La recensione domandata: There Will Be Blood e il loro “Horns”

There Will Be BloodLa recensione domandata oggi incontra i There Will Be Blood per parlare di “Horns”, loro ultimo lavoro ed episodio finale della trilogia del viaggiatore solitario.

In questa intervista, There Will Be Blood, ci parlano della scelta del titolo e dei molteplici significati di “Horns”, ci presentano alcuni dei pezzi più forti dell’album e alla fine, come da tradizione per la nostra rubrica, ci regalano la loro recensione sul disco.

Come mai avete scelto di intitolare l’album “Horns”

Il titolo HORNS e’ polivalente, mai prima d’ora avevamo trovato un titolo che con la sua semplicità potesse racchiudere cosi’ tante chiavi di lettura. Innanzitutto e’ una parola molto potente, una sillaba sola che viene dallo stomaco senza muovere le labbra, quasi un verso animale. Chi conosce i nostri lavori sa che finora abbiamo prodotto concept album che fanno parte di un’unica trilogia in cui il protagonista ha spesso a che fare con demoni ed il diavolo, il finale di tutta la trilogia culmina infatti con un momento in cui le corna sono protagoniste, simbolo di una consacrazione.

La parola HORNS però non appartiene solo alla simbologia demoniaca, se i demoni indossano le corna infatti, gli angeli suonano le trombe (che in inglese si chiamano sempre horns…)
La copertina dell’album HORNS è un’opera dal titolo Drive-In ed in primo piano ci sono delle automobili parcheggiate che assistono allo spettacolo, horns e’ anche la parola inglese per dire clacson.

Questo e’ il nostro primo album nel quale siamo riusciti a utilizzare degli ottoni (una tromba, un trombone e un sax) dopo averli sognati per molto tempo, in inglese ottoni si dice horns.

Il concetto stesso di corna poi e’ estremamente interessante per noi.
Nella nostra cultura rappresentano il maligno, ma in natura sono solo sulla testa di animali erbivori, come strumento di difesa principalmente, spesso addirittura per difendere i cuccioli. Incredibile poi pensare che per noi un uomo cornuto, con un bel paio di corna, è per definizione un uomo che ha pochissima fortuna con le donne, che ne aveva una ma se l’è lasciata rubare. Mentre nel mondo animale, il maschio con le corna più grandi è il migliore fra i suoi contendenti, quello che si accoppierà con tutte le femmine.
E non dimentichiamo poi che il gesto di fare le corna con le mani è sia un gesto scaramantico per scongiurare la sfortuna sia il simbolo globale del rock’n’roll.

Non e’ incredibile? Tutto questo dietro 5 lettere.

 

Ho letto che questo è un concept album che chiude la trilogia del viaggiatore solitario e che può considerarsi come il disco della sua agognata vendetta. Ci raccontate la sua storia?

Ci piace essere vaghi su questo. Preferiamo non svelare mai fino in fondo la storia del protagonista senza nome. E’ una storia fatta di immagini pulp, personaggi presi dai fumetti e dalle leggende popolari, avventure che potrebbero stare in un B-Movie cosi’ come in una di quelle vecchie fiabe spaventose.

Il tutto e’ tenuto assieme da un mood solido ma abbastanza delicato, fatto di musica e cose non dette ma suggerite.

Sonocciolare gli eventi della storia in una semplice sequenza cronologica snatura molto l’esperienza. Come quei film dell’orrore dove il mostro fa paura solo se non si vede.

Nella nostra trilogia trovano spazio tutte le mitologie tipiche del blues: la perdita dell’amore, la solitudine, il viaggio senza meta, la vendetta, l’inganno… Cosi’ come tutti i personaggi fantastici del cinema di genere e delle leggende popolari: il Diavolo, gli angeli, bambini posseduti, sciamani voodoo, sirene ammaliatrici, venditori di pozioni, preti, lupi orsi, serpenti, esseri millenari…

La storia ha uno svolgimento circolare, finisce esattamente dove ha avuto inizio, d’altronde quando si cerca vendetta contro il Diavolo difficilmente si ottiene qualcosa di diverso da un inganno.

L’origine delle disavventure del nostro protagonista e’ la rottura di una promessa che aveva fatto a se stesso. Come punizione perse tutto cio’ che amava, scagliando su di sè una maledizione: “wherever you go – There Will Be Blood” ovunque andrai scorrerà del sangue (rispettivamente titolo del nostro primo disco e nome della band); da lì ha inizio un lungo viaggio che lo porterà ad incontrare ogni tipo di sciagura e prodigio sino alla fine della trilogia, dove tutto ha paradossalmente inizio.

 

Cosa è cambiato nella band con quest’ultimo album?

Questa volta abbiamo cercato di allargare un po’ di più i confini entro i quali solitamente ci muoviamo. Noi 3 siamo sempre il fulcro musicale sul quale strutturiamo tutto, ma per spingerci un po’ più in là abbiamo chiamato professionisti esterni e amici fidati per darci una mano. E’ un lavoro più mirato sui suoni che sono stati ricercati per ogni singola canzone ancor prima di arrivare in studio, cercando di riprodurre quelle sfumature che avevamo in mente e definendo meglio le linee entro cui i pezzi avrebbero dovuto muoversi. In un secondo momento abbiamo coinvolto musicisti di altissimo livello, come Massimo Marcer che ha gestito ed arrangiato le partiture di Tromba, trombone e sax e come Marco Pandolfi, armonicista eccezionale e per l’occasione anche pianista nel nostro primo singolo (Undertow). Ancora una volta Andrea Cajelli della Sauna Recording Studio è riuscito a trattenere tutti i fili nelle sue esperte mani, aiutandoci a realizzare le nostre caotiche idee, e Mr.Henry (Enrico Mangione) ci ha supervisionato con i suoni delle chitarre e ha aggiunto qualche suono di synth.

Non tutto era scritto e deciso in precedenza, e la bellezza di registrare un disco sta sopratutto in quei momenti magici che non puoi prevedere, quando la creatività si rimette in moto, quando tutto sembra incastrarsi perfettamente, creando qualcosa di unico, dando vita a scenari e sonorità improbabili, insperati e bellissimi.

 

“Burn Your Halo” ci porta in un viaggio verso i suoni che hanno fatto la storia del rock/blues americano. Dove volete portarci esattamente?

Non ci siamo mai posti obiettivi particolari su dove o come volevamo spingerci nel futuro, stilisticamente parlando. Il Blues rimarrà per sempre come struttura fondamentale e pilastro portante di ciò che facciamo, è come il nostro personale Big bang da cui tutto ha inizio. Così è stato e così sarà per sempre. E’ da quello che partiamo poi per sviluppare le nostre idee, adattandole al nostro suond e al nostro stile.

In questo senso “Horns”, pur essendo l’ultimo album della trilogia concept, segna il punto di partenza  per quello che saremo in futuro.

“Burn Your Halo” e’ un pezzo semplice, con un riff che si ripete su se stesso, e una lirica ridotta all’osso, un tappeto potente e preciso, senza sbavature, che fa da terreno di gioco per l’improvvisazione esplosiva dell’armonica di Marco Pandolfi. Anche in questo pezzo si può leggere il nostro rapporto con il blues: e’ innegabile che arrivi da lì, ma allo stesso tempo non è semplicemente citazionista.

 

Qual è il fuoco che ha ispirato “Fire”?

La costruzione di Fire nasce da un semplice accordo, uno solo, con un ritmo di batteria travolgente. Dopo questa iniziale folgorazione abbiamo lavorato mesi per trovare una struttura che ci convincesse, per costruire un brano completo attorno a quella prima idea, ma fondamentalmente è sempre stato tutto lì. Volutamente in sala prove abbiamo sempre provato “Fire” nella sua versione più scarna, fatta solo di voce, chitarra e batteria, ma i fiati erano praticamente già nella nostra testa e ogni volta che la provavamo la suonavano come se ci fossero stati. E’ un pezzo che nasce dal funk, inutile non citare come ispirazioni il grande James Brown, the “Godfather of soul” con i suoi urli e le liriche serratissime oltre che Ike & Tina Turner con la loro energia incontenibile e ovviamente il solo ed unico Jimi Hendrix un nome sul quale pensiamo non ci sia bisogno di aggiungere nulla. Insomma volevamo un groove micidiale e dei fiati potenti come cannoni.

 

E adesso la provocazione che dà il nome alla rubrica: Se doveste scrivere la recensione del disco su cosa attirereste l’attenzione dei vostri ascoltatori?

Diremmo loro di lasciarsi andare, è un disco molto vario con il quale si può ballare, divertirsi ed abbandonarsi, immaginando paesaggi e frontiere mai esistite. Si può scuotere la testa, battere le mani, cantare e sognare di cavalcare in praterie immense. Racconta di demoni, viaggi nel tempo, battaglie, maledizioni, anime perse e ritrovate, scontri soprannaturali, visioni e leggende. Noi non scriviamo canzoni che parlano di quanto erano belle le ragazze chi ci hanno lasciato, o di quanto ci si sente soli d’estate nelle città moderne, la nostra musica non si può suonare con la chitarra davanti al falò in spiaggia e probabilmente non va bene come sottofondo per l’aperitivo del venerdì, ma ci sarà quella volta, quando andrete a correre, quando prenderete una strada diversa dal solito, e vorrete immaginare di essere da un’altra parte, protagonisti di un’avventura che nulla ha a che fare con le vostre giornate, un piede davanti all’altro fino a che vi faranno male la gola e le gambe, con l’adrenalina che vi pulsa nelle orecchie. Oppure una notte, al volante, su un’autostrada vuota, con le mani strette sul volante, ad oscillare il collo, protagonisti di un film mai sceneggiato, ma che state già interpretando. Il nostro disco non parla di noi, non parla di voi, non e’ il sottofondo perfetto per i nostri disagi o per la nostra straordinaria normalità. E’ la colonna sonora di un action movie che avreste voluto interpretare e per il quale sareste perfetti come protagonisti.

E poi… c’e’ il Blues.

Egle Taccia