Nadàr Solo “Diversamente come?”: L’intervista

nadar-solo-color9Sabato sera, dieci e trenta al Cox 18, davanti all’ingresso pennellato dei disegni dello street -artist Blu fa meno freddo del solito. Stiamo per incontrare i Nadàr Solo, a Milano per presentare live l’ultimo lavoro, “Diversamente Come?”, pubblicato il 29 gennaio per l’etichetta Massive/Arts/Self. Ci accoglie Matteo De Simone, voce e basso di questo progetto che vede anche il coinvolgimento di Federico Puttilli (chitarra e cori) e Alessio Sanfilippo (batteria e cori); e vede la partecipazione di Pierpaolo Capovilla, compositore e musicista raffinato e irruente de “Il Teatro degli Orrori” e dei “One Dimensional Man”. 

Partiamo da “Il vento”. E partiamo da Don Chisciotte, “che non sa più con chi combattere”. Terzo pezzo dell’album, “Diversamente come?”, “Il vento” è stato scritto insieme a Pierpaolo Capovilla, ed è sintesi delle vostre intenzioni poetiche, ho letto.La parola chiave è immobilità, resa nella immagine di un vento che non vuole più soffiare, “e io –dite- non saprei cosa fare”. Sembra essere la resa peggiore possibile. Adattarsi al nulla, non agire ma “essere agiti”, significa perdere a tavolino l’eterna lotta tra noi, capaci in quanto esseri umani di fare e di creare, e il caso, burattinaio che ci smonta e ci trascina senza logica. E’ questo il rischio che avvertite nel nostro tempo? Sì. Quella del vento è una metafora semplice, immediata, fondata sull’immagine di una forza della natura che smettendo di soffiare mette al rischio la vita stessa. E’ il simbolo di un sentimento collettivo, che deriva dallo stallo politico e anche psicologico di una società che si sente immobile, che ha la sensazione che qualunque cosa si tenti di intraprendere sia una fatica enorme. E’ comprensibile: in un tempo dominato dall’economia di mercato se non c’è offerta la ricerca del lavoro diventa ovviamente un dramma. Da adolescenti eravamo instabili bohémien per vocazione. Oggi, da adulti, lo siamo diventati per costrizione. Per me l’idea è che bisogna provarci comunque, ma non c’è dubbio che quello che vedo intorno è soprattutto apatia. I giovani non credono più in quello che fanno, non spingono quando agiscono per costruirsi il futuro. Tutto questo sta nella metafora del vento che ha smesso di soffiare.

Altro pezzo molto interessante è “Le case senza le porte”,  racconto di un amore che non occorre stia “negli infissi migliori”, ma al contrario si nutre (si deve nutrire) di intensità e bellezza. A pensarci si tratta di un tema già molto esplorato, nelle arti. Sicuramente dagli anni 70, quando si sentiva l’urgenza di rivendicare il diritto ad essere felici, contro l’apparenza di ruoli preconfezionati dalla società. Il fatto è che nella vostra canzone non avverto tanto un senso di rivendicazione, ma piuttosto la stanchezza: “forse mi illudo di essere forte di poter dominare la morte”. Pensando anche al titolo dell’album, come si riesce, secondo voi, ad essere “diversi”? In effetti “Il vento” e “Le case senza porte” sono i pezzi madre del disco, perché non si concentrano su vicende intime, ma tentano l’esplorazione di sentimenti più universali. L’idea di “Le case senza porte” era quella di provare a descrivere con parole semplici l’amore, anche come moto puro, lontano dai ruoli tipici della società borghese. Ci siamo chiesti quale fosse il suo significato, e cioè se fosse qualcosa che pensa o no a proteggerti. In effetti l’amore ti può proteggere, ma una casa che si isola è anche una casa che ha paura di quello che c’è fuori, mentre invece una casa dove ciascuno può entrare, una casa senza porte, è un riparo sicuro per chiunque, è il ritorno verso di qualcosa di puro, e questo ritorno è ancora un’esigenza.

Il vostro sound è fatto di chitarre, che urlano dietro ai vetri della rabbia quando è in punto d’esplosione, ma anche dei violoncelli di ballate come “Solo perso”. Fate finta che il rock non sia stato mai inventato. In che genere vi muovereste per esprimere la vostra poetica? Matteo: E’ da un po’ di tempo che, contrariamente a quella che è stata tutta la mia vita di ascoltatore musicale, sono affascinato dal cantautorato. Artisti come De André, ma anche Battisti, o tra i contemporanei Brunori Sas, o l’amico Andrea Appino, che riesce a raccontare il nostro tempo in maniera molto bella, mi interessano molto. Alessio: Sicuramente qualcosa che abbia la stessa forza del rock. Facciamo reggae! Federico: io andrei su Keith Jarrett, se non posso scegliere il folk.

Ultima domanda: Come nascono le vostre composizioni? Di solito ognuno scrive singolarmente, e poi in una fase successiva i pezzi, portati in sala, vengono arrangiati insieme. A volte ci è capitato di rivedere la struttura del pezzo fino all’ultimo tempo utile prima di registrarlo. Per esempio, è capitato con “La ballata del giorno dopo”, cambiata appena sei ore prima di essere incisa.

Buon ascolto! 

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Margherita D’Andrea