Pablo e il Mare: intervista a Paolo Antonelli

pablo_e_il_mare%respiro_2-LQ_700k“Respiro” terzo album per Pablo e il Mare, band torinese che dopo “Onde” e “Miramòr” ci regalano un raffinato lavoro, uno stile pop d’autore, gipsy latino ed influenze mediterranee.

Intervista di Joshin Galani

Un disco molto curato, intenso, che rimane dentro ascolto dopo ascolto. In attesa di rivederli a Milano il 14 Marzo al Gattò, ho fatto quattro chiacchere con Paolo Antonelli, cantante e autore di testi e musica.

Partiamo dalla copertina; nella foto c’è una donna a braccia aperte, il mento leggermente in alto e la figura in ombra. Il colore è della luce e del mare. E’ un’ immagine emblematica. Hai scelto di rappresentare il contenuto dell’ultimo album con il linguaggio del corpo, un abbraccio al mondo, quanto è urgente per te viaggiare?

Il viaggio è esperienza, sfida al confronto, adattamento a situazioni imprevedibili. E’ mettersi in una prospettiva differente. E’ indubbiamente tempo ben speso e, da un punto di vista compositivo, amplia la rosa degli spunti da cui partire.

Nell’album, emerge molto il bisogno primordiale di mettersi in cammino, di ricevere stimoli, le conoscenze, gli incontri, le storie e le visioni. Quali sono stati i tuoi viaggi-impronta?

Non è dove si va, il punto, ma come si va e perché, che cosa si sta cercando. Per esempio a ognuno di noi è capitato di recarsi in un luogo più volte; ecco, risulta facile descrivere quanto quei viaggi siano stati diversi tra loro, a seconda del periodo e dello stato d’animo con cui siamo partiti. Quanto ai “viaggi impronta”, come li chiami tu… Penso al Nordeste dei Lencois del Brasile, alle distese del West americano. Penso a Parigi, ma anche a case che mi hanno ospitato qui e là: una soffitta di Amsterdam a Capodanno senza riscaldamento, la casa di cui scrivo in “Fidelina”, all’Havana. Quella di “A Bahìa”, che è una posada del Pelourinho in cui il profumo di cannella e caffè che trovi ad attenderti vale il viaggio. E poi le case vissute nell’infanzia, quelle dove al ritorno dal mare la nonna preparava il pranzo e poi si faceva la pennichella.

L’esplorazione più profonda che ci hai proposto, forse l’hai fatta con Ferdinandea, una sorta di ninna nanna al mondo sommerso, ci vuoi raccontare questa storia?

Mi trovavo nel profondo sud della Sicilia. Sole allo zenith e vento forte. Entrai in un bar, e poco dopo entrò un altro avventore, in là con gli anni. Parlava tra sé, voleva far due chiacchiere e mi chiese cosa ci facessi lì. Spiegai sommariamente e lui, dopo un sospiro, disse: “Ma voi la conoscete la storia di Ferdinandea?”.  Me la raccontò, e al ritorno mi documentai sul web, riguardo l’isola del Canale di Sicilia apparsa e sprofondata nell’oblio dopo pochi giorni. L’isola su cui le mire di possesso dei potenti dovettero arrendersi. L’isola di nessuno. L’ho proposta a quelli di Linea Blu Rai, ma non mi hanno risposto.

Rimanendo in tema di viaggi, Il mio amico Cedro mi rimanda al personaggio cinematografico interpretato da Gigio Alberti in Marrakech Express. Chi è il tuo Cedro?

Proprio lui, sì. E’ Stefano, il mio miglior amico. Ieri sera ci siamo scritti: è a Karthoum, in Sudan! Come il Cedro di Marrakech Express, dopo un po’ che non lo vedi, lo passi a trovare e gli chiedi: “Cedro, hanno arrestato Rudy, vieni con noi in Marocco?”. Gigio Alberti ci pensa un secondo, prende le scarpe, chiude casa e nella scena successiva è in macchina con Abatantuono e Cederna. Stefano è proprio così, nella scena successiva è seduto in macchina vicino a te. Io e Marco (Marco Ostellino, batterista di Pablo e il mare) lo soprannominammo così in occasione di un viaggio in Grecia, tanti tanti anni fa. E da allora per tutti è rimasto Cedro.

In “Ammanta” c’è imperante il sole, con la sua forza sembra donare bellezza anche ai panorami più desolati, e illuminare quella malinconia interiore in cui a volte ci si crogiola un po’. E’ altrettanto prepotente per te la musica, per poter “uscire dai tunnel”?

Pablo e il mare non è mai arrivato alla serie A della musica, ma ciò presenta almeno un vantaggio: faccio quello che voglio con la massima libertà, mi sono creato un bel rifugio che continua a darmi benessere e a tirar fuori il meglio di me. E quindi sì, che ti tira fuori dal tunnel! “Una musica può fare”… come cantava Gazzé.

“Respiro” (Libellula/Audioglobe) è il vostro terzo album. La band si è arricchita di nuovi strumenti e componenti, violino e contrabbasso, come hanno impreziosito il lavoro di Pablo e il Mare?

Ai tempi di “Onde” eravamo un quintetto elettrico.  Con “Miramòr” siamo diventati un trio acustico agevole e minimale; funzionava bene ma mancava di profondità e varietà sonora. Con “Respiro” siamo tornati al quintetto. Ad Andrea Ferraris (piano) e Marco Ostellino (batteria) si sono aggiunti Fabrizio “Brisiu” Cerutti (basso/contrabbasso) e Francesco Coppotelli (violino). Il cambiamento ha allargato le possibilità, le soluzioni in termini di arrangiamento sono aumentate notevolmente, e in questo ci ha aiutato la mano di Enrico Fornatto, coproduttore dell’album, registrato da Luca Martinasso al Powerlight di Cumiana. Qualche settimana fa riascoltavo il finale di “Giappone” e le figure notevoli che Enrico è riuscito a disegnare al violino insieme a Francesco.

Nel booklet ringraziate Luca Morino e Gigi Giancursi; qual è stato il loro contributo? 

Luca e Gigi sono due facce lontane tra loro di una Torino musicale che ho profondamente apprezzato negli anni. Quella della contaminazione sonora in salsa patchanka dei Mau Mau e quella del pop/songwriting italiano dei Perturbazione. La fortuna più grande, dal punto di vista di Pablo e il mare, è che sono… Local! Se ti appassiona un artista di Detroit, può risultare difficile conoscerlo e farti dare due dritte. Se invece abita dalle tue parti (e ti apprezza…), se hai condiviso un palco e due birre, tutto può risultare più semplice. Il contributo? Luca Morino ha dispensato pillole interessanti in termini di consapevolezza e carattere del progetto, mentre Gigi Giancursi ci ha ascoltati in sala prove con attenzione e alla fine ci ha dato piccoli input, assolutamente decisivi,  in fase di scrittura e arrangiamento. 

Il Video di “Tortuga” di Fabrizio Vacca, ha ricevuto la nomination allo Skepto International Festival, dove è stato girato? Qual è il vostro rapporto con i video?

Tortuga è stato girato tra Italia e Norvegia l’estate scorsa. Fabrizio Vacca aveva realizzato insieme ad Andrea Berardi un bel clip live di “Di più”, e visi gli splendidi risultati, abbiamo deciso di fare insieme un videoclip con sceneggiatura, con la splendida Kristin Bjerkestrand e Andrea Berardi protagonisti. Ci ha dato grandi soddisfazioni, perché Tortuga è entrato nelle selezioni del TMFF e del TOFF in America, anche se qui da noi non ha raggiunto ampie platee, in termini di visualizzazioni. Adesso è in lizza nella categoria videoclip allo Skepto International festival che quest’anno si tiene a Cagliari.   Lo rivediamo insieme, Tortuga?

Curi testi e musica, c’è un testo che ti piacerebbe far tuo ed interpretare o un musicista con cui vorresti suonare? 

Le cover che abbiamo proposto negli anni hanno pescato tra gli ascolti più latini, (“Lagrimas Negras” e “Quizas Quizas”), la canzone nostrana (“Via con me” di Conte) e americana (“I’m on fire” di Springsteen). Per il prossimo concerto che terrò a Milano al Gattò lunedì 14 marzo, da solo, sto preparando “Face à la mer” de Les Negresses Vertes e “Summer on a solitary beach” di Battiato. Vabbé Joshin, ma vale tutto? Si può esagerare? E allora vorrei suonare con…  Morricone. Ah ah ah! E poi chessò… Ivano Fossati ha smesso, altri grandi non ci sono più. Con Daniele Silvestri, Carmen Consoli, Mario Venuti, secondo me funzionerebbe.

Avete fatto il pienone al Jazz Club di Torino. Il mese scorso avete avuto un’accoglienza calorosa a Milano, dove a breve tornerai per un concerto solista. Che differenze trovi tra il vostro pubblico a Torino e quello nuovo, fuori?

A Milano Pablo e il mare ha un suo pubblico, ho visto molti volti conosciuti che ci seguono da tempo e hanno i nostri dischi. Ma anche “i nuovi” hanno apprezzato, abbiamo ricevuto riscontri positivi. Suonare lontano da casa e trovare un audience numerosa e attenta è una grande soddisfazione, soprattutto se pensi che i tuoi brani non passano in radio. Ti metti in macchina e vai a fare del tuo meglio, spesso sulla base di premesse poco rassicuranti. E invece il calore, la vibra, la trovi, la senti. E’ stato così anche in Veneto, in Liguria, in Calabria, nel Lazio.

 In quel concerto milanese c’era un piccolo fan in fasce.:-) Com’è il viaggio della paternità?

Alessandro ha apprezzato il concerto di Iacampo a Torino e ci ha preso gusto. Ci teneva tanto, a vedere papà all’opera… Non è retorica, ma quello della paternità è il più bello dei viaggi. Lo stai cambiando, lui ti guarda pensoso e fai riflessioni del tipo: “ecco, così come lo vedo oggi, adesso, non lo vedrò mai più”. Già domani i suoi piccoli progressi ne faranno un bambino diverso. La sua storia, come quella di ognuno di noi, va avanti e non torna mai indietro. E quindi, godiamocela tutta.