Luminal: passato, presente e futuro – l’intervista

Luminal -Amatoriale-ItaliaIn occasione del loro concerto al Filagosto abbiamo avuto la possibilità di scambiare quattro chiacchiere con Alessandra dei Luminal a proposito del passato, del loro Amatoriale Italia e del coraggio di essere se stessi.

di Eleonora Montesanti  

 

Raccontateci il vostro esordio nel mondo della musica e il motivo per cui avete scelto di chiamarvi proprio Luminal.

Il nome Luminal è legato ad una persona che ho conosciuto nella clinica psichiatrica dove era ricoverata mia madre quando avevo appena compiuto diciott’anni. Abbiamo passato un pomeriggio a parlare di malattie mentali, realtà, solitudine, e lui ad un certo punto mi disse che non poteva più uscire da quell’ospedale, ma io là fuori potevo e dovevo fare quello che volevo. La cosa più strana è che quel ricordo sta pian piano svanendo, se ne sta andando il suo sguardo, le parole esatte, la stretta delle sue mani, ricordo solo la grande forza e la grande carica esplosiva di quelle parole. I Luminal vengono da lì, ma forse stanno per diventare qualcos’altro.

Amatoriale Italia è il vostro terzo disco. E’ un disco molto diretto già a partire dal titolo, il quale racchiude in sé il ritratto sociale (e pornografico) del nostro Bel Paese. Anche dal punto di vista sonoro, rispetto agli album precedenti, siete molto più sporchi, sintetici, arrabbiati. Supponendo che le due cose siano collegate, da cosa scaturisce questo tipo di urgenza comunicativa?

Credo sia stata una delle cose più tristi e dolorose che abbiamo mai fatto. Parliamo di cose di cui parlano tutti, ma l’abbiamo fatto con quella precisione chirurgica che prima ti uccide, ma poi ti dà la possibilità di risolvere, di cambiare, di fare un passo in avanti, anche se tu dopo non sei più lo stesso. Dal punto di vista sonoro era la scelta migliore, la cornice perfetta per tutto quello che dovevamo dire. Anche lì c’è stato un cambiamento nella scelta degli strumenti, del suono e del modo di suonarli. La batteria è diventata la strumento fondamentale, il basso è tutto il rumore che c’è intorno. Vediamo se nel prossimo disco riusciamo a farli diventare una cosa sola.

Amatoriale Italia è anche una forte presa di posizione, poiché si caratterizza per l’ironia drammatica dei testi e per la volontà di denunciare ciò che ci avvelena l’esistenza e ci costringe a essere quello che non siamo. Ma soprattutto è una presa posizione perché è pieno di riferimenti precisi a persone o situazioni, insomma, non vi fate nessun problema a fare nomi e cognomi. Pensate che sia un atteggiamento efficace? A distanza di più di un anno dell’uscita del disco siete ancora felici di avere fatto questa scelta così coraggiosa? Si è rivelata controproducente, secondo voi?

Mi aspetto che chi faccia arte non si occupi di queste cose e non si faccia questi problemi. Comunque no, non c’è una parola o una nota che non sia stata scelta, voluta, e desiderata con il sangue.

In C’è vita oltre Rock.it cantate a gran voce la scena indipendente a me sembra un po’ dipendente. Com’è fare i musicisti in Italia oggi? Riuscite sempre ad essere voi stessi? Il gioco vale la candela?

Certo. E comunque grazie a Dio non viviamo negli anni ’30 e non sento parlare troppo spesso tedesco! Facciamo quello che vogliamo fare, cerchiamo di farlo sempre al meglio.

 

C’è qualcuno nella cosiddetta scena indipendente italiana – o anche fuori da questa definizione che potrebbe apparire un po’ forzata – che vi piace e ascoltate?

Mi piace moltissimo l’ultimo disco dei Bachi da pietra e quello della Fuzz Orchestra, adoro Bologna Violenta. Ho una vera e propria venerazione per Giovanni Truppi.

Il lavoro rende schiavi è il titolo di un vostro brano. Se non foste dei musicisti, che lavoro fareste?

La puttana (Carlo), la barbona (Alessandra), la regina (Alessandro).

Chi scrive i testi? In base a cosa decidete se a cantare un pezzo sarà Carlo o Alessandra?

Chi canta scrive. Non abbiamo mai deciso prima chi dei due avrebbe dovuto cantare. Ci sono stati un paio di episodi nei vecchi dischi in cui ci siamo scambiati dei pezzi (il testo de Il Fiume è mio, quello de L’uomo bicentenario è di Carlo) ma per il resto è tutto molto semplice. La maggior parte dei pezzi nascono a casa voce e chitarra, alcuni sono nati in sala da un’idea di basso o di batteria. Decidiamo il senso del disco, decidiamo cosa vogliamo dire e come lo vogliamo dire e tutto il resto viene abbastanza naturale.

Si potrebbe fare un parallelismo tra Credi di essere un hipster ma in realtà è solo che tuo padre è ricco (tratta dalla vostra Carlo vs. Il giovane hipster) e Sabato in barca a vela e lunedì al Leoncavallo, l’alternativo è il tuo papà (da Sui giovani d’oggi ci scatarro su, scritta dagli Afterhours nel 1996): nell’arco di quasi un ventennio è evidente l’atteggiamento di ostentare una certa alternatività fasulla è ancora ben presente nella realtà delle giovani (ma neanche troppo) generazioni…

Non è un atteggiamento delle giovani generazioni, è un atteggiamento degli italiani, che da contadini che erano sono diventati piccolo borghesi senza mai entrare davvero nell’era moderna. Siamo un popolo che da povero si è arricchito e poi si è di nuovo impoverito ma che in ogni caso non ha nessuna intenzione di cambiare. Alla fine, perché dovremmo? Le nostre madri ci hanno convinto che siamo la cosa più importante e speciale del mondo solo per il fatto di essere nati, con il nostro stipendio ci compriamo tutto quello che serve per essere mostrato ai nostri amici, che preferiamo sceglierci inferiori a noi, siamo prudenti da fare schifo, non ci mettiamo mai a studiare, non cerchiamo mai di imparare da chi è migliore di noi, vogliamo avere successo senza saper fare nulla, non ammettiamo di aver sbagliato perché tanto le nostre famiglie o la loro voce che ci portiamo in testa ci daranno sempre ragione su tutto. E chi non è fatto così di solito o scappa dall’Italia o impazzisce in breve tempo in un pozzo di rancore, presunzione e paranoia.

Amatoriale Italia non parla solo della scena indipendente, ma di quello che ha sempre accomunato tutta l’Italia tranne in brevissimi momenti storici: l’assenza di sforzo.

A proposito di Afterhours, è fresca di quest’anno la vostra personalissima versione di Elymania, una canzone storica della band, contenuta nella riedizione di Hai paura del buio?; in un paio di occasioni avete duettato e inoltre lo scorso 28 luglio al Rock in Roma avete aperto il loro concerto. Come è nata la vostra collaborazione? L’avreste mai detto?

La collaborazione con gli Afterhours è stata una cosa bella e inaspettata. Siamo nati e cresciuti con le loro canzoni, apprezzando enormemente anche il modo che hanno di fare le cose, dentro e oltre la musica. Tutto è nato perché il nostro produttore (Daniele ilmafio Tortora) stava lavorando con loro al disco, abbiamo fatto una provino, sapendo che sarebbe stato molto improbabile finirci dentro, ma a loro è piaciuto molto e ci siamo ritrovati lì. E no, non l’avremmo mai detto.

 

 

Cosa c’è nel futuro dei Luminal?

Non c’è nulla al mondo che vorrei sapere di più in questo momento.

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