Mau Mau, 8000 km – l’intervista

Mau Mau _phMGlowIl 6 maggio è la data che ha segnato il ritorno dei Mau Mau, dopo ben dieci anni dall’ultimo lavoro “Dea”, con il loro nuovissimo album “8000 Km”, titolo che racchiude più o meno la lunghezza del perimetro dell’Italia e che vuole rappresentare un viaggio per la nostra nazione, sia dal punto di vista culturale che musicale.

Egle Taccia ha avuto il piacere di incontrarli a Milano e di scambiare quattro chiacchiere con loro sul nuovo progetto della band.

Che Italia ci raccontate in questi “8000 km”?

E’ un’Italia a cui si arriva dopo aver fatto tanti chilometri in altri posti del mondo, soprattutto per gli interessi, la musica, le influenze che abbiamo preso. Con “8000 Km” volevamo un po’ concentrarci sull’unione, il nord, il sud, le contraddizioni che ci sono ancora dopo più di 150 anni dall’unità d’Italia. Da allora ad adesso, a partire dai mari, dalle coste, continua ad esserci una divisione abbastanza chiara e visibile su quello che è il primo mondo e il terzo mondo all’interno del nostro Paese. Quindi tante contraddizioni, ma anche tante cose belle.

Il nostro album è, se vogliamo, una dichiarazione d’amore per l’Italia, come Paese e come insieme di popoli, dato che storicamente siamo tanti popoli diversi, tante lingue diverse. Abbiamo inserito in un pezzo, in “Moira”, una parte cantata in napoletano, non a caso. Il fatto di sottolineare queste contraddizioni ovviamente pesca anche dal marcio che c’è, perché questo Paese ha una doppia faccia, una che è bellissima e che è data principalmente non tanto dagli umani, ma quanto più dalla natura, dal paesaggio, dai luoghi e dalla storia dei luoghi e un’altra faccia che è esattamente all’opposto e che è data dalla faccia scura di un Paese alla deriva, dove i soldi non è che non ci sono, ma sono concentrati nelle mani di pochi, un po’ come accade in tutto il mondo e chi non li ha è costretto a rosicare tantissimo, sempre di più. Quindi se una volta le lotte per i diritti erano relegate a certi ambienti, adesso i diritti calpestati sono un po’ di tutti e noi su questo paesaggio, soprattutto con la title track “8000 km”, volgiamo uno sguardo misto di amore e amarezza messe insieme.

Questo titolo mi ha fatto pensare a un furgone e a un tour. È un disco che è nato nei vostri giri in Italia e per il mondo?

Io direi di no, nel senso che viene dopo dieci anni dall’uscita dell’ultimo album che si intitolava “Dea”. Questo nuovo album ovviamente è figlio di tanti concerti tenuti nel frattempo, perché i Mau Mau non hanno mai smesso di suonare dal vivo. Però più che vita in furgone, sono state esperienze di vita e di musica parallele a quelle strettamente intese dei Mau Mau, che nel frattempo esistevano, perché non ci siamo mai sciolti, ma in una forma più nascosta, un pochettino più sotto traccia. Il viaggiare continuamente per questo Paese ti fa scoprire delle cose incredibili. A me è capitato un giorno di fare dalla mattina alla sera 25 Km a piedi a Torino, che è la mia città, e di scoprire delle cose che non avevo mai visto pur essendo passato a piedi in luoghi che conoscevo passandoci in macchina o con i mezzi. Quindi questa lentezza, questa necessità di vedere le cose con un occhio che non è soltanto traguardato su un orizzonte, ma anche sul dettaglio di quello che ti sta succedendo in quel momento, di quello che vedi, è foriero e ti può dare delle grandi soddisfazioni, perché scopri dei mondi in un mondo che credevi già di conoscere.

Anche musicalmente ho visto che è un viaggio per le nostre tradizioni sonore. Inizia come un film di Sergio Leone, con questo primo brano molto da colonna sonora e poi si dirama in varie sperimentazioni. Quali sono i generi che vi hanno ispirato in questo lavoro?

Anche esteticamente il suono, i timbri, sono qualcosa che è legato a questa appartenenza italiana. Se prima, nei primi lavori, eravamo così attenti e catturati dall’esotismo dell’altro mondo, dopo tutta questa esperienza abbiamo creduto molto nel nostro linguaggio di fusione e quindi, come tu hai ben fatto notare, bastano quattro o cinque note di “friscaletto” siciliano, che è quello strumento a cui facevi riferimento, che ti fa subito venire in mente l’idea di Sergio Leone, di questi paesaggi sconfinati. Ce li abbiamo, sono degli strumenti semplicissimi, primitivi, che però inseriti dentro un contesto sono allo stesso tempo primitivi e contemporanei. Noi pensiamo che il nostro linguaggio sia estremamente contemporaneo, esprime anche una sorta di classicità, che è fatta di strumenti tradizionalissimi, quindi non così sottoposti a deviazioni di sonorità dell’ultimo momento ed è quello che abbiamo cercato di fare. Quindi naturalmente dentro questo linguaggio, siamo certi che possa entrare di tutto, una distorsione di un megafono, un friscaletto, ma ancora i classici strumenti dell’orchestra come i tromboni e i violini, che noi usiamo in chiave popolare, e i tamburi a cornice delle tarante, delle tarantelle e delle tammuriate. Spesso abbiamo giocato su questa dualità, perché noi del nord abbiamo visto con grande invidia la forza della musica popolare del sud anche se per metà io sono salentino, quindi naturalmente ho visto dalla prima fila il revival che è accaduto negli ultimi vent’anni su alcuni generi musicali. Questo è il linguaggio, primitivo e contemporaneo insieme. Poi naturalmente noi tutto questo riusciamo a trasformarlo, a dimostrarlo e a rinnovarlo ogni volta che c’è un concerto e anche per noi questa è stata una delle molle che continuano naturalmente a far vivere la nostra musica e a rinnovarla con nuove canzoni.

Mi ha colpito molto leggere che, tra i tantissimi vostri concerti in giro per il mondo, avete tenuto un concerto in Iraq. Come si approccia una band italiana con un pubblico di questo tipo?

Bisogna anche contestualizzare il momento storico. L’Iraq che abbiamo visto noi non è stato quello così falcidiato e bistrattato dalla storia di tutti questi 10-15 anni. Stiamo parlando di qualcosa come quasi duecentomila morti, di alcune città completamente esplose. Credo che non sia più quello che naturalmente abbiamo vissuto noi. Quello fu naturalmente un viaggio bellissimo, che ci ha permesso di andare a latitudini e conoscere culture che qui assolutamente non arrivavano, quando ci siamo andati noi nella metà degli anni ’90. Al di là del forte caldo che faceva sciogliere pure i cavi degli strumenti, è stata ancora una volta la prova che la musica che facevamo e la musica che stavamo facendo era assolutamente intergenerazionale ma anche interculturale, proprio perché tu prendi in mano lo strumento e fai con la tua voce quello che è fisico e concreto in quel momento. Quindi naturalmente ho dei ricordi meravigliosi, così come di molti altri viaggi, ad esempio quello fatto tra Betlemme e l’università di Bir Zeit in Palestina, dove forse purtroppo le cose non sono cambiate rispetto a quello che abbiamo visto noi, cioè c’è un popolo che continua a soffrire per un altro che sta prevaricandolo.

È da un periodo che noto uno strano cambiamento nella musica italiana. Prima c’era il pop da una parte e la musica indipendente/alternativa dall’altra. Dall’inizio di quest’anno sembra che i due campi si stiano confondendo. Cosa sta succedendo secondo voi?

Io non riesco a classificarlo, nel senso che so come inserire il nostro percorso nel mondo musicale italiano e vedo che abbiamo sempre lavorato con una grande onestà nella convinzione delle proposte musicali, cioè abbiamo sempre pensato di fare della musica che ritenevamo necessaria esprimere, tempo fa esattamente come adesso, non a caso abbiamo atteso dieci anni prima di fare uscire un altro album, che molti mi dicono essere più fresco e più contemporaneo rispetto al precedente.

Il mondo che ci gira intorno e la scena musicale sono molto frammentati, c’è un pubblico molto legato all’hip-hop nostrano nel quale mediamente non mi riconosco molto, mentre ho molti più interessi e affezioni rispetto all’hip-hop francese oltre che ovviamente a quello americano. Non riesco a definire un avvicinamento verso il pop dei gruppi indie o viceversa, perché comunque ognuno ha la sua storia, ho visto e sentito delle cose molto interessanti come Iosonouncane che non so dove collocare, se indie che va verso il pop o viceversa, però lo trovo una delle cose più interessanti che ho ascoltato di recente.

Cosa dobbiamo aspettarci da questi nuovi live?

I Mau Mau sono sempre stati un gruppo che ha lavorato sui contenuti dei testi, quindi si cerca sempre di mandare dei messaggi, però è difficile che ci siano dei testi sole, cuore, amore. I live invece hanno un leitmotiv che è quello di essere molto dinamici e coinvolgenti e lo stiamo verificando dai concerti che abbiamo ripreso a fare presentando “8000 Km”, dove non facciamo stare ferme le persone, al limite qualcuno se ne va via, ma quelli che rimangono si muovono abbondantemente e ritengo che l’energia di un concerto ovviamente passi attraverso parecchi canali, che non sono quanto uno salta o tiene su le mani. Nello stesso tempo ai concerti dei Mau Mau si suda abbastanza, nonostante sembra che sia passato del tempo e quella forza lì prescinde dal calendario e dalla carta d’identità.