Pierpaolo Capovilla: l’arte cambia il mondo – l’intervista

pierpaolo capovillaIn occasione della data dell’Obtorto Collo Tour  al Magnolia di Milano abbiamo intervistato Pierpaolo Capovilla, che ci ha raccontato, come nel suo disco, opinioni ed esperienze che partono sempre dallo stesso punto preciso: l’amore.

Di Eleonora Montesanti

 

Obtorto Collo, il tuo primo disco da solista è un disco allo stesso tempo personale e sociale. La protagonista è la verità, raccontata attraverso l’amore nei confronti degli emarginati, degli ultimi. Raccontare le loro vicende come atto d’amore appunto, perché ogni cosa che succede ad un individuo, in realtà, deve coinvolgere tutti. Quanto coraggio ci vuole per proporre un disco così vero e per certi aspetti crudo in un mondo dominato, purtroppo, dall’indifferenza?

Io non parlerei di coraggio, sai? Io non sono che un fatuo cantantucolo che si pavoneggia sui palcoscenici. Questo è il mio mestiere e quello che ho imparato a fare nella vita è scrivere e cantare canzoni; direi più a scriverle che a cantarle, perché sono anche un cantante mediocre, diciamoci la verità… E per pubblicare un disco che parla di noi, delle contraddizioni storiche in cui viviamo, e innanzitutto degli ultimi – come giustamente dicevi tu – non ci vuole coraggio. Non è una cosa che faccio solo io, lo ha fatto Bob Dylan, lo fa Tom Waits, lo fanno tutti gli artisti che si guardano intorno e vedono in che mondo viviamo. Sono altri gli uomini e le donne coraggiosi. Certo, io dico che l’arte è un azzardo, però non ne va né della mia vita né della mia incolumità personale, e, ripeto, sono altri gli uomini e le donne che sono veramente coraggiosi. Me ne viene in mente uno che è un mio omonimo, Don Nandino Capovilla, un sacerdote che ha la parrocchia a Mestre, vicino a casa mia. Lui ha scritto un libro che si intitola Un sacerdote all’inferno ed è uno che va in Cisgiordania ogni anno tre o quattro volte, e cosa va a fare là? Non a fare il turista, ma a permettere – insieme ad altri cooperanti naturalmente – che vengano aperti i varchi, cioè per permettere ai palestinesi di andare a lavorare, quindi di portare a casa un pezzo di pane. Don Nandino Capovilla ha scritto un libro dove racconta la sua storia, ecco, credo che lui sia un uomo coraggioso. Cioè, tanto per capirci, il coraggio, la sua vocazione e la sua passione lo spingono ad aiutare gli altri sul serio. Che non è il compito necessariamente di un cantante rock. Certo, potrebbe anche essere che qualcuno lo faccia… Ma insomma, quello è coraggio, perché Don Nandino Capovilla va in un teatro di guerra e lì fa ciò che più lo gratifica e che gli dà soddisfazione e gli riempie il cuore di gioia. Anche io faccio ciò che mi gratifica e mi riempie il cuore di gioia, ma io non sono coraggioso, sono veramente fatuo se confrontato con gli uomini coraggiosi.

Qual è, secondo te, lo scopo della musica o dell’arte in generale?

Mi viene spontaneo subito risponderti con Majakovskij: l’arte non è lo specchio del mondo. Non è un ritratto del mondo, non è un: “Che bello, guarda come è riuscito a ritrarre Capovilla quelle sofferenze lì”. No, non è istruttiva, ma, appunto, come continua Majakovskij: l’arte è lo scalpello dello scultore che cambia il mondo. Secondo me l’arte deve davvero cambiare il mondo e quindi deve possedere – nei contenuti, nella parole e anche nelle musiche – gli elementi fertili affinché il mondo cambi, ma non importa se poi non raggiungeremo mai l’obiettivo di cambiarlo come vorremo noi, chessò io, col socialismo o il comunismo, o quello che vuoi tu. L’arte deve essere un percorso e, per come la vedo io, è un percorso di auto-rappresentazione del mondo da un lato, ma soprattutto di apprendimento: scrivendo le canzoni io comincio a capire il mondo intorno a me che a mia volta condivido e canto da un palcoscenico. Tornando alla domanda di prima, per condividere questi pensieri non ci vuole tanto coraggio.

Invitami è una canzone d’amore che dice invitami nel tuo spazio, nella tua vita e si basa dunque sul rispetto e sull’indipendenza reciproca. Che poi è il contrario di quello che inneggia la maggior parte delle canzoni rock e non solo, piene di frasi del tipo: io non sono niente se tu non ci sei, io che non vivo senza te, eccetera. E’ l’amore, secondo te, la chiave per eliminare la prevaricazione sociale?

Che cos’è l’amore, scusa? Mi capita spesso di parlare di questo argomento perché ho sempre scritto solo canzoni d’amore per tutta la mia vita. Io sono convinto innanzitutto di una cosa, che l’amore è un rapporto sociale. E dentro a un rapporto sociale ci può stare il bello e ci può stare il brutto, ci può stare l’amore e ci può stare l’odio, o peggio ancora la violenza arbitraria delle persone. Non passa giorno oggi in cui non si senta dell’omicidio di una donna. Ogni tanto muore un uomo e quasi ti viene un sorriso. Perché ti vien da pensare che magari ogni tanto l’uomo soccombe. L’uomo inteso ovviamente nel senso del suo genere, cioè di essere uomo maschio. Io uso l’amore come un espediente narrativo per parlare della società in cui vivo, io vesto sempre le mie storie con questo abito qui.

Ad esempio in questo disco c’è una canzone che si chiama Irene. Sembra una canzone d’amore, ma in realtà parla di una ragazzina rom che per non essere emarginata e stigmatizzata cerca di nascondersi dentro la nostra società, rifiutando le proprie origini. Immagina il dolore terribile che possono aver provato i suoi genitori! Poi magari non provano dolore, sentono semplicemente quel dolore e quella nostalgia che si prova quando ci si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato. Il fatto è che queste persone sono sempre vissute nel momento sbagliato. Ma non solo, sempre nell’ultimo disco c’è Invitami, che è una canzone d’amore tout court se vogliamo, però narra di spazi reciproci. Questo fatto è importantissimo perché gli spazi devono esistere assolutamente. Se non esistono subentra l’ideologia del dominio. Poi mi lancio in Obtorto collo, il pezzo che dà il titolo al disco, dove c’è questa voglia di farla finita, di morire, perché pare che della vita non ce ne freghi più niente. Anche quella a modo suo è una canzone d’amore, perché finisce con quel non è così, che è quasi un invito a una carezza, a un abbraccio. In generale ho lavorato un po’ di cesello sul significato delle parole, una per una, perché ogni parola ha un peso eccezionale.

La canzone d’amore per come la intendiamo in questo momento storico ha perso di significato. Per come la vedo io, in base alla mia visione del mondo, la Pausini, Ramazzotti, Zucchero, non hanno mai scritto una canzone d’amore in vita loro. Hanno scritto canzoni sui cazzi loro, sulle loro paranoie personali, ma non ci credono neanche loro.

La mia attenzione è sempre l’amore, che è il rapporto sociale per eccellenza, non necessariamente tra uomo e donna o tra uomo e uomo o donna e donna: ci sono i figli, i genitori, la natura, i nostri fratelli minori animali. L’amore è inteso in tutte le sue infinite declinazioni e, dentro a ognuna di esse, possiamo scoprirne di cotte e di crude. Questo è il mio sforzo, quello di indagare.

In Arrivederci ti rivolgi al grande poeta partigiano Andrea Zanzotto e sembra quasi che tu voglia chiedergli scusa, perché negli ultimi cinquant’anni abbiamo perso quel senso di intelligenza civile e coscienza politica per le quali lui ha tanto lottato. Secondo te l’oblio di indifferenza e apatia generale in cui siamo caduti avvelena anche il nostro passato?

Mi piace tantissimo questa cosa che mi fai osservare tu: sembra che gli chieda scusa. Perché il senso del pezzo è questo ed è la prima volta che qualcuno lo osserva. Viviamo un tempo storico dominato da una società capitalistica. Questo momento però non è che uno sputo nella storia dell’umanità e ancor di più in quella del pianeta, che fa parte del sistema solare, in una una galassia che a sua volta dell’universo: praticamente stiamo vivendo un millesimo di secondo nella storia del tutto e lo stiamo decisamente sprecando. Una delle strategie fondative del capitalismo è alimentare la dimenticanza, ossia far di tutto per farci dimenticare il passato. Più rapidamente dimentichiamo il passato e meglio è per chi ci comanda e ci vuole manipolare e dirigere verso una direzione precisa e lineare, quella che si basa sui guadagni vergognosi riservati a poche persone che vivono in questo mondo. Io non odio il denaro in sé, anzi, mi piace, ma odio con tutto il mio cuore i ricchi. Perché l’essere ricco e lo sfoggio poi dell’opulenza, cioè il magnificarsi delle proprie ricchezze, è qualcosa di veramente vergognoso. La vita di ognuno di noi ha lo stesso valore; la mia vita non vale meno di quella di un bambino nello Sri Lanka, anzi, forse conta di più la sua… Viviamo tutti in questo pianeta qua e l’unica cosa che veramente conta è il pianeta stesso. Io nel mio piccolo cerco di dirla questa cosa, cerco di dire che viviamo nella dimenticanza. Lo so che non conta niente, cioè, io canto canzoni dai palcoscenici e chi arriva, arriva e chi s’è visto, s’è visto. Spero però in qualche misura di riuscire a suonare le corde del cuore di chi mi ascolta, perché suonando quello strumento lì che è il cuore delle persone forse si riesce piano piano ad intravvedere uno spiraglio di luce.

Per quanto riguarda gli arrangiamenti che sostengono e avvolgono le liriche hai collaborato principalmente con Paki Zennaro, mentre la produzione artistica è stata curata da Taketo Gohara. Un aspetto interessante di questo disco, però, è che al suo interno vi suonano circa venti musicisti. Come mai hai fatto questa scelta?

Non è stata una mia idea, è stato Taketo Gohara. Io ho composto questo disco in buona parte insieme al maestro Zennaro. Per la maggior parte lo abbiamo composto insieme, alcuni brani invece sono miei, li avevo nel cassetto da molto tempo. Per altre cose invece sono stato ispirato da Giulio (Ragno Favero, bassista de Il Teatro degli Orrori, ndr), quindi certi pezzi sarebbero stati magari destinati al Teatro degli Orrori, ma che sapevamo sia io che Giulio che non li avremmo mai fatti col gruppo, perché sono troppo pop, troppo facili, insomma non sono adatti. E’ giusto che resti così perché è come se fosse il nostro marchio, che poi non è un vero marchio, è proprio una questione di abitudine, abbiamo deciso di essere così. Perché fosse per me… Se faccio il prossimo disco solista voglio fare una cosa di un pop, ma di un pop… Voglio che chi deve farlo mi volti le spalle una volta per tutte, basta, non mi rompete più i coglioni. Voglio le casalinghe. Sì, però voglio suonare le loro corde del cuore, non le voglio trattare come Emilio Fede… Vabbè adesso sto dicendo delle stupidate, torniamo seri.

I venti musicisi li ha coinvolti Taketo Gohara, che è non soltanto un ingegnere del suono, uno scienziato vero dell’acustica, ma è anche un grande organizzatore: grazie alle sue splendide conoscenze mi ha introdotto in un mondo di musicisti meravigliosi, che io definirei quasi un’intellighenzia musicale che c’è in Italia e che è straordinaria, di grande valore. Tutti loro sono venuti a suonare in questo disco – ognuno nel pezzo a lui destinato – con un amore e una convinzione commoventi. Ad esempio Vincenzo Vasi, che ha lavorato e lavora in tantissimi dischi, perché alla fine siamo lavoratori, mi ha dimostrato un amore veramente spettacolare, è un uomo dolcissimo. Tutta l’amorevolezza di questo gruppo di persone secondo me nel disco si sente. Ed è questo il bello. Un altro esempio è Come ti vorrei, dove abbiamo due batterie che si incrociano, una è di Fabio Rondanini e l’altra di Zeno de Rossi. Io li ho visti suonare, ho visto due uomini che si sono quasi sfidati, come a dire: “Facciamo questo piccolo capolavoro, facciamolo per noi, non per Capovilla, ma per noi perché siamo bravi”. Le ambizioni di tante persone messe insieme fanno l’ambizione di un gruppo, magari poi un gruppo così diventasse popolo.

A tal proposito, questa sera aprirà il tuo concerto Daniele Celona, che ha suonato anche il pianoforte nella title track del tuo album. So che Daniele ha curato anche gli intermezzi musicali della tua reading de La religione del mio tempo di Pierpaolo Pasolini. Come vi siete scoperti?

Celona? L’ho conosciuto tramite Matteo De Simone (Nadàr Solo, ndr), che mi ha chiesto di collaborare ad una reading del suo libro, intitolato Denti Guasti, un bel romanzo sull’attualità torinese e sulle migrazioni, dove si narrano anche storie incredibili di solitudine. E’ un libro molto vero. Abbiamo fatto tre o quattro incontri pubblici e Daniele Celona l’ho conosciuto proprio in queste occasioni. Comunque Celona appena apre bocca… Mamma mia! La prima cosa che mi son detto è stata: “Caspita, che cantante!”. Lui scrive delle canzoni bellissime; ad esempio Acqua è un piccolo capolavoro della canzone italiana degli ultimi tempi. Auguro ogni bene a Daniele, perché è un musicista di grande talento.

Vaffanculo a X Factor! Lui non va a X Factor. Ma sai qual è il punto? De André, quando gli venne chiesto perché non avesse mai fatto Sanremo (che adesso possiamo sostituire con qualsiasi cosa, che sia X Factor, Amici, The voice, qualsiasi concorso canoro), diede una risposta estremamente vera, di una semplicità disarmante: Io non vado a Sanremo perché Sanremo è una gara di ugole, una gara ginnica, è l’olimpiade di chi canta meglio, perché le corde vocali sono pur sempre dei muscoli, e per farle funzionare bene bisogna esercitarle. Ci sono tanti usciti dai talent che sono diventati famosi perché hanno indubitabilmente una bella voce, ma qui stiamo parlando di altro. Dice ancora De André: Io non posso gareggiare con le belle voci, perché io metto in gioco i miei sentimenti, e con i miei sentimenti non c’è gara che conti. Non c’è nessuna olimpiade! Che cosa facciamo? L’olimpiade dei sentimenti? Sarebbe ridicolo. Siamo su due piani completamente diversi.

Celona è una gran voce che poteva farsi tutti i talent del mondo, ma non l’ha fatto perché non gli interessa, perché è un artista, perché è uno che ha voglia di parlare di sé dentro a questa società qui. Tutti quelli che hanno qualcosa da dire e vivono costretti dentro a determinate circostanze storiche date, obtorto collo appunto, per uscire da questa costrizione devono liberarsi, devono emanciparsi. Ecco, questa è l’arte, è lo scalpello di cui si parlava prima.

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