Le piscine terminali, tra l’ineluttabile e l’implausibile – intervista a Enrico Gabrielli

Le piscine terminali è il primo libro di Enrico Gabrielli, che conosciamo bene per essere uno dei più importanti polistrumentisti e compositori italiani. Abbiamo fatto una lunga chiacchierata con lui per saperne di più su questa raccolta di racconti di fantascienza e sulla sua attività di scrittore. Naturalmente ne è uscito molto, molto di più.

 

 

di Eleonora Montesanti 

 

Caro Enrico, questa è la nostra terza intervista insieme (la prima con L’Orchestrina di Molto Agevole e la seconda con 19’40”) e, ogni volta, dopo essermi sorpresa del tuo eclettismo, trattiamo un argomento nuovo e differente dal resto del tuo percorso artistico. Questa volta parliamo de Le piscine terminali, il tuo primo libro, una raccolta di diciassette racconti di fantascienza. Prima di entrare nel merito di quest’ultimo, però, voglio farti una domanda che riguarda te: come riesci ad unire in te tanti progetti così diversi tra loro? E, più in generale, cosa significa per te essere un artista?

Ancora non ho capito cos’è per me un artista. Potrei andare ad esclusione: non è un ruolo che ha a che fare con i doveri sociali in senso stretto e non è una persona necessariamente chiamata ad essere produttiva. Poi l’artista potrebbe essere uno che si occupa di intrattenimento e nel caso specifico del musicista è facile da individuare quando è così, perché il focus della propria musica diventa fondamentalmente il plauso altrui. Non necessariamente un artista deve essere anarchico e non necessariamente l’artista deve essere integrato (non c’è niente di più sciagurato del “genio compreso”). Potrebbe non essere né romanticamente disperato e né un disadattato e potrebbe anche (perché no?) non occuparsi di arte. I veri artisti come i veri poeti sono anche persone spesso ignare di esserlo. Una cosa è certa: pronunciare la parola “artista” mi dà molto meno fastidio che dire “professionista” e visto che non mi schifa per nulla ne parlo volentieri a vanvera. Come in questo caso.
Personalmente non ho nessun problema a fare di tutto un po’. Ognuno di noi ha un concetto diverso di limite e tante sono le battaglie perse contro gli steccati. Alcune persone con questa guerra perenne ci hanno fatto pace, altre, come me probabilmente, no. È probabile che i miei limiti siano molto delineati e ancor più probabile che si vedano da fuori come i pali di una porta di un campo di calcio. Ma finché non sono io a vederli, procedo.

 

Le piscine terminali è un titolo che, non so bene perché, contiene una certa inquietudine inconscia. Sarà che ho paura dell’acqua, ma non fatico a immaginare le piscine come un luogo ameno. Cosa significa per te? Perché l’hai scelto?

Termine delle cose, terminale, stazione terminale, Terminator, impianto termale sono tutte cose che mi ronzavano in testa prima di definire il titolo. I racconti terminano quasi tutti male, con un cosiddetto switching ending e spesso per via di un cambio di prospettiva o di direzione (ah cari vecchi Twilight Zone). Per trovare un contenitore astratto che contenesse una certa naturale tendenza all’ineluttabile, mi è venuta in mente l’immagine di una piscina dove si è costretti a nuotare in senso unico: uno spazio di nuoto artificiale concepita come una di quelle stazioni dove i treni arrivano su un binario morto. Niente di rassicurante. Tra l’altro anche io non so nuotare.

Non so se hai visto Black Mirror, una serie TV inglese ad argomento fantascientifico, che analizza in maniera molto schietta e angosciante un futuro neanche troppo lontano in cui la nostra società è sempre più schiava della tecnologia. Il tuo libro me l’ha ricordata, perché pur trattandosi di una raccolta antologica, i diciassette racconti seguono un fil rouge basato su questo tema. La cosa più interessante, però, è che – come in Black Mirror – ogni racconto è a sé stante, come a farci intendere che ogni minimo aspetto della nostra vita, dal più intimo al più superfluo, non è al sicuro. Hai paura che i tuoi racconti possano diventare realtà?

La fantascienza moderna, per quel che vale la mia esperienza di lettore, ha un desiderio di interpretare il presente prossimo. Questa tendenza contemporanea va di pari passo con l’idea (del tutto recente) di essere convinti di come andranno le cose nei prossimi anni. Molta cinematografia fantascientifica recente gioca sulla plausibilità (Interstellar, Gravity, The Arrival, Moon, per citare i più celebri) e Black Mirror è perfettamente inserita in questo filone di indagine. Asimov parlava di psicostoria, come scienza statistica in grado di prevedere il futuro, in atto durante l’epoca in cui sono ambientati i libri del ciclo della Galassia: per una scienza del genere un manager, una social-press-agency o uno qualsiasi dei tanti nuovi mestieri nati in seno alla rete, farebbero carte false. Uno dei beni più preziosi per l’economia digitale è la previsione dei nostri gusti in fatto di abiti, musica e cibo: e su questa gabbia ormai ci sguazziamo. Grazie alle fake news inoltre, potremo prevedere da casa una comoda Apocalisse. Tutta questa certezza sul futuro prossimo è una novità tipica del nostro tempo. Penso che ormai è evidente questa rinuncia a scandagliare Orizzonti Lontanissimi per concentrarci sui prossimi trent’anni; la convinzione di sapere come andrà a finire, ci fa stare bene. Le nostre mire sono al massimo andare su Marte: negli anni cinquanta e sessanta invece non facevano altro che parlare del nostro futuro nello colonie (ad esempio) Extra Mondo.
Ne “Le piscine terminali” non c’è mai un gran profetare e sono molto pochi i racconti in cui si parla di tecnologia, come invece accade in Black Mirror: credo che i futuri (se di questo si parla) siano molto più simili ai deragliamenti storici paralleli di Brazil, e nell’implausibilità trovo la possibile realizzazione del germe di una certezza storica.

 

Più in generale, com’è la tua relazione con la tecnologia?

Mi fa letteralmente terrore. Riesco a sentirmi in colpa ogni volta che apro il coperchio del computer e provo un sottile piacere, come aver fatto una buona azione, nel mantenere il mio Nokia di plastica con i tasti in rilievo.
Non c’è alcun motivo, lo so, ma per ovviare all’eccessivo utilizzo del mio scarsissimo device a volte lo tolgo dalla tavola e lo metto in un punto lontano dalla mia vista.
Credo di potermi definire un “vegetariano tecnologico” lievemente tecnofobo. Ripeto: non c’è nessuna questione ideologica dietro, è piuttosto un’impressione di disagio che mi fa vedere le persone che incuneano i propri pensieri direttamente nei propri telefoni, senza filtro e senza senso. La gente che parla ad alta voce di fatti privatissimi in strada, con un auricolare ciondolante, ha inventato un nuovo concetto di “parlar da soli”, cosa che un tempo era considerata sintomo di psicosi; ovvero il primo passo sulla strada dei mattoni gialli che portava al manicomio.

 

Uno dei miei racconti preferiti è L’O-Twist. Ti va di raccontarci come è nato?

Sebastiano De Gennaro, uno dei miei più cari amici e imprescindibile sodale in 19’40’’ durante l’uscita del suo disco All My Robots andò all’istituto di Robotica di Genova. Lì incontrò ICub, un celebre robot made in Italy: si tratta di un piccolo robot ancora in fase di studio che simula reazioni e comportamenti di un bambino di 5 anni.
L’introduzione di un androide in casa è un fatto che potrebbe cambiare i parametri etici della massa, e magari potrebbero essere surrogati per un sacco di cose tipiche del menage domestico. Oltre alle cose ovvie come pulire, accudire, tagliare l’erba e fornire altri servizi, potrebbero lenire solitudini, prendere il posto delle badanti polacche, e diventare un essere contro cui sfogare tutta una rosa di frustrazioni inconfessabili. Un robot potrebbe essere soggetto a violenze di tutti i tipi ed essere perfettamente programmato a sopportarle. Un robot bambino potrebbe lui stesso diventare “legalmente” oggetto di scherno, volgarità e violenze represse. Ma fino a che punto la legalità ha a che fare con l’etica?

 

Tornando un attimo al tuo eclettismo, l’uscita del libro è stata accompagnata da tre booktrailer dipinti, animati e musicati da te. Inoltre, ogni racconto è accompagnato da un tuo disegno. Tutti questi valori aggiunti ti sono venuti spontanei?

Disegno da sempre, da quando ero un bambino ed è forse la prima delle cose con cui mi sono espresso per farmi comprendere dal mondo esterno. Non credo di essere particolarmente bravo, né particolarmente fantasioso, ma il bene più prezioso che mi dà il disegno è quando riesco a liberare un’immagine tratta dal mondo reale, e di restituirla su carta in forma di astrazione e di simboli.
Nel caso de “Le piscine terminali”, mi è venuto naturale pensare a questo libro come una specie di falso libro per ragazzi. Le illustrazioni completano e allo stesso tempo non si rendono indispensabili. Di sicuro è stato divertente lavorarci su.

 

Quali sono i cinque libri più importanti della tua vita?
Domanda capziosa; cercherò di rispondere senza tener conto del finale della frase “della tua vita”:
Lo Specchio nello Specchio – Michael Ende
Un amore – Dino Buzzati
Utopia Andata e Ritorno – Philip Dick
Gödel, Esher, Bach – Douglas Hofstadter
Don Quixote – Miguel de Cervantes

 

In questo libro hai un punto di vista che a tratti è visionario. Riesci a vedere anche il futuro dell’Enrico scrittore?
Sto addentando un romanzo su un protagonista che è un figlio d’arte, e sto collezionando un po’ di racconti noir, un paio validi e molti altri da cestinare. Per scrivere però serve una sedentarietà che consenta al viaggio mentale: andare in tour non è per nulla salutare alla scrittura.
In sostanza sto scrivendo. Lo faccio quasi tutti i santissimi giorni. E questo è già un futuro di per sé.

Tornando invece alla realtà concreta e rassicurante, quali sono i prossimi appuntamenti – letterari e musicali – in cui possiamo venirti a trovare?

Domenica 15 ottobre alle h18.30 presento “Le piscine terminali” all’interno del più importante festival di editoria fantascientifica in Italia: Stranimondi alla UESM Casa dei Giochi di Milano.
Al di là della mia presenza, merita assolutamente andare a fare un giro e toccare con mai lo status quo della fantascienza moderna nella nostra bella penisola post-rurale.
E il 3 novembre a Neive, dagli amici del Citabiunda.

 

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