Paolo Saporiti: “L’ultimo Ricatto” l’intervista

Paolo Saporiti ha presentato qualche settimana fa il suo ultimo lavoro “L’ultimo Ricatto”. Come già vi raccontammo, la location del Teatro Elf Spazio Terra ha dato quel tocco di intimità più che necessaria per raccontare un album così. Dopo quel live, abbiamo deciso di farci raccontare da Paolo cosa significa L’ultimo Ricatto, e come vive Milano, il mondo della musica attuale, e tante altre belle cose.

Ti abbiamo ascoltato nella bella Milano, noi la amiamo e ci piace anche quando è grigia. Te che rapporto hai con la Milano senza lustrini? quella del “cielo che sta sotto”? Non un grande rapporto il mio, quello con Milano, devo dire, anche se non darei la colpa al tempo di certo, anzi. La città mi ha un po’ deluso negli anni. Trovo le gente seduta sul proprio cadavere, ripiegata su se stessa, povera d’animo anche se molto ricca di portafogli in molti casi e son proprio questi i più gravi. (…) Poche persone sono curiose e la forza di una metropoli risiede in questo o almeno così dovrebbe, a mio modo di vedere, almeno per gli scambi, per il potenziale intrinseco ai numeri che la caratterizzano rispetto al paesello. (…) Sto molto a casa ultimamente, la mia vita sociale si è estremamente ridotta e mi va sempre meglio così. Mi bastano le persone che amo, gli amici (vicini e lontani), le librerie (sempre meno), i negozi di dischi (sempre meno) da cui attingere a piene mani, i cinema e i teatri (sempre più poveri e desolati) e Milano ne ha parecchi di questi tra cui scegliere ma l’idea di fondo di finire col dovervi incontrare sempre e soltanto “le stesse persone” che vedo da anni o gli addetti ai lavori, mi ha un poco rotto le palle e quindi finisco con lo stare a casa alla fine. Il live è avvenuto in una location particolare, uno spazio Terra che ha insito nel nome un significato, “avvicinarsi”… Ho trovato molta empatia e vicinanza. Non volava una mosca, tutti concentrati e presenti, attenti, uniti, roba d’altri tempi o d’altri pianeti. Scendere in mezzo alle persone al pianoforte acustico, che non è il mio strumento, proporre un brano interamente acustico alla chitarra, appena sussurrato e accarezzato è una cosa molto intima, confidenziale che riesce solo se le cose stanno girando bene, se no… Le persone presenti sono state deliziose, in tanti mi han parlato dopo ed è stato molto bello, attendo sempre che chi è stato con noi (me e Zeno Gabaglio) mi scriva il giorno dopo. Questo album sembra intriso di riflessioni, e come hai detto tu “di destrutturazioni”. Cosa intendi? Raccontaci qual è, cos’è l’ultimo ricatto.. L’ultimo ricatto è mio figlio, l’ultimo. La fotografia di un momento, come tutti gli altri. Il figlio di una sensazione che mi son trovato addosso, dopo gli anni con Universal e, in ambito personale, dopo parecchi anni della mia vita. Mi son trovato solo, dopo una promessa fatta e ricevuta e con un’unica e sola verità per le mani, alla fine: la vita ce la costruiamo noi da soli, a nostra misura, e il ricatto me l’ero posto io da solo, autoimposto. Mi ero messo lì in un angolo e aspettavo che qualcuno venisse a dirmi che stavo dormendo. Come tanti, per troppo tempo, ho pensato che la colpa fosse di qualcun altro e invece la gabbia me l’ero ritagliata addosso io. E’ una questione di crescere qui, e oggi non interessa a nessuno questa cosa, il crescere. L’unica cosa che viene rispettata è la crescita del conto corrente e se ti permetti di dire che passi le tue giornate leggendo o ascoltando e aspirando alla cura di un’anima che la gente manco sa che esiste, sei soltanto un povero mentecatto, da escludere, quasi un reietto scomodo alla società e che ha soltanto il merito di poterselo permettere. Io non la vedo così. Poi regali un libro o un disco a qualcuno e questi manco sa come tenerlo in mano o come stringerlo tra le dita, quindi, di che cosa stiamo parlando, mi domando? A questo mondo, che sta crollando per fortuna, vincono i prepotenti e quelli che a dodici anni mentre io sognavo di fare il medico o l’archeologo (perché la musica per me non era ancora un lavoro…) e dopo lo psicoanalista, hanno scelto di basare la propria vita sulle conoscenze che potevano andare cercando e costruendo e ora che ne possono raccogliere i frutti, anche se per fare ciò han rubato a partire dalla merenda dei compagni di classe, vincono la loro di partita, sentendosi degli arrivati, gente di gran successo. Sono diventati avvocati magari, notai, fiscalisti da 500 euro all’ora, mentre le loro mogli cercano l’amore da un’altra parte e i loro figli un vero padre emotivo a cui fare riferimento… Bel modo inutile di stare al mondo. E questi son gli stessi che poi dovrebbero comprare i nostri dischi? E noi ci domandiamo perché un disco come “Alone” non ha venduto? Per favore… Il digitale? La musica scaricata? Non diciamo cazzate, non gliene frega più niente ad alcuno di questi di cosa pensi uno che non produce abbastanza reddito e che magari, per fare quello che fa, se ne sta pure chiuso nel suo studiolo di registrazione, senza far girare il mercato degli aperitivi o delle “veline” e delle feste per cercare di far venire fuori nel modo più sincero possibile la sua visione del mondo, per poterle dare una forma e poterla scambiare con gli altri. Ti sei mai sentito stanco di raccontare, di raccontarti con le parole in musica? Assolutamente no, non ancora e quando capiterà, farò altro, tipo morire su una spiaggia, come fa una balena o una tartaruga malata. Al teatro Elf avevamo accanto un’ascoltatrice particolare, d’eccezione, tua madre, e sembrava molto orgogliosa nell’ascoltarti. Quante volte le dedichi delle serenate? Vedi, le interviste servono a far capire a un figlio che sua madre lo apprezza. Qualche tempo fa, ero soltanto quello che aveva abbandonato l’università alla tesi e che non portava mai a termine le cose che iniziava e sceglieva… Io “prego” quando canto, o almeno vivo in quel tipo di intimità con me stesso e con chi accetta quel tipo di linguaggio e concentrazione con l’universo. Ascoltare non è una passeggiata, non è facile, ci vuole dedizione, bisogna prepararsi, studiare, se no andiamo avanti a talent show e reality o fiction o tutto quello che di mediocre vuoi metterci dentro. Credo di aver dedicato tanto a tutte le persone a me vicine, son tutti dentro lì, nel mucchio, e allo stesso tempo fuori dalla mia vita e dalle mie canzoni, nello stesso istante e loro hanno dato tanto a me. Il rapporto è così sottile e delicato ma profondo e chi si sente escluso dalla mia vita lo è soltanto perché lo vuole e perché la mia musica la occupa in maniera radicale e sempre e tutto è filtrato da lì dentro, da quel “bulirone” come direbbe un mio caro amico. La musica è vita, la vita è musica per me, sono uno di quelli che la vede così. Io vivo immerso nella musica e nella lettura per raccontare quello che sono. A quali realtà musicali presenti oggi in Italia ti senti vicino? Alle realtà delle persone sincere, soltanto quelle. Odio i manieristi, i professionisti, nel senso peggiore del termine. Odio quelli che fingono, quelli che recitano. E riguardo alla musica e all’estero, che opinione hai del mondo “discografico” fuori Italia? La sensazione di quando son stato a New York, per esempio, è stata quella di un’energia diversa che deriva dal fatto che in tanti “ci credono” di più e per questo le cose girano, si muovono e accadono, cosa che qui invece stenta a succedere… Ci sono gruppi “emergenti” che ascolti e di cui vorresti venisse posta attenzione? Me e i Bancale (che però si son sciolti, erano il miglior live-act che abbia visto in Italia), mi piace Umberto Maria Giardini ma è già famoso e ho comprato ieri il suo disco e ora che ce l’ho tra le mani mi viene qualche dubbio. Marco Parente. Xabier Iriondo. Teho Teardo. N.Roncea. A.Grazian. D.Ferrario. C.Alati.