Johnny Fishborn: perché ho scelto Soundreef – l’intervista

johnny fishbornAttraverso l’esperienza del cantautore torinese Johnny Fishborn vi raccontiamo cos’è Soundreef e come può diventare una valida alternativa alla SIAE nella gestione dei diritti musicali.

 

di Eleonora Montesanti

 

Soundreef è la società più avanzata ed efficiente in Europa per quanto riguarda la gestione dei diritti musicali; è nata in Inghilterra nel 2011 e si occupa della gestione e della ripartizione di royalties per conto di autori, editori ed etichette discografiche.
Come probabilmente tutti sanno, fino ad ora, ad occuparsi del diritto d’autore in Italia è stata la SIAE (Società Italiana Autori ed Editori), un ente pubblico che sin dalla fine del XIX secolo lavora in questo ambito imponendo un regime monopolistico, senza mai essersi evoluta e proprio per questa ragione non c’è mai stata nessuna possibilità di innovazione.
C’è una puntata di Report di più di dieci anni fa in cui questo argomento viene approfondito e sviscerato. Nonostante sia un po’ attempato, è ancora totalmente attuale. 

Finalmente, però,  grazie a Soundreef e alla sua volontà di garantire ai possessori di diritti completa trasparenza su come la loro musica viene usata e sulle royalties da loro guadagnate esiste un’alternativa valida e garantita alla SIAE.

Per ulteriori informazioni e dettagli vi rimandiamo al sito dell’azienda.

Proprio riguardo a quest’argomento interessante, ma forse un po’ complesso, abbiamo fatto quattro chiacchiere con il cantautore torinese Johnny Fishborn, il quale da maggio 2014 fa parte dei primi trenta artisti italiani che hanno deciso di intraprendere un percorso insieme a Soundreef, perché pensiamo che il punto di vista di un musicista sia la cosa più importante.


Johnny, tu sei uno dei primi musicisti che in Italia hanno scelto di affidarsi a Soundreef per quanto riguarda la tutela del diritto d’autore. Come sei venuto a conoscenza di questa realtà?

L’anno scorso, ad un incontro a Milano al Teatro Parenti, c’era un meeting sulla musica live, con Stefano Boeri, Manuel Agnelli e tanti altri esponenti della musica. Ho assistito ad un dibattito tra SIAE e Soundreef. Finito il tutto ho conosciuto Davide D’Atri, presidente nonché fondatore di questa Società. Fui colpito dal suo entusiasmo e dal grande coraggio. Ci tenemmo in contatto, e fino ad oggi collaboriamo.

Come ti trovi con Soundreef live? Quali sono i vantaggi più concreti per un musicista?

Attualmente con Soundreef per l’anno corrente, 2014, ho lavorato sulla distribuzione dei brani del mio nuovo album nei pubblici esercizi, centri commerciali, quindi musica di sottofondo. Io sono iscritto SIAE, per cui per entrare in Soundreef live per le norme SIAE ho dovuto aspettare un anno per il passaggio. Attualmente ho spedito un mandato di limitazione che mi consente di lavorare per i live di Soundreef dal 1 Gennaio 2015. Per cui lo scopriremo. Ma i presupposti sono buoni.

Consiglieresti ad altri artisti di iscriversi?

Assolutamente sì.


Partiamo dal presupposto che Soundreef sia una valida alternativa alla SIAE, la quale, col suo monopolio, ha soffocato per decenni ogni tipo di realtà alternativa riguardante la gestione del diritto d’autore, rendendolo un ambito molto arretrato rispetto al resto d’Europa. Cosa pensi che succederà in futuro?

Quello che potrebbe succedere e che mi auguro accada è che il sistema diventi libero dal Monopolio. Questo permetterà all’artista di scegliere quale servizio è migliore. Aumenterà di conseguenza la concorrenza, ma anche la qualità del servizio. Se Siae non si adegua, credo che ci penseranno gli artisti quando vedranno i reali frutti del sistema Soundreef. Il fatto che già esista il borderò online su Soundreef è un grande passo in avanti per artisti e addetti del settore.
SIAE, permettetemelo, sta ancora all’era della pietra, e non sembra intenzionata a muoversi. Allora credo che noi artisti dobbiamo essere i primi a volere questo cambiamento. Che avverrà, ne sono sicuro.


A proposito di Europa, nella tua carriera artistica hai fatto molte scelte che marciano nella direzione dell’internazionalità: canti in inglese, il tuo sito è inglese, hai suonato in diverse città europee, hai scelto un’etichetta (Waves for the masses) che non lavora solo in Italia, eccetera. Quali sono, secondo te e indipendentemente dal diritto d’autore, le differenze sostanziali tra il fare il musicista in Italia e il farlo in un altro stato, come la Germania o i Paesi Bassi?

L’immobilismo sociale è un problema, sembra che l’italia sia disgiunta dal resto d’Europa. Io credo che l’arte non debba fare come la cartina geografica e avere confini. Io spesso in questo posto ho la sensazione di sentirmi castrato, immobile, e soprattutto isolato dal mondo europeo. Abbiamo il confine a 80 km da qua e sembra che ce ne siano 80000; per esempio Grenoble, che è una splendida città, è a due ore da qua, come andare a Genova o Milano, però con un altro pubblico, ma non riusciamo a vederla. Dobbiamo credere più in noi stessi, perché in Italia ci sono degli ottimi progetti esportabili che possono fare invidia al mondo intero.


A mio parere, a livello culturale, Torino è una città davvero in fermento. Lo scorso luglio al Traffic, ad esempio, ho assistito ad un concerto abbastanza insolito in Italia, intitolato Un’ora sola ti vorrei, in cui tu e altri artisti della scena indipendente torinese (Daniele Celona, Bianco, Nadàr Solo, Anthony Laszlo, Eugenio in Via Di Gioia) avete condiviso il palco creando uno spettacolo in cui era evidente che lo scopo era creare cultura insieme. Quanto è importante, secondo te, fare gruppo?

E’ importante fare gruppo, è stato uno spettacolo che ricordo come uno dei più belli che ho fatto quest’anno dopo la release all’Astoria l’8 Marzo. A Torino c’è un fermento incredibile, e sembra non arrestarsi. Ci sono realtà più grandi che si sono imposte anche a livello Nazionale, tipo Bianco, Nadàr e gli amici Eugenio in via di Gioia li vedo sulla buona strada per arrivare in alto.
Collaborare, significa, stimolarsi, significa trovare feedback. Io godo di questo bel periodo di fermento e qualche volta organizzo un mio salotto dove invito band a presentare i loro progetti in diretta Radio. Mi piace farlo. Debbo solo non dimenticare quale è la mia missione, che forse è un po’ diversa dalle realtà torinesi e italiane, è portare l’Italia fuori dall’Italia.

Lo scorso febbraio è uscito il tuo secondo disco, Windmill Girl, nato tra Torino e l’Olanda. E’ un disco dall’atmosfera dolce e trasognata, in cui viene fuori la peculiarità del tuo cantautorato, collocabile da qualche parte tra il pop e lo sperimentalismo. Quali sono state le influenze musicali e culturali che ti hanno maggiormente ispirato durante la sua composizione?

Le influenze stanno un po dappertutto. Dalla musica classica a quella odierna. Ci sono però dei dischi che durante il periodo olandese hanno influenzato il mio modo di pensare. In particolare due: Roman Candle di Elliott Smith del ’94 e sempre dello stesso anno John Frusciante – Niandra LaDes and Usually Just a T-shirt.

 

Un altro fenomeno interessante che sta prendendo piede in Italia è quello del crowdfunding, mediante il quale anche tu hai raccolto fondi per Windmill Girl. Come è andata quest’esperienza?

Sì, attravero MusicRaiser, nell’aprile 2013, la piattaforma era giovane, sono stato seguito da molto vicino, e l’obiettivo è stato raggiunto. Il crowdfunding è un buono strumento di supporto e promozione quando mancano le risorse.

 

Qual è il tuo sogno nel cassetto?

Presentare il Windmill Girl album nello stesso posto dove l’ho scritto, magari fare un concerto dentro un Mulino a Vento, ad Heemstede vicino Haarlem, Olanda. E poi portarlo in tutto il mondo.