Orlando Manfredi in “From Orlando to Santiago” – l’intervista

manfrediE’ uscito il 23 gennaio scorso “From Orlando to Santiago”, secondo album di Orlando Manfredi aka Duemanosinistra, autore, musicista, attore teatrale.

Il progetto a tutto tondo (un album, uno spettacolo teatrale ed un libro) nasce dall’esperienza dell’aver percorso il Camino di Santiago di Compostela, e quindi dal desiderio di testimonianza di quell’esperienza.

Intervista a cura di E. Joshin Galani

E’ un piacere sedersi ad ascoltare il disco non trovando precedenze sulla qualità dei brani, e riuscire a godersi ogni traccia del raffinato cantautore dai timbri vocali che si adagiano comodamente nelle diverse espressioni musicali che corrono nel disco.

Abbiamo incontrato Orlando Manfredi, cantautore, attore e drammaturgo, qualche giorno fa, mentre si prepara il suo concerto milanese al 75 Beat il prossimo mercoledi 11 marzo.

Già l’anno scorso mi parlavi del tuo progetto, che è ora, finalmente, pronto per la presentazione al pubblico. Il tuo nuovo lavoro “From Orlando to Santiago”. Che valenza ha avuto per te questo pellegrinaggio?

Mi è difficile separare il mio pellegrinaggio da from Orlando to Santiago, dal progetto artistico che lo ha generato. E forse in questa sede non è neanche giusto farlo. Dunque per me è stato una rivoluzione: il progetto, il cammino, il disco – tutto. Da questa esperienza – un viaggio, uno spettacolo, un disco – credo d’aver trovato davvero la mia, e solo, mia cifra d’autore e performativa. Questa consapevolezza ripaga di tutto, comunque vadano le cose. E’ un po’ come quando capita di guardarsi allo specchio e di chiedersi “ma io chi sono?”. Beh, ora lo so.

Un viaggio di questo tipo richiede un bagaglio leggero in ogni senso. Cosa ti sei riportato a casa , nello zaino interiore, al ritorno?

Mi ci vorrebbero ore per rispondere. Dal punto di vista complessivo, al termine di un’esperienza così ti senti spalancato come una foglia al vento e forte come una roccia. E penso che questo possa valere per molti pellegrini, se non per tutti.
Dal punto di vista artistico e professionale (anche se suona strano, per me si è trattato di lavoro), è stata l’esperienza più eccitante e terrorizzante della mia vita, perché il mio pellegrinaggio è stato anomalo fin dalle sue premesse: dovevo essere un pellegrino ma anche un artista, una specie di storyteller contemporaneo. Il mio compito era quello di trasformare un’esperienza spirituale e sociale in un’esperienza artistica e condividerla, raccontarla, reportarla a tutti i livelli e, nel caso delle canzoni, trasfigurarla. Dovevo essere una spugna: assorbire tutto e scodellarlo in rete, in tempo reale, mettendoci la faccia. Il mio feed back quasi quotidiano poteva consistere nel video di una canzone (suonata così come viene viene) o un embrione di canzone, in un’intervista, in un articolo, in un post, un tweet. Dipendeva dalle circostanze e dalle energie residue. Una bomba insomma. Al punto tale, che è stato difficile da gestire e da metabolizzare tutto questo al ritorno. Forse per questo ho deciso di scrivere pure una specie di libro in merito: il bisogno di liberarmi fino in fondo di un’esperienza così totalizzante.
Infine, dal punto di vista strettamente personale, mi sono portato a casa un particolare sentimento di fiducia, di complicità con il futuro che prima non avevo per niente.

Nel tuo percorso da “pellegrino” c’è stato anche un “varco musicale pubblico” dove ti sei esibito o è stato un percorso esclusivamente intimo e personale?

Non avrei potuto passare inosservato con quella chitarrina nera con sopra scritto “this machine does not kill anyone” imbracata allo zaino. Gli altri pellegrini mi guardavano con affetto e simpatia. Si sono affezionati molto a “nuova grammatica” e a “will machine”. E’ capitato che me le chiedessero. Poi ho fatto un po’ d’incontri musicali. Ad un certo punto lungo il Cammino correva voce d’un fantomatico mandolinista, probabimente mitteleuropeo, coi baffetti alla Schnitzler. Ci siamo incontrati in mezzo al nulla in un delle poche stazioni di posta della meseta. Solo che il mitteleuropeo si chiamava Pierpaolo Pontarollo, ed era di Bassano del Grappa . Un musicista straordinario. Da quel momento abbiamo fatto qualche jam e registrato una versione per chitarra e mandolino di “Nuova grammatica”. Lo sento e vedo ancora. Andate ad ascoltare i suoi Waterproof e Terabona e rimarrete stesi.

Sei nato l’8 dicembre, giorno dell’Immacolata Concezione e giorno del risveglio per i Buddhisti, qual è la tua visione in merito alla spiritualità?

L’unica cosa certa è che al momento non aderisco ad alcuna confessione – non sopporto la mancanza d’ironia delle religioni. Ultimamente sono rimasto affascinato dalla pratica dell’esicasmo. L’esicasmo è una formula, una preghiera, una specie di mantra ma non prescritto. Tu devi trovare le tue parole, le parole che attivano la tua ecologia dello spirito, coniugarle alla tua giornata, al tuo respiro e infine al mondo. E’ chiaro che queste parole difficilmente potranno essere, che ne so: “ti voglio spalmare tutta di Nutella”. O anche sì, chi lo sa. Se può servire. Detto questo, la mia visione della spiritualità è disordinata, sofferta, contraddittoria e opaca. E del resto oggigiorno ogni cosa può essere investita di spiritualità. Siamo in epoca di spiritualizzazione pervasiva e anche un po’ fatua. E io ne sono completamente complice, anche se cerco di rimanere critico.

Il tuo progetto porta il nome curioso di “Duemanosinistra”, (immagino sia la domanda che ti facciano più frequentemente), può sembrare un uso sconnesso di due manualità, identiche, però la mano sinistra è anche simbolicamente quella del cuore e della gioia.

L’idea del nome parte dalla maldestrezza, quella particolare maldestrezza o inadeguatezza legata ai talenti e alla loro difficile espressione nel mondo. Quel dono particolare che ti rende speciale ma anche un po’ freak. Questo sotto sotto conferma la tua intuizione.

Ora Duemanosinistra è il nome della backing band, mentre io sono tornato ad essere semplicemente Orlando Manfredi. Una volta dividevo la mia vita professionale tra musica e teatro, tenendo separati gli ambiti e finendo per essere Orlando Manfredi per i teatranti e Duemanosinistra per i musicisti. Poi però la mia strada degli ultimi anni è andata sempre di più contaminando musica, teatro e canzoni e dunque mi è sembrato assurdo continuare a nascondermi dietro a un nome fittizio.

Hai realizzato un album dove troviamo un raffinato stile cantautorale poprock e in alcuni brani, come capita nei viaggi, s’incontrano percorsi e sentieri diversi. Il tuo album si apre con “attaccavano un’acciuga”, stilisticamente un intro da canto popolare perché questa scelta? Si presta alla versione teatrale del progetto?

In realtà questo canto l’avevo scritto proprio in occasione di uno spettacolo teatrale dal titolo Fortunata, prodotto da Santibriganti Teatro, compagnia italiana storica di corso ventennale. Il tema era quello della terra e del mondo contadino. Ho deciso di ri-adattarlo e di recuperarlo come prologo di questo disco che è esso stesso un viaggio. Come a dire che altri percorsi ci sono stati dalla terra al mare e ritorno. E’ il ricongiungimento di un viaggio contemporaneo (il Cammino di Santiago come viene vissuto oggi) alle rotte millenarie dei nostri avi.

La produzione di “From Orlando to Santiago” è di Gigi Giancursi, ci vuoi parlare di questa collaborazione e degli ospiti?

Ho l’impressione d’aver condiviso moltissimo con Gigi. Che abbia capito le istanze profonde di questo disco e ne abbia rispettato i motivi personali. Ha aderito con entusiasmo al concept del disco, ha suonato tracce di chitarra bellissime, ha scritto arrangiamenti e soprattutto ha tirato fuori la musica dove non c’era. La vaghezza di felicità e pienezza che si respira in queste tracce deriva per metà dai miei contenuti e per l’altra metà dal suo intuito musicale. Accanto a Gigi in regia, a titolo di co-produttore artistico c’era Gianni Condina, guru dei suoni, già con Subsonica, Linea77 e altri. Quando cado dalla sedia riascoltando la botta di alcuni brani, mi ricordo di Gianni.
La scelta degli ospiti risponde unicamente al talento superiore degli interessati e naturalmente a quella chimica che rende vividi certi incontri. Sono Matteo De Simone dei Nadàr Solo, Fabrizio Cammarata e i Fratelli Mancuso.

“Telefono casa” punto di partenza del viaggio e quello che ti sei lasciato alle spalle. E’ anche la canzone che hai scelto per il primo video di presentazione dell’album..

Ho scelto questo brano perché da qui è nato “from Orlando to Santiago”. E’ la canzone che mi ha letteralmente sbattuto in Cammino, a calci in culo. C’è molto di me ma c’è anche – spero – il ritratto di una generazione in apnea, per sempre in attesa dell’età adulta.
Il videoclip è del giovane regista e media director Paolo Bartoli. La sua credibilità e i miei trascorsi teatrali ci hanno consentito d’avere sul set un cast d’attori coi fiocchi.

Un altro cambio di panorama, rispetto allo stile musicale di tutto il lavoro, lo troviamo in “Dracula sulla strada”, vocalmente recitato e musicalmente con una matrice elettro-beat e bluebeat anni 60; “di tutti ho sete” frase finale che sembra riassumere un’urgenza estrema del nutrimento che arriva dagli altri.

Sì la canzone “Dracula sulla strada” è una specie di sguardo retrospettivo alla mia esperienza sul Cammino. Mi sono sentito una specie di Dracula dell’esperienza: costantemente assetato di storie, d’incontri, d’ispirazione. Dunque ho immaginato il personaggio di Dracula sulla strada che incontra le persone che ho incontrato, ascolta quelle storie, vede quei luoghi e incontra perfino me.

Altra diversione la troviamo in “Will Machine” dove lo spazio è per un rock in lingua inglese.

L’inglese è la lingua franca del Cammino. Tutti lo parlano, insieme ad un mix di mille altre lingue. Ho scritto in inglese nel momento cui ho sentito che dovevo esprimere qualcosa di terribilmente semplice, elementare, convinto del fatto che l’italiano mi avrebbe portato a censurarmi o a sofisticare. Ho detto della mia chitarrina bonsai. Beh, quello strumentino fragile era la mia macchina del Desiderio – il desiderio concreto e presente di ogni giorno: scrivere canzoni durante il mio cammino. Era ciò che teneva in vita il mio progetto, capisci? Dunque ho tradotto questo desiderio in “will” e la chitarra è diventata “will machine”. Poi quando Fabrizio Cammarata – performer immenso – mi ha data la sua disponibilità a cantarla con me in una specie di duetto, mi sono definitivamente convinto che doveva rimanere in inglese.

Hai voglia di raccontarci di “Fulgida Stella”?

Esattamente sopra il Cammino di Santiago, corre la Via Lattea, che anticamente i pellegrini utilizzavano per orientarsi e trovare la direzione verso la città santa. La stella è quindi un riferimento importantissimo,che si carica di significati mistici. Per me è una canzone di perdita. Tutti ci si possono riconoscere. Perdere qualcosa o qualcuno che non ci sono e non ci saranno più e sentirne ancora la presenza, proprio come una stella brilla per noi quaggiù, anche se spenta milioni di anni luce fa.
Il tocco di Grazia è dato dai Fratelli Mancuso, al saz baglama, una specie di liuto turco e soprattutto alla voce sul final del pezzo. La loro inflessione antica a contatto con la parola “Anima” è potentissima.

Qual è l’ispirazione per i testo di “Radice”?

Questa è stata una delle ultime canzoni composte. Già di ritorno dal viaggio. E’ ispirata all’Homo Radix di Tiziano Fratus, un libro, un pensiero e un sito di questo scrittore-cercatore di alberi. Dedica la sua vita alla ricerca degli alberi secolari, alla loro catalogazione ma soprattutto all’ispirazione che sprigionano. Io ho calato l’immagine della radice nel mondo dei legami sentimentali, perché ognuno di noi ha la propria donna-radice o il proprio uomo-radice. Confesso che non volevo inserirla perché, per i miei canoni, appariva troppo “normale”. Ne parlai a Gianni Condina che si limitò a dire: «vedi che non capisci proprio un cazzo? E’ la cosa migliore che tu abbia mai scritto».

Cosa ci dici sulla trasognata “Avenida”?

Avenida è letteralmente la via, la strada. E’ il pezzo centrale del disco. Qui si racconta l’epica del viaggio e il rimorso o la nostaglia di qualcosa che non abbiamo (“il nodo alla vita”) che ci richiama alla strada.

Chi ti accompagnerà nei live? Come cambia la presentazione di “From Orlando to Santiago” in teatro?

Qui a Milano mi accompagna la line up al completo di Duemanosinistra: Elvis D’Elia alla batteria e percussioni, Stefano Micari al basso e mandolino, Andrea Pagliardi alle tastiere e samples. Veri compagni di strada, oltre che grandi musicisti. Il concerto è più tirato e miscela brani vecchi e nuovi, mentre nello spettacolo ci sono solo le canzoni di from Orlando to Santiago e mi prendo più responsabilità d’attore. E soprattutto racconto una storia (la mia): il cammino d’un cantautore per sconfiggere la Crisi Globale con le canzoni. Lo spettatore segue l’intero svolgimento del viaggio fino a Santiago tra suoni, incontri, luoghi e canzoni. E’ un vero e proprio spettacolo crossmediale tra soundscapes, installazioni video (opera di quel mago di Max Viale dei Gatto Ciliegia vs il Grande Freddo) Spero tanto di poter tornare a Milano prestissimo anche con lo spettacolo, magari proprio al 75 Beat!