“Inverso”.. una vera e propria filosofia di vita! – l’intervista

InversoBand2(aRtLoVeRs)Gli Inverso sono una band romana formata da: Carlo Picone – chitarra, piano, voce, arrangiamenti e testi, Anna Russo – violoncello, Mauro Fiore – batteria, Vincenzo Picone – basso, cori e testi, Vincenzo Citriniti – sax. Li abbiamo incontrati ed eccovi l’intervista!

di E. Joshin Galani

Partiamo dal vostro nome; per chi vi sta conoscendo ed apprezzando ora, perché vi siete chiamati “Inverso”?

Inverso, come amiamo dire alla fine di ogni nostro live, non è solo una band ma è una vera e propria filosofia di vita. Inverso ti invita a guardare le cose da una prospettiva differente, evitando di catalogare le cose in giuste o sbagliate, in vere o false, in belle o brutte. Non si tratta solo di relativismo, ma della capacità di riuscirsi a mettere in una posizione diversa da quella in cui si è abituati ad essere e a cercare di cogliere le sfumature e le possibili alternative esistenti. Questo in musica si traduce in testi, alle volte anche complessi, che possono mettere in luce aspetti della vita che altrimenti rimarrebbero nell’ombra, e in arrangiamenti in cui gli strumenti non sono relegati al solo ruolo di accompagnamento o dei più scontati e ormai obsoleti “assoli”, ma “cantano” a loro volta la loro canzone, la loro melodia intrecciandosi tra di loro e con la linea del canto stessa. Tante voci, tante canzoni, in una sola canzone, secondo il punto di vista di ogni strumento.

La vostra musica si snoda in diversi stili, swing, folk jazz, ed anche incursioni da banda popolare. È uno stile cantautoriale ma molto ricco musicalmente. Volete raccontarci degli strumenti che avete utilizzato?

Come dicevo prima ci piace che ogni strumento all’interno della canzone viva di vita propria, canti la sua personale canzone. Bisogna stare molto attenti però che la linea principale del canto non venga “disturbata”, per così dire; del resto alla base della nostra musica c’è pur sempre il cantautorato, in cui testo e melodia la fanno da padroni. Per questo l’arrangiamento di ogni brano richiede per noi molto tempo e molta attenzione e soprattutto la capacità di tornare indietro quando la somma dei canti non è più utile alla canzone stessa. Lo spaziare in diversi stili in fondo nasce proprio da questa necessità e cioè vestire la canzone con il vestito musicale a lei più adatto, senza andarsi ad incastrare in generi che svilirebbero il significato e il messaggio della canzone.

A parole sembra più complicato che nei fatti, ma gli strumenti sanno raccontarsi molto meglio di quanto possano fare le parole… e così basta aggiungere un intro di clarinetti per catapultarsi nell’America proibizionista anni ‘20, oppure una chitarra 12 corde per entrare nelle ballate british anni ‘70, inserire una banda di fiati per sorreggere la cavalcata di un cavaliere alla ricerca della sua principessa, un pianoforte a coda per lasciarsi andare alle vibrazioni di una notte errante.

Ci sono stati ospiti per la realizzazione del vostro secondo album?

Certo. Quando si pensa ad un album con molti strumenti hai due possibilità: o usare una banca suoni digitali oppure chiamare i musicisti di cui hai bisogno, fargli ascoltare la musica, discutere sulle possibili alternative a quelle già pensate, entrare in sala di incisione e far uscire da ognuno la loro personale storia attraverso il proprio strumento. Neanche a dirlo noi abbiamo optato per la seconda. Due Maestri (Dino Picone al trombone e Maurizio Nerbano alla tromba) e un direttore d’orchestra (Salvatore Schembari al clarinetto) e poi Simone Talone alle percussioni, Chiara Ludovisi alla viola e il giovanissimo e talentuoso Francesco Ciancio alla chitarra classica.

Nel vostro lavoro le linee musicali e cinematografiche si congiungono. Dopo “La pioggia che non cade” titolo del primo album ma anche del film, ora sempre vostra l’ideazione del video del singolo “Bella de Papà”

Volete parlarci di queste due modalità espressive che sembrano essere complementari per voi?

Non c’è dubbio che la suggestione visiva possa corroborare molte volte la forza espressiva di una canzone, questo è ancora più vero e quasi inevitabile in un periodo in cui, tra Youtube, Facebook, e in generale il web, si è praticamente obbligati a unire la propria musica a delle immagini. Detto ciò, la linea che ci piace seguire per i nostri video non è quella della band in una casa diroccata che suona con giubbetti di pelle nera e jeans strappati, ma ci piace raccontare una storia nella storia della canzone stessa, così da poter aggiungere un’ulteriore chiave di lettura. Ma alla fine siamo convinti che anche l’inverso funzioni ancora (e forse anche meglio)… sdraiarsi sul divano, spingere play, chiudere gli occhi, e lasciare che il film della canzone sia l’ascoltatore stesso a girarlo. Lo stesso si può fare in macchina, stando ben attenti a non chiudere gli occhi però!

Sempre parlando di “Bella de Papà”, avete scelto il dialetto romanesco, vi sembrava più immediato e scanzonato il racconto?

Il romanesco, ma in generale ogni dialetto, ha indubbiamente la capacità di essere più diretto e icastico e ha spesso una vis comica che con l’italiano è difficile rendere. Per il tema trattato in “Bella de papà” ci è sembrato che il romanesco descrivesse bene e allo stesso tempo alleggerisse un tema che in realtà è molto attuale e spinoso… entrambi i genitori che sono costretti a lavorare per far fronte alle spese e il tempo per prendersi cura del bimbo è sempre meno e di bassa qualità, e allo stesso tempo non voler ancora rinunciare agli aperitivi con le amiche, alle cene fuori, ai weekend lunghi con i nonni a fare i babysitters, e al monitoraggio dei like per l’ultimo selfie scattato nel bagno.

“Una vita a metà” e “Fiori di Bach” parlano di inquietudini dei nostri tempi; malinconie che troviamo in “InCiampi, “Tu ridevi spesso” e “Rosa antico”, i testi li scrivete assieme?

I testi hanno sempre una doppia chiave di lettura e spesso è uno studio approfondito di questi che porta a capirne le diverse sfumature (ebbene sì crediamo che si possano perdere una ventina di minuti per studiare un testo di una canzone, se pensiamo che c’è un programma televisivo che dura quasi 4 ore). La malinconia è sicuramente un tema affrontato, ma non come tema a se stante, ma come chiave che fa accendere un motore e che ci porta a prendere decisioni e nuove strade. (“Poi un bel giorno son partito ed ho lasciato tutti a bocca aperta  “Fiori di Bach”, o anche “Scendo dal mio letto, un cappotto che mi abbraccia, una porta mi si è aperta e l’altra mi si è chiusa in faccia” – InCiampi-) In “Tu ridevi spesso” e in “Rosa antico” invece il tema che risalta ad una primo ascolto è l’abbandono, lei se ne è andata lasciando lui in uno stato di sconforto. Questo sconforto però, così come la malinconia, non è un sentimento statico, bensì è qualcosa che porta ad una ricerca ed infine ad una consapevolezza. La consapevolezza è infatti il tema che è alla base di entrambe queste canzoni “Ora ho visto la valigia che preparasti un giorno di settembre in fretta e furia quando te ne andasti via”. In Rosa Antico “ho visto” è usato nell’accezione greca del termine: vedo quindi so. Lui finalmente vede e quindi prende definitivamente atto di quello che è successo, da questo momento in poi può andare oltre. Più simpaticamente in “Tu ridevi spesso” succede “…ricordo mi dicesti di aver perso la tua fede ed io pregavo Dio che la trovassi, e proprio l’altro giorno spostando il comodino l’ho trovata era lì a due passi!” Anche qui la rivelazione e la consapevolezza, niente di trascendentale né di mistico, la fede era caduta dietro il comodino e ora che lei se n’è andata lui l’ha vista e ha capito. L’emblema di questo dualismo interpretativo si ha appunto con “Una vita a metà” brano che non a caso dà il titolo all’intero album. Senza voler entrare troppo nei molteplici significati possibili di una vita a metà, sicuramente quello che ci fa più comodo ricordare ora è quello di una vita la cui altra metà deve essere ancora vissuta, a dispetto, o grazie, a tutte le malinconie, le gioie, le sofferenze, gli amori, i viaggi, le delusioni e le passioni vissute nella metà della vita già passata.

Si vira anche in canzoni dagli umori un po’ più alti, “Mantra estivo” e “Bella de Papà”; il titolo dell’album si riferisce a questo? La metà delle emozioni della vita, dall’alto al basso?

Esattamente. Del resto il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto in copertina sta a significare proprio questo. La diversa interpretazione di uno stesso momento. Ma anche la diversa interpretazione di una canzone che solo apparentemente è triste o malinconica ma che invece ha implicitamente espressa una forza d’animo e di voglia di reagire che può spesso essere d’aiuto in momenti difficili più di una canzone palesemente allegra.

“In cerca del mio posto” è una canzone con un testo brevissimo, un’immagine sul tempo e sul destino; Il destino lo possiamo cambiare con le nostre scelte o è tutto già definito?

“La pioggia che non cade” brano che dava il titolo all’album precedente cominciava con “Il tempo sta cambiando ed io insieme a lui” e più avanti “Ora che la notte ha preso il posto suo mi chiedo disilluso qual è quello mio”. Il tema dunque è lo stesso trattato in “In cerca del mio posto” che comincia con “E’ passato tanto tempo e non mi riconosco più” Esiste la consapevolezza del tempo che passa e la necessità di doversi di volta in volta adattare ad un nuovo posto, farsi carico dei cambiamenti ed accettarli come possibilità di svolta e non come ostacolo alla vita che avevamo progettato per noi. Il destino, gli intrecci di coincidenze, e il fato, non c’è dubbio che abbiano un ruolo preponderante nell’indirizzare la nostra vita, ma i protagonisti delle nostre canzoni hanno una grande capacità di reazione e perciò di azione, delle volte eclatanti come lasciare tutto e tutti e partire per nuovi posti e altre volte semplicemente sedendosi sulla sedia del salone a bere un tè e ad ascoltare un vecchio valzer di Chopin.

Avete già programmato un tour estivo?

Ogni anno seguiamo il vento caldo del Sud e raggiungiamo la Calabria dove grazie a diversi contatti riusciamo a suonare e a guadagnarci le spese di viaggio! Quest’anno cerchiamo di solcare lo Ionio e proporci anche nell’attiva Puglia. Per band come noi difficilmente questi tour estivi portano introiti, ma tra sagre e famiglie che ci ospitano, torniamo a casa con qualche chilo in più e con la consapevolezza di aver portato e fatto ascoltare la nostra musica in giro, che è alla fine di tutto è quello che conta!