MasCara: la vita somiglia ad una scacchiera – l’intervista

lucantonio mascaraAbbiamo intervistato Lucantonio Fusaro, voce, chitarra e autore dei testi dei MasCara, giovane e determinata band della provincia di Varese. Ci ha raccontato del ruolo della musica nella sua vita, delle scelte stilistiche ed espressive compiute nell’ultimo disco, Lupi, e di quella volta che ha incontrato Edda…

 

 

di Eleonora Montesanti

 

Incominciamo proprio dall’inizio: Lucantonio, qual è stato il momento in cui hai capito che la musica avrebbe avuto un ruolo fondamentale nella tua vita?
Credo nel momento in cui sono andato al mio primo concerto, non quello estivo in piazza con mamma e papà per intenderci, bensì quello dove sono andato cosciente di cosa stessi andando a vedere e sentire, ma anche con una certa dose di incertezza. Lo ricordo ancora: Klaxons + Disco Drive. Da lì ho capito che quella cosa la dovevo fare anche io, dopo anni di ascolti sempre più accurati che mi hanno indirizzato verso la musica indipendente. Per quanto tempo la chiameremo ancora così?

I MasCara sono una band nata e cresciuta nella provincia di Varese. Cosa significa, al giorno d’oggi, vivere e fare musica in un paese di provincia? E, soprattutto, quanto la vostra urgenza comunicativa e il vostro modo potente e disperato di affrontarla ha a che fare con il vostro luogo d’origine?
Dalla provincia ci sono un po’ scappato, nel senso che ho notato che non c’era modo di comunicare con altre realtà: molto spesso le band del mio paese vivevano ancora in una sorta di bolla “anni Novanta”, non avevano recensioni, live che uscissero dalla solita cerchia di localini di zona o il miraggio che Varese fosse l’unico polo grande oltre a Milano in cui ritagliarsi lo spazio. Ecco, avevo così timore di rimanere bloccato che abbiamo subito deciso che quella non era la strada. Avevo quindi individuato il mondo e le riviste a cui rivolgermi, i locali e cosa davvero valesse oltre alle chiacchiere o la finta fama che spesso si alimenta nelle piccole città: diventare la band del quartierino non mi è mai interessato. Non che questo atteggiamento non avesse lati oscuri, anzi, la diffidenza locale poi si percepiva, ma conosco il mio valore. Se una persona mi conosce lo sa che non sono un arrivista, né uno a cui piace misurarsi il pisello con gli altri – perdonate il colore della metafora. Quindi l’urgenza era distinguersi e allo stesso tempo fare quello che avevamo in testa al meglio. Siamo finiti a lavorare con Matteo Cantaluppi da subito proprio per non avere riferimenti qui. Andare a Milano dove le cose sembravano difficili ma quantomeno vive e molto serie: questo è stato il primo motore di tutto, e quindi l’evasione era qualcosa che ricadeva nel suono e nelle canzoni. Non sono un amante delle storie di provincia quindi la prendo come una suggestione, non come il racconto di un microcosmo.

Lupi è il vostro secondo LP e rappresenta l’incontro tra la profondità emozionale del cantautorato di stampo italico e la dirompenza delle sonorità new wave tipiche dell’Inghilterra degli anni ’70 – ’80. Quest’incontro crea un senso di forte rabbia, disperazione, cupezza – ma mai di arrendevolezza – che fa da sfondo alla paura di perdere il controllo sulle proprie emozioni. Credi che la musica possa avere un ruolo terapeutico nell’affrontare gli imprevisti e le sfide che la vita ci pone di fronte, per imparare a difendersi da soli?
L’interrogativo è corretto ed è anche la paura che ho dovuto affrontare nella stesura delle liriche di questo disco. Sono una persona determinata, ma la soglia tra la cocciutaggine e la determinazione è assai labile, capire quando si sta forzando la mano e quando invece si sta solo tenendo il controllo è dura. Idem per le paure, quanto sono inconsce e quanto sono reali. La new wave ha un rapporto stretto con la tensione, i bassi sono sempre in prima linea, come qualcosa che tiene a bada le urla. Ma è tuttavia una scusa nel nostro caso, è un colore più evidente sulla tavolozza. Non esaurisce il tutto ne spiega molte delle scelte stilistiche. Anni ottanta, anni settanta, duemila, credo sia tutto un rimescolo delle carte, trovare qualche via laterale ad un discorso già scritto abbondantemente. Non siamo i Diaframma o i Litfiba o quantomeno non abbiamo cercato i loro suoni, abbiamo preso i nostri umori e li abbiamo esplosi tra suoni elettronici e caldi suoni analogici. La pienezza che si sente è dovuto al fatto che io sono un po’ pomposo, lo si vede anche ora mentre scrivo ( du palle), c’è la voglia di stratificare, di esprimere tutto. “Less is more” si dice, giusto? Solo che io non ci credo troppo. Sbaglio probabilmente. Trovo che oguno ha dei codici e deve solo imparare ad accettarlo. Trovo che la Cappella Sistina sia piena così piena da non sapere da dove partire, ma è questa sua pienezza a darmi l’emozione che cerco. Qualcosa di immenso. Una bellezza che quasi ti schiaccia. Ecco anche in questo, l’aver paura di essere schiacciati dalla propria personalità è un’altro tema che è rientrato nelle canzoni. I due protagonisti sono due modi due approcci al dolore. Fuga e riflessione. Dolore e Distruzione. Non esiste un giusto o sbagliato. Esiste la propria personalità da accettare.
Ormai è un mantra che mi ripeto: forse la vita è qualcosa simile ad una scacchiera, ora il difficile è accettare e sapere quale pedina si è. Se il destino ti dice che sei un pedone, puoi comunque vincere la tua partita, ma le mosse sono quelle del pedone. Due passi alla prima mossa uno nei successivi. Dannarsi perché non si è una torre è rovinarsi la vita e perdere. Affinare la prpria personalità sta nel riconoscere il proprio ruolo e muoversi come il miglior pedone sul tavolo, o il miglior cavallo. Poi c’è chi è destinato ad essere la mano sulla scacchiera.

Lupi è un concept album in cui ci sono due protagonisti, Isaac e Laica, i quali affrontano un percorso di crescita che all’inizio è condiviso, ma che finisce per separarli, a causa del loro differente approccio ai sentimenti, alle paure e all’autocontrollo. Tu ti senti più Isaac o più Laica? Per quale motivo?
Diciamo che sono due aspetti della mia personalità: sono io e nello stesso tempo non lo sono. In alcuni momenti Isaac è vicinissimo, l’impotenza è uno stato a cui spesso ho dovuto far fronte (e qui il doppio senso potrebbe giocarmi una serie di sfavori indicibili, ma ormai l’ho scritto), sia in ambito musicale che nella vita di tutti i giorni. Quel momento dove capisci che non dipende da te. Poi però c’è la spregiudicatezza di Laica che è un altro lato della mia personalità. Loro sono così affilati nei loro difetti e pregi da averli, per fortuna, staccati dalla mia persona. Fossero più sfumati ed in un unico essere sarebbe troppo simile alla verità. Ed io non devo sempre raccontare la verità.

Sempre a proposito del connubio tra new wave e cantautorato, quali sono le influenze culturali (musicali, letterarie, storiche, sociali, …) che vi hanno accompagnati durante il concepimento di Lupi?
Se per il precedente Tutti Usciamo Di Casa avevo preso buona parte del cantautorato nostrano e l’avevo digerito, per Lupi l’approccio è stato molto distante, non volevo più arroccarmi. Per fare un esempio, quando iniziai il meglio che potevi sentire liricamente erano le canzoni di Bianconi, se volevi essere fresco e allo stesso tempo con un’aura che prendesse spunto dal passato. Pur ispirandomi al suo modo, l’ho tenuto lontano. Molto lontano, anni luce. O nasci Francesco Bianconi o soccombi come una copia mal riuscita. Le sue intuizioni sono sue, uniche. Quindi sono andato in un’altra direzione. A me piacciono i miti, i racconti, le storie e questo a volte fa risultare quello che scrivo, molto limitato. Ovvero che si ha l’impressione che non si poteva dire di più per mancanza di spazio ma ci sarebbe altro da dire. Un limite questo, ma è anche una forza. Lascia, alla lunga, la voglia di mettere in moto il cervello e andare a scavare ancora. In un momento così frenetico è l’approccio più rischioso, e per qualcuno può solo risultare qualcosa di troppo elaborato. Ma le canzoni sono come le case. Devono piacere a tutti, ma se poni l’obiettivo più in alto, allora stai giocando una partita più pericolosa. Non riesco a mollare così tanto l’aspetto artistico della faccenda. Cioè che non deve piacere per forza a tutti, ma a molti sì. Una sfida lanciata alla sensibilità delle persone.

mascara

Se, invece, buttiamo un occhio sul presente, quali sono gli artisti – sia italiani sia internazionali – che ti piacciono di più?
Direi Edda su tutti. Quest’anno è stato proprio tutto suo per il mio cuore. Ho suonato con lui e si è apertu un mondo sui suoi lavori solisti. Quindi emozioni fatte di coltelli e carne che ti insozza l’anima. Davvero il massimo. Poi mi piace molto Porcelain Rift (italiani all’estero), mi è piacuto il lavoro dei News For Lulu. Quest’anno non è uscito tantissimo secondo me con un ascendente forte sulla mia persona, quindi mi limito a questo, ma di band e progetti ce ne sono tantissimi che influenzano a piene mani quello che faccio. Ho sentito anche Bianco al Miami e mi è piaciuto, ma i cantuautori li ho un po’ tenuti da parte. Vallo a capire il perché.

Quanto è importante la dimensione live? Cosa rappresenta per te il palcoscenico?
Il live è qualcosa di liberatorio, è il momento dove le energie diventano materia tangibile. Io ormai sono una mina vagante: danni, microfoni che si staccano, aste spaccate. Diventa il momento dove posso liberarmi completamente, dove sorridere e dimenarsi. La sensazione che provi quando i suoni ti avvolgono è poco traducibile. Io lo percepisco fisicamente. Finché pensi sia la prova del nove, sbagli atteggiamento. Il live è un rito ed è unico ogni volta anche se si lo replichi. Ti riporta esattamente da dove sei partito, cioè dalla creazione, è come riproporre quella scintilla, mostrare di cosa è fatto, come si è mostrato e trasformato nelle mani dei musicisti.

Come cambia, secondo te, il ruolo dell’artista nell’era di internet?
L’illusione l’ha fatta da padrone, nel senso che è venuto meno un certo senso del limite, ma è anche stato un buon respiro per la creatività tutta questa liquidità portata da internet. La parte illusoria però è ancora la più pericolosa. La corsa ai like, l’ingigantire cose minuscole. Tutto questo aspetto andrebbe scardinato. Giorno dopo giorno, incontro dopo incontro. Non siamo una somma di numeri (so che sembra una cosa da chi i numeri non li ha, ed allora gira il discorso), no, io lo credo fermamente. Perché, come ho già risposto, se facciamo tutti canzoni e basta, io sono consapevole dell’importanza di far arrivare a tutti quello che si fa. Ma torna il discorso del consumo, allora sto facendo prodotti. Con i MasCara non faccio prodotti. Non ne hanno i connotati, abbiamo sempre fatto scelte pericolose economicamente e strategicamente parlando, cose che riguardavano solo una cosa. La bellezza e la cura di quello che facciamo. Il resto è dovuto al fatto che devo, ahimè, confrontarmi con lo stato delle cose, con i pensieri e i meccanismi di una sorta di mercato. Che mercato poi non è. Una canzone resta attaccata all’anima, scandisce un tempo, parte della vita. Le emozioni non hanno un metro di misura, né un limite. La grandezza di molti uomini è stata nell’unire queste cose, ma è destino. Beck non mi da l’impressione di essere uno che si calcola i minuti in cui far arrivare un ritornello. Io dallo scrivere canzoni me ne sto bello nel mio orto e idem per tutto quello che riguarda internet. Se ha un potenziale positivo va spremuto per ottenere vino. Non per produrre migliai di cocacole.

Cosa c’è nel futuro più immediato dei MasCara?
In primis è che ho in mente di aiutare qualche band promettente della zona, dalla provincia sono scappato e ora ritorno, qualcosa l’ho capita, non tutto ma qualcosa sì e posso mettere qualcuno nella condizione di non commettere errori e perdere tempo, in più mi diverto a lavorare sui suoni senza l’ansia di lavorare troppo vicino alle mie di considerazioni. Per i MasCara invece si preannuncia un autunno di scrittura ed un inverno di definizione. Spero in primavera di rientrare in studio, dopo una meritata vacanza e il cuore pieno di una nuova sfida.

Come ti vedi, invece, da qui a dieci anni?
Me lo dirà la vita, un pronostico così a lungo termine assomiglia più ad un sogno che a qualcosa di concreto. Spero felice e senza rimorsi. Forse una buona regina sulla scacchiera.