Guido Maria Grillo: l’intervista

guido maria grilloGuido Maria Grillo, sofisticato cantautore salernitano di stanza a Parma, si racconta. Ci parla delle sue storie, della sua vita, della sua musica.

di Eleonora Montesanti

Iniziamo con una domanda “semplice”. Guido, chi sei? Perché fai musica? Come è iniziato il tuo percorso musicale?

Il mio percorso musicale inizia come quello di molti altri, cioè in piena adolescenza: al primo anno di liceo ebbi la fortuna di condividere il banco con un ragazzo che suonava la chitarra, il quale mi propose di mettere su un gruppetto e io accettai senza nessuna idea di che cosa potesse significare e che potesse piacermi così tanto. Poi è stato un percorso che si è autoalimentato. La band negli anni è diventata più seria, fino al momento in cui mi ci sono trovato un po’ stretto, perché ero voce, autore dei testi e di gran parte delle musiche. In più anche per natura le cose tendono a dissolversi, così è accaduto anche per quella band, la quale ha comunque lasciato qualcosa in questo tentativo di carriera solista che sto portando avanti tenacemente (e forse un po’ pazzamente).

Il tuo cantautorato è inconsueto, le tue canzoni sono flussi emozionali fatti di suggestioni che catturano attimi, più che essere storie o cortometraggi. Qual è la tua definizione di cantautore? Che mi dici invece della scena cantautorale italiana attuale?

Sì, io sono essenzialmente un cantautore, anche se trovo questa parola abbastanza desueta. Se per cantautore intendiamo la figura di uno che se la suona e se la canta possiamo prenderla per buona. Io baso la mia scrittura fondamentalmente su impressioni, sensazioni, immagini, ricordi e riflessioni. Non sono mai stato bravo, e credo non lo sarò mai, a raccontare delle storie, seppur sia molto affascinato dai grandi narratori di storie in musica. Credo che però siano attitudini autoriali e liriche differenti, nel senso che io vivo proprio tutta la mia esistenza più su impressioni e sensazioni, e meno su quel che può essere un filo o una narrazione.gmg019b

Intanto mi piacerebbe che l’idea del cantautore di oggi non fosse ricondotta a quei tre, quattro nomi che da pochi anni stanno guidando la scena, perché loro hanno una caratterizzazione molto forte e definita, ma in realtà non sono gli unici a portare avanti questo discorso, e il fatto che in mezzo ci sia anche io, come ci sia per esempio Alessandro Grazian, Giuliano Dottori e chissà quanti altri dà l’idea che ci sia un’alternativa possibile. Quel cantautorato che oggi fa da padrone non incontra esattamente il mio gusto a dir la verità, ed è una forma di cantautorato che si piega alla forma della canzone pop, il che non rappresenterebbe una cosa negativa in sé, ma forse c’è un po’ troppa ruffianeria.

Le tue canzoni sono il riflesso dell’irrequietezza dell’animo umano, dell’eterno faccia a faccia con i propri demoni, dell’amore sofferto e del mettersi perennemente in discussione per cercare di comprendersi. Da momenti personali si trasformano in momenti universali. Quanto istinto c’è nei tuoi testi?

E’ tutto istinto. Mi piace l’eufemismo che hai usato per dire mettersi in discussione, in realtà è più una forma di autoflagellazione. Tutto è frutto di stati d’animo, di insofferenze e di sofferenze, di disagio e di riflessione quanto più possibile profonda su quello che sono e, passando appunto dal particolare all’universale, su quello che si è. Io non riuscirei a scrivere nulla di sensato senza aver vissuto sulla mia pelle alcune esperienze e senza aver trovato il tempo e la forza di raccontarle. Di fatto poi tutto questo diventa un microcosmo all’interno del quale si vive e forse a tratti si sguazza, perché ci si rende conto che per autoalimentare la propria ispirazione certe cose bisogna viverle in un certo modo, altrimenti si rischia di cadere nel banale, e forse a quel punto è meglio non scrivere più niente.

Quindi è quello che scrivi che ti influenza o viceversa?

Sicuramente va a periodi. Ci sono dei momenti in cui c’è un vissuto che viene più fortemente a galla e che manifesta la sua voglia di essere tradotto in parole e in musica. In altri casi è un mood che parte probabilmente dall’ispirazione di voler scrivere qualcosa e poi entra dentro la catarsi di certi stati d’animo.

In questi mesi ti si trova spesso a suonare il tuo “Solo cover”, un concerto in cui ti cimenti in personali versioni di pezzi di artisti come Jeff Buckley, Amy Winehouse, Franco Battiato, e molti altri. Confrontarsi con brani altrui è un bisogno comunicativo diverso rispetto alla scrittura delle tue canzoni?

A un certo punto del mio percorso ho sentito la necessità di fissare dei punti all’interno della storia della musica che per me, nel ruolo di ascoltatore, abbiano significato qualcosa di importante, vuoi per gli autori che le hanno scritte, vuoi per il contesto storico in cui sono state ascoltate, vuoi per quello che hanno significato negli anni successivi. Quindi se vogliamo possiamo dire che più che un bisogno comunicativo è quasi un atto personale, egoistico. E’ una cosa che mi diverte molto e mi mette anche a confronto con me stesso e con le mie capacità di musicista e di cantante. Sono chiaramente cover del tutto riarrangiate e ricostruite, nulla che abbia a che fare con l’idea della cover band.

Fabrizio De Andrè. La tua tesi di laurea in filosofia è sulla sua figura, nel tuo secondo album – Non è quasi mai quello che appare – esegui una magistrale cover de Il sogno di Maria, alcuni dei tuoi concerti sono dedicati alla sua discografia. Quanto pesa questa figura nella tua formazione, nella tua arte, nel tuo modo di pensare e nella tua quotidianità?

Non pesa niente, è leggerissima! (ride) Conta tanto, ma è una presenza leggera nel suo modo di aleggiare su tutto. Sono stato folgorato dalla sua capacità di scrittura letteraria, ma anche dalla sua capacità di veicolare certi messaggi in determinati periodi storici con quella potenza lirica. Diciamo che il poeta De Andrè è quello che mi ha entusiasmato in adolescenza, poi crescendo l’ho osservato da prospettive differenti fino a capire che dedicargli una tesi di laurea in filosofia sarebbe stata una cosa possibile. Nella mia scrittura devo dire che secondo me incide poco, nella misura in cui per poco si possa intendere l’influenza che in anni di ascolti ha esercitato, io non trovo grosse affinità tra i miei testi e i suoi. Però è innegabile che un certo modo di leggere le cose e di osservare il mondo, anche di stare vicino a una debolezza o a un’emarginazione o a un mondo di serie b chiaramente derivi da lì.

Oltre a Faber, quali sono le tue influenze musicali e letterarie? Cosa ascolti maggiormente in questo periodo?

gmg013 copiaHo ascoltato veramente tantissima musica e devo dire che forse quella che mi ha dato di più dal punto di vista di musicista alle prime armi è stata quella della mia adolescenza, quindi il rock degli anni Novanta. Sono stato sempre molto esterofilo, il mio cuore batteva solo per Nirvana, Alice in chains, Pearl Jam e simili. Quindi il rock italiano di quell’epoca – che considero un’ottima espressione artistica – l’ho scoperto solo dopo, col senno di poi. Inoltre non ho mai abbandonato la passione per gli anni Settanta: Black Sabbath e Led Zeppelin. Poi mi sono appassionato molto alla sperimentazione del progressive di allora, vale a dire PFM e soprattutto il Banco del Mutuo Soccorso, del caro Di Giacomo che ci ha abbandonato così tristemente una settimana fa. Per me il Banco è uno dei gruppi migliori che l’Italia abbia prodotto nel rock, ma in realtà secondo me hanno una potenza che va ben oltre ai confini italici.

Oggi sono ancora un divoratore insaziabile, ascolto praticamente di tutto, sono aggiornato su quello che esce di mese in mese. Uno dei dischi più belli della recente discografia mondiale secondo me è Overgrown di James Blake, però mi piace moltissimo anche Anna Calvi e insomma, veramente è incredibile quanta bontà ci sia in giro nella musica di un certo tipo.

Tra l’altro a me sembra un’assurdità il musicista che non ascolta musica. Il rischio di essere autoreferenziali o di fare cose che hanno già fatto altri è altissimo. Non capisco i musicisti che non frequentano i concerti, è un grandissimo male, secondo me del tutto italico. Io appena posso vado a vedere concerti, e non hai idea di quanta roba abbia imparato guardando gli altri suonare.

Dall’anno scorso sei in tour come chitarrista di GianCarlo Onorato nello spettacolo itinerante Ex – semi di musica vivifica, il quale ospita spesso grandi artisti quali Paolo Benvengnù e Cristiano Godano. Come è nata la collaborazione tra te e GianCarlo?

Ci siamo conosciuti non più di tre anni fa ad un concerto, poi lui ascoltò i miei dischi e gli piacquero; poco dopo mi propose di scegliere e riarrangiare una canzone di Tenco che potesse far parte di un cofanetto che lui da lì a poco avrebbe curato con la sua etichetta e il Club Tenco, il secondo volume di Come fiori in mare (il primo volume fu pubblicato nel 2000). Da quel punto in poi abbiamo iniziato a conoscerci sempre meglio e a piacerci dal punto di vista artistico, fino a quando sono diventato parte integrante della sua band, che poi è la stessa che in questo momento sta supportando il tour di “Ex” all’interno del quale come hai detto tu ci son stati prima Benvegnù e adesso Godano. Cristiano più che un ospite è comunque parte integrante dello spettacolo, perché è una performance a due, anzi, anche a tre o quattro, perché ognuno di noi ha il suo momento. E’ una cosa molto stimolante: riscontriamo un discreto consenso, le collaborazioni funzionano e si incrociano nuove strade. In questo periodo infatti sto aprendo i concerti dei Marlene Kuntz.

Nelle ultime due edizioni del Festival di Sanremo sei arrivato tra i semifinalisti nella categoria giovani, non riuscendo per un soffio a salire sul palco dell’Ariston. Cosa significa Sanremo per te? Arricchisce o indebolisce la musica italiana?

E’ complicato. Nel senso che potenzialmente potrebbe essere un grandissimo palcoscenico, un grandissimo canale.gmg007c Di fatto non lo è quasi mai perché c’è troppa politica. Questo non fa bene alla musica, non perché sia un male in sé, ma perché indirizza certe scelte in un senso o nell’altro. Credo che sia un grande peccato perché Sanremo potrebbe essere la vetrina – anche perché ormai è l’unica – per un certo tipo di musica che cerca di emergere dal fango. Ciò non accade e il quadro esatto della musica in Italia è che la discografia che partecipa a Sanremo è fatta di personaggi che hanno già una storia grossa dietro le spalle, oppure ce l’hanno piccola ma se la sono spesa in visibilità televisiva passando per talent o cose simili. Dall’altro lato c’è un mondo di musica spesso di altissima qualità che invece è praticamente un sottobosco quasi impercettibile. Questo secondo me è il grossissimo problema: il gap tra quel mondo e quest’altro mondo piccolino che è fatto sì di tanta passione, di gente che fa di tutto per farlo sopravvivere, ma che è fondamentalmente inesistente.

A tal proposito… Fare il musicista in Italia. Quanto è faticoso e quanto è bello? Insomma, il gioco vale la candela?

Io nel mio piccolo e nello specifico non sarei in grado di fare nient’altro, quindi ci provo finché ci riesco, fino a quando non arriverà il momento di gettare la spugna, sperando che non arrivi mai. Quindi per me proprio è una necessità, un desiderio, una voglia, un bisogno. E’ difficilissimo ovviamente perché questo è un circuito che non fa numeri, e non li fa in tutti i modi: vende poche copie, fa poco pubblico, non è ripagato in modo equo dal punto di vista strettamente economico, non ha intorno una macchina che possa promuovere e sostenere al meglio. Diciamo che siamo tutti un po’ pesci isolati, ogni tanto cerchiamo così di fare branco, sì, ma è chiaro che comunque le cose si smuovono di poco. E’ vero anche che la situazione sta diventando trafficata, si è formato un imbuto: troppa facilità nella produzione e nella pubblicazione di dischi (sorvolando sulla qualità degli stessi) che non fa altro che intasare i già pochi canali e spazi che ci sono. Se riuscissimo a meditare un po’ di più su quello che produciamo e vogliamo pubblicare probabilmente ci sarebbe anche una qualità più alta. In più noi italiani siamo gambizzati dal problema della lingua. Io penso che farei molta fatica a diventare credibile come musicista in altri paesi. Non mi sentirei neanche in grado di provare a scrivere in inglese, anzi, sento il bisogno espressivo proprio della mia lingua e questo chiaramente è un limite. Se ci fosse la possibilità di espatriare mantenendo la peculiarità dell’italiano sarebbe tutto un po’ più semplice.

Cosa c’è nel tuo futuro prossimo? E in quello più lontano?

Nel mio futuro prossimo c’è la voglia di uscire con qualcosa di nuovo. In realtà ho tanto materiale già registrato e pronto, però non pubblico nulla dal marzo del 2011 perché ho ritenuto che non fosse il tempo giusto, che forse il prodotto non fosse così maturo. Comunque entro la fine della primavera credo di uscire con un singolo o con un ep. Per quello più lontano mi augurerei di suonare il più possibile. Suonare, sì, più che raccogliere consensi o successi, perché quella è la dimensione in cui io riesco a trovarmi più a mio agio. E poi sono convinto che sia assolutamente il preambolo necessario per ottenere dei risultati. Suonare significa saper comunicare qualcosa ed essere un tramite, uno strumento emotivo di sensazioni e di condivisione.

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foto di Jacopo Lorenzo Emiliani