Lo stato sociale: lavoro che non c’è allo Sziget Festival – intervista

lo stato socialeRiparte il tour de Lo Stato Sociale, dal titolo “Gran Fenomeni, il celeberrimo ultimo tour de Lo Stato Sociale”. Si preannuncia già un nuovo tour da record, che vedrà la band salire su palchi molto noti a livello nazionale e non, infatti sono stati scelti per rappresentare l’Italia allo Sziget Festival di Budapest.

Ho incontrato Alberto Guidetti ed abbiamo fatto una lunga chiacchierata, parlando del tour, di progetti futuri e del lavoro che non c’è.

di Egle Taccia

Quest’anno per voi è stato a dir poco grandioso. Qual è il ricordo più bello di questa avventura de L’Italia Peggiore?

Ce ne sono tante di cose bellissime che ci sono successe, è difficile distinguere una cosa dall’altra. Più che una ce ne sono tre. Di sicuro c’è Sherwood, il festival, edizione dell’anno scorso, durante il tour estivo, che è stata una cosa delirante. E’ stato bellissimo, era la terza volta che partecipavamo, c’erano 7.000 persone, poi con i compagni di Sherwood, siamo in ottimi rapporti. E’ stato davvero bellissimo. Messe tutte insieme le tre date bolognesi al Locomotiv, sono state una mazzata, farlo in casa è sempre più difficile!! Poi Carroponte qualche giorno fa, per questo nuovo tour è stato un bell’inizio, erano 4.400 davanti, insomma c’era abbastanza gente (ride).

Avete suonato tanto anche all’estero. C’è differenza nel modo di approcciarsi al live nelle altre nazioni?

Sai che ovviamente, essendo una band italiana, abbiamo anche all’estero un pubblico di riferimento prevalentemente italiano,          quindi alcune dinamiche sono molto simili, altre diverse. La differenza la fa il rapporto con i locali ed anche con i tecnici dei locali. C’è un modo sempre molto strutturato e professionale di rapportarsi alle band, chiunque esse siano. Noi eravamo per loro degli ipernessuno, come i Foxhound ed il Pan Del Diavolo, non siamo band internazionali, siamo degli scappati di casa in quel caso. Lungi da me comparare col profilo tecnico italiano, perché ci sono persone in gambissima e persone che non hanno voglia di fare un cazzo qui in Italia, come all’estero. Però tutte le volte c’è sempre stata una disponibilità ed una pazienza ed un riuscire a capire che siamo comunque tutti lì per lavorare e che l’imprevisto è dietro l’angolo, che veramente raramente ho trovato così spiccato e marcato in Italia.

È difficile gestire il successo? Cosa vi aiuta a restare coi piedi per terra, nonostante un sold out dietro l’altro?

Sai, io credo che sia una questione di approccio mentale. Io finisco di fare il mio concerto, sto coi fan, mi piace, faccio casino con loro, bevo un drink con loro. Quando torno a casa la mia vita non cambia particolarmente, sono un privilegiato, faccio questo lavoro e mi dà tanto, però continuo ad andare al bar di sempre con gli amici, faccio i kilometri con la bicicletta, perché ho la passione. Non devi gestire niente, devi semplicemente fare quello che facevi prima, scordandoti di quello che fai in tour, perché ovviamente è una vita parallela.

Rock in Roma e Sziget Festival. Quale dei due palchi vi emoziona di più e perché?

Farò del campanilismo becero, però Rock in Roma. Lo Sziget bello, figata, siamo nel pomeriggio, il palco degli italiani, è bello perché vai all’estero, è un po’ una gita, però cavolo, suonare con Capa al Rock in Roma neanche di spalla, perché è concerto completo il nostro, concerto completo il suo. Ci siamo fatti il filo per una vita, ci hanno richiesti, siamo riusciti a metterla insieme, previsione di una decina di mila persone davanti, insomma mi viene la cagarella adesso.

Vi emozionate ancora?

Si, sempre. Il giorno che non ci emozioniamo, che smettiamo di divertirci, smettiamo di fare Lo Stato Sociale. La nostra idea è sempre quella. È l’unico modo che abbiamo per passarcela bene e divertirci; se dovesse crollare questa cosa, facciamo crollare la band senza rimorsi.

Com’è un concerto de Lo Stato Sociale visto dal palco?

Mah, un casino, nel senso che la speranza è che vada sempre tutto liscio. Diciamo che il 90% delle volte va tutto liscio, perché giriamo con dei tecnici, delle persone, sia sul palco che giù, che sono di una professionalità e di un’umanità unica e siamo riusciti a costruire in questi anni un feeling molto solido. Quello che ti ho detto sulla band, vale per loro. Il giorno in cui non si troveranno più bene, per qualsiasi motivo, ci sarà grande libertà di andare e venire. Quello che succede sul palco è sempre difficile da spiegare fuori. Se ti si rompe una spia, se stai suonando male perché è difficile rimanere concentrati in alcune situazioni. Se uno sbaglia un attacco te la devi mettere via rapidamente, non puoi dire come in sala prove “ohi rega dai, per bene”. Devi fare tutto quanto in modo che le persone continuino a ricevere il massimo dell’energia disponibile e non si accorgano che ci sono dei problemi sul palco. C’è qualcuno che spettacolarizza, come il monitor buttato giù da Alberto dei Verdena, piuttosto che altri impazzimenti di altre band, noi tendiamo a fare l’esatto contrario, camuffare il più possibile, far vedere che è sempre lo spettacolo che domina, non è mai l’imprevisto in maniera negativa. Se qualcuno inciampa sul palco e fa ridere, è chiaro che ci marci sopra, ma per il resto cerchiamo di avere una dinamica il più possibile proattiva, cercare di far finta di niente e al contempo lavorare col nostro team per risolvere i problemi.

Jovanotti ha consigliato ai giovani, incontrati nelle università, di lavorare gratis per fare esperienza. Qual è la vostra opinione al riguardo?

Ho un’opinione piuttosto ampia sia sull’argomento in sé, sia su come sono state strumentalizzate le parole di Lorenzo. Ovviamente prenderla così è una frase brutta, antipatica e fuori luogo dato il periodo storico. Sono andato a guardare l’intervento, che è disponibile su youtube, ed in realtà stava raccontando cose molto diverse, non mi è mai sembrato uno che potesse dire una cosa del genere ed effettivamente non stava raccontando quella frase lì. L’ha detta all’interno di un macro discorso che andava da tutt’altra parte. Questo a sua discolpa.

Va detto che ovviamente, dato che sei nel 2015, davanti a tante persone che non vedono l’ora che tu faccia la pipì fuori dal vaso, dire una frase del genere è pericoloso come è successo ai Nobraino, che hanno fatto una battuta veramente molto infelice e bastava correggerla con una frase in più per farla venire fuori come una roba bella e poi è chiaro che purtroppo il circo mediatico non vede l’ora di sbranarti, romperti le palle e dire che sei una merda, perché è molto più facile dire che sei una merda quando fai un errore, piuttosto che stare lì a fare analisi di costanti su come mai Salvini prende ancora milioni di voti, o come mai il Jobs Act fa schifo o come mai la buona scuola è una roba ridicola. Finchè per queste cose se ne occupano i grandi pensatori, sono tutti contenti. Poi arriva il Jovanotti e il Nobraino di turno e siamo tutti fenomeni a giudicare, i famosi due pesi e due misure. Questo mi dà sempre una grande angoscia. Tanto è vero che ogni volta che faccio un’intervista, io sono quello della band che se ne carica di più, faccio il 90% delle interviste, sto sempre molto attento e me le vado a rileggere tutte, perché se no vado fuori di testa. E’ chiaro che una frase del genere non puoi dirla, non puoi pensarla vagamente, dilla con altre parole, usa una metafora più ampia, di’ una cosa più vaga, più brutta, magari meno di effetto. In effetti Lorenzo ha un po’ sbagliato a metterla giù così, perché era evidente che quella la tagli prima, la tagli dopo e la fai diventare un caso. Il problema è reale, i giovani dalla mia generazione alle precedenti e forse anche qualcosa di più, vivono il dramma di un’offerta di lavoro, che distrugge il mercato del lavoro stesso. Essere costretti a lavorare gratis è un male moderno, quando mi sono diplomato all’istituto tecnico, potevo andare a lavorare in 7-8 posti. E’ chiaro che c’è il contratto di apprendistato, è già una porta, in apprendistato ti pagano, ti dà una sicurezza per due tre anni e non è poco due anni o tre anni quando ne hai 22 o 25 o 27, sono tanti anni se ci pensi. Sul nostro fan club (io sono molto attento al piccolo fan club che abbiamo su facebook), prima dell’inizio di Expo era nata questa discussione sul lavorare gratis o meno. Lungi da me intervenire in maniera paternalistica, perché evito sempre, anche se la tendenza quando arrivi ad una certa età è quella lì davanti ai più giovani, però quando leggevo che “faccio esperienza, faccio esperienza a Milano, in mezzo agli stranieri, va bene se non mi pagano”, pensavo no, che non va bene. Il lavoro è dignitoso nel momento in cui hai in cambio anche dei soldi, che faranno schifo quanto ci pare, ma è importante veder riconosciuto il valore del proprio lavoro. L’uscita di Lorenzo, quindi, è stata purtroppo abusata dagli alligatori, perché ne siamo pieni, dall’altro lato abbastanza infelice, perché comunque bisogna essere più maliziosi del malizioso.

Che poi c’è da dire che non siamo in America, perché lì magari quell’esperienza ha un peso differente nella ricerca di lavoro…

Sai che siamo in Italia, in America o altrove, credo che il lavoro vada minimamente retribuito. Andare a lavorare gratis non può esistere. Pensa che una ragazza che conosco lavora da Mc Donald’s, dove girano i miliardi, e lei lavora con i voucher. Questo è il dramma del mercato del lavoro in Italia, riuscire ad avere la sensibilità è importante.

Dopo il tour cosa dobbiamo aspettarci da voi?

Il tour finisce nominalmente a metà settembre, così finalmente vado in vacanza (ride). Abbiamo annunciato due-tre giorni fa il vero ultimo concerto che si terrà il 21 novembre al PalaDozza qui a Bologna, in cui salutiamo tutti per un pochino, almeno per un anno e mezzo circa. L’anno prossimo abbiamo un paio di cose a livello di persone singole finalmente, abbiamo tutti delle grandi passioni tra la musica, la scrittura, il teatro, gli impegni sulla ricerca. Ci sono tante cose in ballo nelle nostre teste, ma abbiamo bisogno di prendere le distanze da Lo Stato Sociale, ci rendiamo conto che è un’esperienza totalizzante, sono quattro anni circa che siamo in tour ininterrottamente, per quanto ci piaccia e ci faccia stare bene, abbiamo bisogno di darci un fermo, per sei mesi non pensarci, andare al bar con gli amici senza parlare del tour, ma tornare ad essere Alberto, Alberto, Lodo, Enrico e Francesco. E poi da metà dell’anno prossimo, cominceremo a pensare al nuovo disco. Abbiamo tante idee, ancora niente di definito, ma tante tante idee.