The Unsense: la musica è la nostra Pandora – intervista

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In occasione dell’uscita del video di Pandora, nuovo singolo estratto da Betelgeuse, abbiamo fatto una chiacchierata coi The Unsense, una delle band più interessanti in circolazione, tra rock e new wave. Insieme a Samuele Zarantonello – voce e penna del gruppo – abbiamo parlato di mitologia, provincia, visualità della musica e poeti maledetti.

 

 

di Eleonora Montesanti

Iniziamo da Pandora, l’ultimo singolo di Betelgeuse, accompagnato da un video strepitoso che rappresenta una rivisitazione simbolica del mito di Pandora. Classicismo e musica, mitologia e rock’n’roll. Cosa scaturisce, per voi, da questo legame?

La musica da sempre si accompagna alla letteratura e al teatro, unire il rock ai miti classici non è altro che un modo di comunicare e ricordare. Il mito di Pandora si collega molto bene alla crescita di ogni individuo… Prima ogni cosa appare per quello che è, poi si mescola con la vita, la vita su questo pianeta, i suoi antri oscuri e le sue follie. Necessario è accettare prima il distacco dalla nascita e poi accettare che un giorno dovremo morire. La mitologia appare molto ferrata in questi temi.

Nel video ci sono dei personaggi che interpretano la parte del vizio, della gelosia, della malattia, della pazzia e della vecchiaia. Il ruolo di Pandora, nei confronti di questi personaggi, è quello di provare a prendersene carico, per migliorare il mondo. E allora mi è venuta in mente una cosa. E se fosse ci fosse la musica, al posto di Pandora?

Ti è venuto in mente qualcosa di molto bello. La musica è già questo… cosa è la musica se non un collegamento con tutto l’universo? La musica è vibrazione. La musica spesso si prende carico dei nostri lati più profondi e fragili e li innalza. Trasforma il dolore in perla.

Oltre al meraviglioso video di Pandora c’è anche quello di Anemone Scarlatta, uscito qualche mese fa e selezionato tra i venti finalisti del Southeastern International Film Festival 2016, che si terrà in Tennessee. E’ evidente che, per voi, la dimensione visuale è importantissima. Qual è il legame tra musica e immagine?

Il Regista dei nostri video, Andrea De Taddeo, è il nostro batterista e questo ci da modo di approfondire molto la dimensione visuale. Noi da sempre desideriamo comprendere ed unire le diverse arti. Danza, musica, immagine. Anche il palco per noi è in senso stretto “palcoscenico”. Entra in gioco il rito, entra il corpo, i movimenti nello spazio, il buio e la luce, il suono e il silenzio.

Il concept che sta alla base di Betelgeuse, ridotto all’osso, potrebbe essere: “accettata la fine, è possibile vivere l’inizio”. Qual è stato il vostro punto di partenza nella creazione di questo disco?

La Fine. 🙂

Il linguaggio delle composizioni è articolato e ricercato, pieno di riferimenti particolari. Quali sono le ispirazioni culturali e letterarie che accompagnano il vostro modo di scrivere?

Sono cresciuto leggendo i poeti maledetti (William Blake, Arthur Rimbaud, Charles Baudelaire…) e quelli della Beat Generation, in particolare Fante e Kerouac. Questo in Betelgeuse è unito ad alcune idee riportate dal pensiero di G.I.Gourdjieff secondo cui per trovare se stessi bisogna prima diventare consapevoli del nostro programma interno “Siamo programmati e tu non lo accetterai” e ad alcune riflessioni di Carlos Castaneda secondo cui il Silenzio e il terreno di ogni dimensione magica “Questa è la notte in cui ho perso la mia realtà, volevo assaggiare il silenzio”.

Com’è, negli anni dieci, essere una band della provincia di Varese?

Credo molto diverso che esserlo negli anni zero. Però viviamo solo in questo momento e prima non so come poteva essere perché non ci vivevo… è bello, Varese è veramente piena di ottimi musicisti che stimiamo profondamente, ho assistito a concerti indimenticabili, ma alle volte sembra quasi di suonare in una dimensione parallela nascosta al resto mondo.

Col vostro disco, Betelgeuse, avete fatto una cosa che personalmente apprezzo tantissimo: lo avete messo a disposizione in free download. Vi va di raccontarci qual è la filosofia che sta dietro a questa scelta?

Più che di filosofia parlerei di necessità. È necessario che la musica circoli liberamente e senza vincoli. È lei che comanda… è lei che ha vinto e che non morirà mai, Noi invece ce ne andremo.

[n.d.r. -> il disco si può scaricare cliccando QUI]

Cosa c’è nel futuro più immediato dei The Unsense? E come vi vedete da qui a dieci anni?

Suonare sempre !!!

Ultima domanda, “facile facile”: i tre dischi della vita.

Vi dirò non i miei dischi preferiti, ma quelli che hanno rivoluzionato la mia vita.
Il primo fu The Doors dei Doors, avevo 12 anni e per me era incredibile ascoltare un pezzo come The End; ricordo ancora che con un mio caro amico la ascoltavamo ad occhi chiusi in camere con le persiane chiuse e il buio…per poi ritrovarci completamente a vagare in altri mondi.
Il secondo fu Unknown pleasures dei Joy Division, avevo 13 anni e ancora il metodo di assunzione era simile ai Doors, solo che qui la loro magnifica oscurità mi cullava e spaventava allo stesso tempo. Grandiosi. Finivo nel deserto. Tra vetri infranti e anfibi di cuoio.
Il terzo fu Kid A dei Radiohead, avevo 17 anni e non avevo mai sentito nulla di simile. “ogni cosa è nella sua giusta posizione” cantava Thom Yorke, e nulla è più vero.
Ma, come ben saprai, ne esistono infiniti altri e esistono tutti quelli che ancora non conosco.