Le interviste di Indiegeno Fest: Motta e “La fine dei vent’anni”

mottaDurante l’Indiegeno Fest di Tindari ho intervistato Francesco Motta, artista che con “La fine dei vent’anni” ha conquistato una grande fetta del pubblico indie e si è aggiudicato la targa Tenco “Opera Prima”. La chiacchierata ci ha portati a parlare dell’album, di come nascono le sue canzoni, di attimi in cui si viene folgorati e della nuova consapevolezza nello stare sul palco.

Questa fine dei vent’anni è così spaventosa come dicono?

No, per niente. Anzi pensavo di aver fatto capire che era abbastanza tranquilla, ma tutte le volte mi chiedono “è così brutto?” No, è bello, per me ora è bello. Certo se me lo chiedevi un anno fa, mentre scrivevo il disco, ti avrei risposto diversamente, ma, ora che lo risento, spero di aver messo anche tanta speranza. Parla sempre di disagio, ma non era mia intenzione farlo. Certo un po’ c’è.

Qual è il momento migliore per scrivere?

Nessuno. È difficilissimo scrivere. Una cosa che mi serve per scrivere è cercare di stare bene nel luogo in cui sto. La scrittura è principalmente legata al luogo. Nel periodo in cui stavo scrivendo il disco e stavo facendo le pre-produzioni, spesso andavo a Livorno a trovare i miei con la macchina carica di roba e montavo tutto in una casetta fuori casa loro. Montavo batterie, chitarre e quant’altro, però mi serviva almeno una settimana solo per accendere il computer. A parte tutto a me piace andare in giro, non è una cosa che mi stanca, però per scrivere devo stare fermo, non tanto, ma almeno cinque giorni. Ora è un po’ difficile farlo. Poi magari quando sono in giro prendo appunti, anzi mi ricordo che una frase di “Prima o poi ci passerà” la scrissi mentre stavo facendo un soundcheck col Pan del Diavolo due anni fa. Non è che ci sono momenti perfetti insomma, a volte c’è un qualcosa, non voglio parlare di intuizione, ma a volte il cervello va in una direzione, in un momento che sembra morto e magari viene fuori una frase da appuntare. Poi per mettere tutto in ordine ho bisogno di concentrazione, di disciplina e di lavoro.

Ti viene più semplice parlare di te e quindi guardarti dentro, oppure raccontare ciò che osservi?

Parlare di me. Volevo darti una risposta del tipo “amo raccontare quello che osservo”, il che è vero, ma in realtà inizialmente la faccenda è molto autoreferenziale.  È anche il modo in cui riesco a dire la verità. Il modo lo posso trovare solo se parlo delle cose che sento io.

È anche più difficile parlare di sé…

A volte ci si vergogna, ma laddove ci si vergogna vuol dire che, almeno nel mio caso, si tratta dei momenti che sono stati più appaganti, quindi sì è difficile.

Cosa ne pensi dell’esibizione di stasera con questo sfondo? Conoscevi già il festival?

Bellissimo! Ne avevo sentito parlare perché Giorgio il chitarrista c’era già stato. Bellissimo davvero, anche perché è la prima volta, finalmente, che suoniamo in Sicilia. Mio nonno è di origine siciliana, quindi ho qualcosa che mi lega a questa terra; poi Motta è il tipico cognome siciliano, quindi sono molto contento ed emozionato.

Sei contento anche di come sta andando il disco, immagino…

Non ci pensavamo, non avevamo aspettative, eravamo talmente dentro alla faccenda, che non potevamo perderci nel pensare a cosa avrebbero provato ascoltandolo.

Durante l’esibizione a Vasto per il Siren Festival in molti abbiamo avuto la sensazione che fossi felice e nello stesso tempo incredulo di tutta l’attenzione che si sta riversando su di te…

C’è da dire che ora ho trovato un altro modo di essere contento. Spesso anni fa per me il concerto era un momento difficile, perché non mi concentravo abbastanza sulle parole, non mi concentravo sul concerto e ultimamente invece mi sto accorgendo che mi concentro di più sulle parole. Poi sono circondato da musicisti veramente incredibili che creano questo materasso in cui io potrei cadere per terra e cadere bene sempre, quindi sarà anche per il fatto che sono in mezzo a loro, però ho veramente una tranquillità che forse non ho mai avuto.

Intervista a cura di Egle Taccia