Paletti la metamorfosi interiore… Qui e Ora – l’intervista

paletti 2015Paletti esce con il suo secondo lavoro Qui e Ora. 

Il cantautore torna sulle scene musicali con un nuovo album uscito lo scorso 20 gennaio per Sugar Music, lo abbiamo intervistato, ecco cosa ci racconta! 

intervista di Eleonora Montesanti

Sono passati due anni dal tuo primo disco, Ergo Sum. Due anni pieni di cambiamenti importanti per te, sia a livello personale, sia a livello artistico. Qui e ora, infatti, il tuo secondo lp, è uscito con Sugar, l’etichetta di Caterina Caselli. Come è avvenuto il vostro incontro?

Ero in Tour in Puglia due anni fa. Una collaboratrice della Signora Caselli venne a sentirmi. Si fece viva a settembre chiedendomi del materiale. L’incontro ufficiale fu poco dopo. Io, il mio manager e la Caselli nel suo ufficio. Ho fatto un mini live acustico per lei. E’ stato assurdo.

 

 

Le sonorità di Qui e ora hanno un sapore molto internazionale, non per niente il disco è stato registrato nel peculiarissimo Funkhaus Studio di Berlino. Come se non bastasse, poi, quando eri più giovane hai vissuto a Londra lavorando in una casa di produzione e, qualche anno dopo, hai fatto un tour negli Stati Uniti con il tuo primo gruppo, The R’S. E’ evidente che l’internazionalità ce l’hai nel sangue. Dopo tutte queste esperienze cosa ti porta a voler fare il musicista qui in Italia? Hai riscontrato delle differenze sostanziali nel modo di percepire la musica all’estero rispetto che qui?

 

L’Italia è il mio paese, l’italiano la lingua con cui posso esprimermi al meglio. Ho forse la presunzione di dare qualcosa di “estero” alla musica italiana. So che è un obiettivo ambizioso, sia per l’effettiva riuscita che per l’efficacia verso chi ti ascolta. Sembrano funzionare sempre le stesse cose ma non è verissimo. Basta saper far le cose bene. Io ce la sto mettendo tutta.

 

 

Prima di intraprendere la tua carriera artistica hai lavorato molto come sound designer, componendo cioè musica per spot pubblicitari o documentari. Quali sono le cose più importanti che hai imparato da questo tipo di lavoro?

 

Ho imparato ad immedesimarmi con il cliente e con le esigenze del regista. Ad assecondare la creatività di qualcun altro insomma. Nel mio progetto invece mi sfogo un po’ facendo ciò che appaga me in primis. Poi si impara ad affrontare vari stili e generi musicali, dalla classica al rock, dal pop alle musiche etniche. Ho imparato davvero tanto.

 

 

Il ritornello della titletrack dice: la vita che ci cambia è qui e ora. Come a voler dire che non tutto quello che ci succede è da comprendere, perché l’importante è vivere. Ti faccio una domanda un po’ marzulliana, dunque: siamo il frutto del destino, della casualità, o questa non è nemmeno una domanda da porsi?

 

Come dice Kung Fu Panda, il caso non esiste!? Credo che forse ci facciamo troppe domande e che insistiamo nell’ottenere una risposta razionale a tutto. Cerco di lasciar perdere e di andare avanti. Tutto ciò che faccio va bene e non c’è “giusto o sbagliato”. Mi fido molto dei segnali che mi arrivano e anche quando le cose non vanno come mi aspetterai che vadano cerco di vederle come un’occasione di miglioramento.

 

 

Barabba è una canzone al contempo provocatoria e ironica, nella quale affronti a muso duro quel qualunquismo, quell’ipocrisia e quell’odio gratuito che purtroppo oggi sono molto diffusi, soprattutto nell’era dei social network, dove chiunque può gridare tutto quel che vuole, a volte fomentato anche da alcune istituzioni. Qual è la storia di questo brano? Vuoi raccontarci la sua genesi?

 

Barabba nasce da un fatto di cronaca locale. Un ragazzo rumeno di diciott’anni si schiantò qualche mese fa con la sua auto coinvolgendo una famiglia italiana. Morirono tutti se non ricordo male. Viviana Beccalossi, politico di centro destra, commentò l’accaduto sulla sua pagina facebook dicendosi per nulla dispiaciuta che quel ragazzo rumeno “ubriaco” fosse morto. Dalle analisi risultò che il ragazzo non era ubriaco ma vittima di un guasto meccanico. Non fu tanto l’esternazione della Beccalossi ma i numerosissimi commenti sotto lo stesso che mi fecero pensare. C’è tanto odio in gran parte non giustificato verso gli immigrati. Io ho vissuto all’estero e mi son trovato a dover stare lontano da casa in un ambiente diverso dal mio. So che era una situazione totalmente diversa e più semplice la mia, ma so che molti italiani oggi come in passato si sono trovati costretti ad emigrare, esportando in molti casi prodotti tipici andati a male come la mafia.

 

 

La la lah, invece, è un brano che profuma davvero molto di Ex Otago. Risale infatti all’anno scorso l’uscita del vostro ep, Quello che c’è, prodotto a quattro mani. Cosa ti è rimasto di più di questa collaborazione? Ci sono altri artisti italiani con cui ti piacerebbe, un giorno, contaminarti?

 

In realtà questo brano profuma più di The Giornalisti, infatti mi sono fatto dare una mano da Tommaso per il testo. Però con gli Ex-Otago devo ammettere che ho imparato delle cose molto utili e belle, sia dal lato professionale che umano. Sono delle persone che fanno del bene al mondo. Trovo che le collaborazioni siano vitali. Ci si fa conoscere al pubblico altrui e ci si contamina inevitabilmente. Mi piacerebbe collaborare con Morgan, Cremonini, Gazzè, Colapesce, ma mi piacerebbe davvero scrivere a quattro mani con Alberto dei Verdena.

 

 

Ancora a proposito di La la lah, il messaggio di questa canzone è che la musica è un ottimo rimedio per placare lo stress e le angosce della quotidianità. Scavando ancora più in profondità, questo pezzo racconta che la musica in realtà è una certezza, a volte l’unica, grazie a cui poter tracciare il proprio percorso di vita. L’interpretazione che ho dato a questo verso è che indubbiamente la musica traccia il percorso di vita degli artisti che la compongono, ma anche, e nello stesso modo indelebile, di chi la ascolta. E’ un pensiero che condividi?

 

Assolutamente sì. Noi cantastorie abbiamo una bella responsabilità e un dovere nei confronti della verità. Solo scrivendo cose vere e autentiche succede quella magia di cui tu parli. Poi la musica è anche un’auto-terapia, serve molto di più a chi la scrive che a chi la ascolta, in molti casi.

 

 

Pianoforti, vocalità piena, cori e chitarre. Un pop elettronico che ricorda molto gli anni Ottanta. Ridotte all’osso, queste sono le caratteristiche principali di Qui e ora. Quali sono le influenze musicali che ti hanno accompagnato durante la composizione di questo disco?

 

Ho davvero, credimi, cercato di ridurre al minimo le influenze esterne. Durante la scrittura ho spento lo stereo e non ho ascoltato più niente di “importante” per non rischiare di farmi influenzare troppo. E’ comunque inevitabile che i tuoi ascolti si palesino in qualche forma nelle tue canzoni. La mia sfida però era rivolta al trovare il vero “me”, la mia voce e il mio sound. Non so bene se ce l’ho fatta, ma a me piace pensare di sì.

 

 

Lo so che preferisci concentrarti sul presente, ma una domanda sul futuro è sempre d’obbligo. Come pensi potrebbe essere il tuo “qui e ora”, il tuo presente, tra dieci anni?

 

Tra dieci anni sarò sempre più bello!

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