Majakovich: il terzetto umbro si racconta

majakovichI Majakovich, terzetto umbro che si identifica in un rock nostrano e possente, si raccontano: iniziando dalla loro nascita nel 2006, passando per il loro esordio in lingua inglese, il viaggio negli USA fianco a fianco con gli Afterhours, le influenze e le ispirazioni, fino ad arrivare al loro secondo lavoro (il primo in italiano) “Il primo disco era meglio”, uscito il 21 aprile scorso.

di Eleonora Montesanti

Iniziamo da una domanda “semplice”. Majakovich, chi siete (e perché vi chiamate così)? Com’è iniziato il vostro percorso artistico? Quando hai capito che essere musicista è ciò che vuoi fare nella vita?

Francesco Sciamannini: Majakovichè Francesco Sciamannini, Francesco Pinzaglia e Giovanni “giangi” Natalini. Non c’è un perché su Majakovich, non c’è necessariamente un perché per ogni cosa. Puoi vederci un nome proprio, il peso specifico della luna, e/o quello che ti pare. Riguardo all’ultima domanda, ancora non l’ho capito, e forse è questo il problema.

Il primo disco era meglio è il vostro secondo lavoro, nel quale scegliete di abbandonare l’inglese di Man is a political animal by nature a favore dell’italiano. Qual è la genesi di questo titolo così peculiare?

Giangi Natalini: Molte volte si pensa cervelloticamente a un titolo da dare ad un disco, altre volte nasce dal cazzeggio, altre ancora appellandosi alla genesi del genere umano! Lascio all’amato lettore l’ardua sentenza.

La volontà di scrivere testi in italiano vi costringe ad essere più diretti ed immediati, ma allo stesso tempo anche ad esporvi e mettervi a nudo di fronte agli ascoltatori. Quando e perché è nato questo tipo di urgenza comunicativa?

Francesco Sciamannini: C’è sempre stata l’urgenza di comunicare qualcosa, sia in lingua inglese, in lingua madre o solo strumentalmente. Credo sia alla base di qualsiasi azione umana. Nello specifico, questo disco è completamente in italiano per il semplice fatto che ci andava di farlo così. Dire quello che avevamo da dire nel modo più semplice possibile.

Il produttore artistico del vostro disco è Tommaso Colliva (Calibro 35, Muse). Come è stato lavorare con lui? Qual è majakovicl’insegnamento più grande che hai ricavato da questa collaborazione?

Giangi Natalini: Lavorare con Tommaso è stato molto naturale e molto stimolante. Un orecchio esterno al gruppo ti apre gli occhi e ti fa vedere da un altro punto di vista il tuo lavoro; il produttore diventa la quarta entità della band, colui che rema dalla tua stessa parte e che ti compensa dove ci sono delle mancanze. Da questa collaborazione, più che insegnamenti da trarre, direi che c’è stato un confronto molto positivo tra tutti noi che alla fine ha dato dei frutti molto importanti.

Ogni brano di Il primo disco era meglio è un episodio a se stante, sia dal punto di vista dei contenuti, sia da quello delle sonorità. Si va dalla delicatezza di Ufo e Prodezze, all’impatto devastante di Perché Francesco migliora e La verità (è che non la vuoi). Si può quindi dire che avete un approccio alla musica eterogeneo, lontano da ogni definizione di genere. Qual è, però, il file rouge, il “marchio Majakovich”, che riesce a rendere questo disco coerente?

Francesco Pinzaglia: Si può dire? Si può dire. Sicuramente che ci sia eterogeneità in ciò che facciamo è una cosa verissima, e se arriva in maniera prepotente è importante. Probabilmente il percorso fatto nell’episodio precedente aiuta l’ascoltatore a farsi un’idea più precisa di quello che è il nostro approccio compositivo. Ma pur condividendo questo punto, in realtà io questo disco lo vedo molto più compatto. Molto più attaccato ad un filone, ad un concetto finale ben preciso. Quindi, per questo, molto coerente. Sia nei suoni che nei testi mi sembra molto chiaro e ben distinguibile il ‘marchio’. Per questo non credo sia opportuno dare un input a chi lo ascolta. Anzi sarebbe bello che ognuno ci rivedesse un po’ quello che vuole al suo interno, che ognuno si costruisse un file rouge proprio, così da averne tanti differenti quante sono le persone che lo ascolteranno.

Ascoltando i brani che compongono Il primo disco era meglio ci si accorge subito di una forte presenza di affermazioni e poche domande: oltre al titolo stesso ce ne sono altre come Devo fare presto, Ho già deciso, Era meglio. Queste consapevolezze, queste prese di posizione affrontate di petto con sana arroganza e fermezza sono la vostra risposta ad un mondo che di certezze da offrire ne ha ben poche?

Francesco Sciamannini: Senza nulla togliere al fascino dell’arroganza, io personalmente non ce la vedo. Più che mai ci vedo presa di coscienza di quello che accade. Ci vedo la realtà delle cose, sia quelle che ci toccano da vicino, sia quelle che ci arrivano da lontano. Nei testi non c’è una risposta, c’è una visione personalissima della realtà. La nostra risposta la trovi su di un palco, mentre facciamo quello che ci piace fare, mentre sudiamo, mentre ci buttiamo tutta l’energia che abbiamo. Se proprio vuoi dare una risposta a quel mondo, fai qualcosa di bello.

Assistendo ad un vostro concerto si ha come la sensazione di trovarsi di fronte ad una schiera di musicisti, quando invece siete solamente in tre. Inoltre riuscite ad essere allo stesso tempo potenti, precisi, istintivi e viscerali, come se il palco fosse il vostro habitat naturale. Quanto è importante per voi la dimensione live?

Giangi Natalini: Direi che è la nostra priorità, il nostro habitat naturale e il nostro porto sicuro. La dimensione live è la realtà. Solo dalla dimensione live puoi dire se una band è valida o meno. Non si può essere una band solo su facebook o soundcloud. Il palco non mente mai.

Invece, quanto ritieni sia importante per un musicista andare a sentire altri concerti?

Francesco Sciamannini: Credo sia importante tanto quanto andare a suonare. Avere una visione, chiara, di come vanno le cose è fondamentale. Serve per l’autostima quando chi ti descrivono come un dio, in realtà non lo è. Serve a crescere e a prenderti a calci in bocca quando becchi qualcuno che è meglio di te. E sono tanti, da entrambe le parti.

Tra i dischi usciti in Italia negli ultimi mesi ce n’è qualcuno che ti ha particolarmente impressionato?

majakovichFrancesco Pinzaglia: Riguardo alle ‘ultime uscite’ italiche, se si possono considerare tali visto che sono datate 2013, mi son piaciuti un bel po’ “Per un passato migliore” dei Ministri, “War Tales” di Threelakes e “Raudo” dei Gazebo Penguins. Invece per quelle più recenti: “Anatomyak” dei Lucertolas, “In capo al mondo” degli Ex-Otago, “Prezzo speciale” di Deian e Lorsoglabro e “Veleno” di Godblesscomputers sono album veramente belli. Ma ci sono molte altre cose che mi sono piaciute parecchio in questi ultimi due anni, magari non tutti i dischi per intero, ma tipo Nicolò Carnesi, i L’amo, i Minnie’s, SinCos, e altri. Siamo in un periodo molto buono ultimamente a livello di uscite.

In generale quali sono le tue influenze musicali più significative?

Francesco Pinzaglia : Non ho un gruppo preferito. Probabilmente non l’ho mai avuto. Quindi la risposta migliore sarebbe: boh. Se proprio devo, visto che sono musicalmente figlio degli anni Novanta, potrei indicare un po’ tutto quello uscito in quella decade. Dai Fluxus, ai Karma, agli Scisma, agli Afterhours in Italia; dai Soundgarden, ai Jesus Lizard, ai Kyuss fino ad arrivare a tutto quello fatto da Mike Patton per quanto concerne l’estero.

Due anni e mezzo fa avete affrontato il “viaggio della vita” sulla Route 66 con gli Afterhours, nel quale avete assaporato come viene percepito il ruolo del musicista negli Stati Uniti. In breve, secondo la vostra esperienza, quali sono le differenze sostanziali rispetto all’Italia?

Giangi Natalini: Essendo stato diverse volte negli USA ed avendo suonato con una band americana posso affermare che fanno dei ragionamenti molto più lineari, più meritocratici: non ci sono mai dei “retropensieri”, non c’è razzismo musicale e quindi se vali come musicista o come band loro non fanno altro che apprezzarti per quello che sei e quello che suoni.

Fare il musicista nel nostro paese. Tanto bello quanto complicato. Il gioco vale la candela?

Francesco Pinzaglia: Assolutamente.

I Majakovich sono:

  • Francesco Sciamannini (voce, chitarra, piano)
  • Francesco Pinzaglia (basso, voce)
  • Giovanni “Giangi” Natalini (batterie)

La foto di copertina è di Giulio Mazzi. Tutte le altre sono di Adalpina Psyko.

A questo link trovate il photo + live report del loro concerto al 75 Beat di Milano del 2 maggio scorso