Selton – il loro Loreto Paradiso: “siamo noi a costruire il paradiso attorno a noi” – l’intervista

Nuova immagine (16)Sarà perché sono nata su un’isola, sarà perché sono ottimista per natura, ma ogni volta che ascolto quei dischi che ti accendono la giornata di colori, gioia di vivere e buona musica, mi sento bene! Uno di questi dischi l’hanno da poco pubblicato i Selton, una di quelle band che non puoi classificare né per luogo di provenienza e neanche per sonorità, ma che sai per certo che ti porterà in vacanza ad ogni ascolto, sia live che su disco.

di Egle Taccia

Ho avuto la fortuna di scambiare quattro chiacchiere con loro, che hanno da poco portato il paradiso a Milano durante la presentazione del loro ultimo album “Loreto Paradiso”.

Brasile, Spagna, Italia e Inghilterra. Qual è il suono simbolo di ognuno di questi luoghi?

Credo che il suono simbolo del Brasile dentro il nostro disco sia più che altro sulla ritmica. Stiamo esplorando sempre di più ritmiche e sonorità tradizionali brasiliane rivisitate a modo nostro.

La caratteristica più forte della musica italiana che abbiamo assorbito in questi anni è proprio sui testi (quelli in italiano ovviamente). Avendo avuto questo contatto ravvicinato da subito con Enzo Jannacci quando eravamo appena arrivati, avere poi conosciuto e lavorato insieme a Dente, per noi sono state cose che ci hanno fatto veramente capire l’importanza delle parole all’interno dei pezzi.

L’Inghliterra è ormai dentro di noi. Per 2 anni abbiamo suonato per strada pezzi dei Beatles, e questo vuol dire almeno 4 giorni a settimana durante 5/6 ore di fila. Già li avevamo consumati da quando eravamo ragazzini, ma quei 2 anni a Barcellona sono serviti proprio come laboratorio per interiorizzare ancora di più il nostro bagaglio British, dalla scrittura all’irriverenza.selton dente

Con questo nuovo album volete dirci che anche a Milano si può trovare il paradiso?

L’idea del titolo è proprio questa. Quello che volevamo comunicare con questo disco è che siamo noi a costruire il paradiso attorno a noi. È inutile stare lì a lamentarsi o a pensare che se vivessimo a Berlino o New York saremmo persone più felici. Sta a noi, dobbiamo accettare il posto dove siamo ed essere forti abbastanza per trasformarlo.

Qual è il brano che rappresenta di più la vostra essenza?

È molto difficile dare una risposta obbiettiva su questo, siamo una band con mille sfaccettature e mille influenze. Proprio per questo, se io dovessi citare un pezzo del nuovo disco direi “Loreto Paradiso”, il brano che apre l’album. Lì cantiamo in tre lingue, trasmettiamo tanta carica e “gioia” ma se stai attento al testo vedrai che c’è anche della riflessione e della nostalgia. Tutti questi contrasti di essere allegri ma allo stesso tempo tristi, semplici ma allo stesso tempo complessi, credo che ci rappresentino tanto.

Avete viaggiato tanto per questo disco. Qual è stato il momento in cui avete pensato di essere nel vostro personale paradiso?

Quando abbiamo iniziato a suonare insieme suonavamo per strada a Barcellona, e già lì a volte ci sembrava di vivere in un paradiso. Bastava veramente poco per farci felici. La trasferta a Milano è stata certamente difficile all’inizio, però piano piano siamo riusciti a costruire attorno a noi un’altra volta il paradiso. Credo che il momento apice di questo è stato quando abbiamo fatto l’evento di preview del disco qua a casa nostra. Abbiamo portato 3 tonnellate di sabbia dentro il cortile del nostro palazzo a Loreto. Abbiamo allestito la nostra piccola spiaggia con delle sedie a sdraio attrezzate con delle cuffie per fare ascoltare alla gente il disco in anteprima. Dalle 11 del mattino fino alle 9 di sera, abbiamo proposto delle attività, che comprendevano anche dei piccoli live acustici. La quantità di gente che è venuta è stata davvero impressionante. Però più che la quantità a me ha sorpreso la reazione della gente, nessuno ci credeva in quello che stava succedendo. Erano veramente felici, tanti sono venuti al mattino e sono rimasti per tutto il giorno. In quella giornata ho provato una sensazione veramente forte, di avere veramente messo in pratica tutto quello di cui stavamo parlando a livello metaforico nel disco. Non solo abbiamo costruito il paradiso in mezzo a Loreto, ma lo abbiamo anche condiviso con la gente, è stata una esperienza unica.

Che ruolo hanno avuto Tommaso Colliva, Federico Dragogna e Hector Castillo durante la lavorazione dell’album?

Fede Dragogna è un grande amico e anche vicino di casa. Nella fase iniziale del disco, mentre stavamo ancora scegliendo i pezzi da lavorare, lui veniva spesso a casa nostra, a volte in sala prove a darci una mano a mettere in piedi i pezzi. La sua partecipazione è stata questa, un orecchio esterno nella fase iniziale della pre-produzione.

Tommi Colliva, a parte essere anche lui un grande amico, è già la terza volta che ci produce. Da quando abbiamo fatto il primo disco insieme ci siamo sempre trovati super d’accordo in studio. Già dal disco precedente “Saudade”, abbiamo trovato questo modo di lavorare a distanza, visto che lui si è trasferito a Londra. In Loreto Paradiso, abbiamo approfondito questo metodo, cioè: una volta che avevamo fatto tutta le pre-produzione nel nostro home studio a Casa Selton, siamo andati in studio da Ishtar Studios a Milano (studio tra l’altro costruito da Tommi). Alla fine di ogni giornata di lavoro, mandavamo i file a Tommi che da Londra ci lavorava e ci rimandava indietro. Dopo circa 2 mesi lavorando così, siamo andati noi a Londra per registrare delle cose insieme, è stato in quei giorni che abbiamo anche deciso gran parte dell’estetica del disco. Dopodiché abbiamo anche fatto un’ultimissima tappa di registrazioni in una casa al mare in Brasile, dove abbiamo finito di registrare voci e cori. Dopo tutto ciò, è stato Tommi a mettere tutto il puzzle insieme in mix.

Hector Castillo è entrato in scena all’ultimo. Quando il disco era praticamente finito, abbiamo scoperto di avere vinto una gara di Converse Rubber Tracks, e perciò avevamo tutta una giornata in studio alle Officine Meccaniche con un super produttore americano (Hector) a disposizione. All’inizio era veramente difficile crederci. In tutto ciò avevamo un pezzo che avevamo appena scritto, e abbiamo deciso di registrarlo. Il pezzo era “Voglia di infinito”, che si è incastrato perfettamente nella scaletta del disco.

Noi abbiamo artisti televisivi che non suonano live, artisti che invece hanno date sold out, ma che non passano nei media più importanti. Da ottimi conoscitori del panorama internazionale, potete dirci secondo voi cosa sta succedendo alla musica italiana? Sembra quasi che ci siano due scene, due canali…In cosa sbagliamo?

Non credo questo sia una problematica solo italiana. Almeno vediamo succedere una cosa molto simile anche in Brasile. Esiste tutto un mercato mainstream comandato dalle TV e dalle grandi radio che sembra essere veramente un mondo parallelo rispetto a quello che succede nella scena indipendente. È molto raro anche lì vedere un artista indipendente arrivare al grande pubblico, purtroppo. Speriamo che questo prima o poi finisca.

Voi cosa preferite? Le radio o il contatto col pubblico?

Sono due cose completamente diverse, però se dovessi sceglierne una direi il contatto col pubblico. Essendo nati come una busking band, per noi questo contatto è veramente importante, è parte della nostra essenza.

Cosa dobbiamo aspettarci da un vostro live?

C’è stato veramente un lavoro lungo ed esaustivo di ricerca e di sperimentazione per arrivare alla estetica di Loreto Paradiso. La sfida che stiamo affrontando ultimamente è quella di riportare tutto questo nuovo mondo live e la verità è che ce la stiamo facendo. È come se avessimo dovuto imparare a suonare un’altra volta, in un altro modo. Il live è proprio come il disco, ricco di colori, pulsante, pieno di atmosfere diverse.