confronto?
Si naviga a vista in ogni campo, e i compromessi (rigorosamente al ribasso) si sprecano.
Se vi dico futuro, voi cosa mi rispondete? 
Lo vedo come nel film “The Rover” di David Michôd.
Guardatelo e saprete.