Jazz:Re:Found, l’intervista a Denis Longhi organizzatore del festival

Pensavate che i Festival si tenessero esclusivamente d’estate e all’aperto? Vi sbagliavate di grosso! Infatti, dal 3 al 7 dicembre, a Torino, si terrà Jazz:Re:Found, manifestazione legata a filo doppio con la black music, che qui di seguito vi verrà presentata grazie alla bella chiacchierata con Denis Longhi.

a cura di Egle Taccia

La vostra manifestazione è giunta alla sua ottava edizione. Negli ultimi anni da evento estivo si è trasformato in un indoor. Cosa vi ha spinto al cambiamento?

Purtroppo l’Italia non è notoriamente un Paese ‘coraggioso’ nell’adesione ai concerti soggetti al ‘rischio pioggia’.

Diciamo che l’utopica visione di creare un modello d’ispirazione anglosassone, in cui il rapporto tra pubblico, artisti, contesto naturale e condizione atmosferica diventa un tutt’uno sinergico, si scontra con un gap culturale ed esperienziale profondo.

E’ stato un bellissimo sogno creare un mini ‘Glastonbury’ in mezzo alle risaie, ma un po’ più di maturità e prudenza in fase di produzione e valutazione del ‘breakeven’ ha suggerito fosse opportuno mettersi un tetto sopra la testa…

Come mai avete scelto Torino per questa edizione?

Torino è freak, è underground, è comunque provincia (maxiprovincia), è piemontese (nel bene e nel male)…

E poi a Torino, la scena della Black Music è sempre stata fortissima, nascendo dal basso e ricavando nell’hip hop e nel jazz forme d’espressione notevoli nella nostra penisola. Poi a Torino, a parte le grosse realtà ormai ‘olimpiche’ (Club to Club e Movement), ci sono una serie di attori non protagonisti, della scena musicale di riferimento, desiderosi di trovare un network, un cappello che possa fare da portavoce di una serie di nobili ed ispiratissime minoranze!

Quanto tempo richiede la preparazione di un evento di tale portata?

Ti direi una bugia se ti dicessi che c’è un tempo stabilito. Di solito

appena finisce un’edizione, attacchi subito con la prossima…

E’ una malattia si…

 

Chi sono gli sponsor ed i supporters della manifestazione?

Dobbiamo menzionare e riconoscere il merito più assoluto a Burn, l’energy drink ‘alternativo’ a Red Bull, che con attenzione e coraggio sta cercando di trovarsi uno spazio in un settore dominato da tempo dalla bevanda che ti mette le ali, ma che ha molti margini di diversificazione e interpretazione.

Di recente anche Radio Capital ha scelto di sposare la causa JRF, non a caso Massimo Oldani è uno dei riferimenti per il nostro immaginario musicale.

Da tempo inoltre la Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, con il suo bando Not&Sipari, è uno dei partner più vicini e propositivi per la crescita di questa manifestazione.

Le istituzioni vi stanno aiutando nella realizzazione dell’evento?

Il comune di Torino ci ha concesso il patrocinio e una serie di facilities, per essere il primo anno mi sembra un attestato di stima.

La Regione Piemonte da anni supporta il Festival, e spero che quest’anno possa premiare il salto di qualità ed il valore aggiunto che reciprocamente possono regalarsi Jazz:re:found ed il suo trasferimento a Torino.

Chi saranno gli ospiti di questa edizione?

Suggerisco un bell’approfondimento su jazzrefound.it o sulla nostra pagina Facebook.

Comunque per la stragrande maggioranza eroi afroamericani!

 ( ndr QUI il programma completo)

 

La black music è al centro del festival. Quali generi verranno rappresentati?

Diciamo per la stragrande maggioranza le derive del funk e del soul nella declinazione più futurista e legata al mondo della club culture.

E’ una sana deriva del jazz nelle sue forme più legate al groove e alla scena del dancefloor…

Oltre alla location, quali sono le novità di quest’anno?

Direi un po’ tutto, lo staff, i collaboratori, la distribuzione del festival sul territorio, la modalità di una retrospettiva ‘club to club’ prima maniera, e soprattutto la realizzazione di un sogno, avere Dj Premier, Moodymann e Theo Parrish su di un unico palco per suonare dalla New York degli anni ‘80 alla Detroit di inizio millennio!

Che legame c’è tra “Grand Budapest Hotel” di Wes Anderson e il vostro festival?

C’è un’idolatrazione di fondo del regista Wes, c’è un simile approccio visionario e scanzonato nei confronti della vita ed i suoi eventi, e soprattutto il desiderio di celebrare e sottolineare una serie di argomenti essenziali che solo in un capolavoro come GBH potevano essere trattati in questo modo: il riscatto sociale, l’integrazione culturale e soprattutto razziale, la “memoria” per non dimenticare i totalitarismi e gli errori dell’umanità nella storia (cosa purtroppo ancora di grande attualità).

Per questo anche noi abbiamo il nostro Concergie Camillo Benso e il Lobby Boy Horas 🙂