Filippo Graziani: spero nel ritorno del punk – l’intervista

Filippo GrazianiA pochi giorni dall’annuncio che il suo album Le cose belle ha vinto la Targa Tenco 2014 come miglior opera prima (di cantautore) abbiamo intervistato Filippo Graziani.

di Eleonora Montesanti

Iniziamo proprio dall’inizio: chi è Filippo Graziani? Ti ricordi qual è stato il momento preciso in cui hai capito che la musica sarebbe diventata il tuo lavoro, la tua vita?

Sono un ragazzo che ama la musica e scrivere canzoni. Mi ricordo da ragazzino il primo concerto che ho fatto, dove ho preso dei soldi e conosciuto una bellissima ragazza….ho pensato subito: questo è il lavoro per me!

Il tuo disco Le cose belle, uscito nel febbraio di quest’anno, è fresco di vittoria del Premio Tenco come miglior opera prima. Come vivi questo momento così importante?

È un momento bellissimo, in cui si iniziano a raccoglierei risultati dell’impegno messo nel disco e nel progetto, poi è una grande soddisfazione in quanto ho scritto sia musica che testi del disco.

Le cose belle è un disco dall’impronta cantautorale. Secondo te quale può essere lo scopo del cantautorato oggi? E’ uguale o diverso rispetto a quando è nato in Italia, attorno agli anni Sessanta e Settanta, in cui il suo ruolo principale era quello di protesta artistica e sociale?

In realtà oggi ci sarebbe tantissimo di cui scrivere sul sociale, viviamo in un momento nero, quindi chiunque se lo sentisse, avrebbe una marea di opportunità per parlare di protesta e rivoluzione. Ma non succede cosi spesso, soprattutto nel mainstream. Ci sono però autori, sia nel rap che nel pop, che affrontano queste tematiche. Vanno trattate con cautela… sembra che la gente non abbia troppa voglia di farsi ricordare di quanto le cose vadano male… purtroppo. Io spero sempre che nasca il nuovo punk… ma la vedo dura!

Quest’anno sei stato anche tra le nuove proposte del Festival di Sanremo. Cosa ti sei portato a casa da quest’esperienza? Sanremo, secondo te, sostanzialmente fa del bene o del male alla musica italiana?

Sanremo ha sempre la grande forza di darti la possibilità di accedere a un mondo di promozione che in altri modi non si avrebbe mai. Può essere un buon trampolino di lancio, così come un flash che lascia il tempo che trova. Diciamo che sta tutto nella validità del progetto. Secondo me resterà nel tempo perché è radicato nella nostra cultura e società, ma avrà bisogno di adattarsi ai tempi che cambiano e alle trasformazioni della comunicazione per sopravvivere.

A me personalmente ha dato visibilità e possibilità di giocarmi le mie carte…è l’antagonista del reality, che è un percorso che non mi riguarda.

Le cose belle, il singolo, racchiude una grande consapevolezza: essere se stessi ad ogni costo, lottare per i propri sogni e non accontentarsi mai anche se, a volte, lungo il percorso ci si può far del male. Il ritornello, infatti, recita: l’unica lezione che devo imparare, a volte anche le cose belle fanno male. Conta di più il risultato o il tragitto fatto per ottenerlo?

Per me è sempre stato il tragitto…la raccolta di informazioni ed esperienze che fai nel tuo viaggio fa di te la persona che sei.

Nel tuo passato c’è Viaggi e intemperie, vale a dire un tour, un vero e proprio viaggio, in cui hai portato su e giù per l’Italia un concerto dove hai omaggiato tuo padre Ivan con alcuni dei suoi maggiori successi e dei tesori più nascosti della sua discografia. In che momento è nata l’urgenza di costruire questo tipo di progetto? Qual era il suo scopo principale?

Volevo esorcizzare tutta la questione del “figlio d’arte” affrontandola di petto, per far capire che sapevo da dove arrivavo e dove volevo andare. Lo scopo era quello di riportare quel repertorio nelle piazze e nei teatri e farlo conoscere alle nuove generazioni che lo hanno accettato in maniera fantastica, dimostrando che non importa i tempi in cui si vive, certe storie e certi messaggi non hanno età o scadenza.

Se facciamo un altro salto indietro nella tua biografia troviamo un periodo di vita negli Stati Uniti, in cui hai suonato parecchio. Quali sono, secondo te, le differenze principali tra l’essere un musicista qui ed esserlo là? Insomma, è davvero la terra delle opportunità da questo punto di vista?

Diciamo che un musicista negli Stati Uniti ha la possibilità di suonare il 200% in più rispetto all’Italia, la quantità di locali, solo a New York, dove potersi esibire è più grande di quella dell’Italia intera. La musica dal vivo in generale ha molta più attenzione, sia da parte dei gestori degli spazi, che da parte del pubblico. È un posto dove le cose “succedono”.

Quanta “America” c’è, dunque, nella tua musica?

Tanta…ho la fortuna di essere cresciuto bilingue, quindi quando scrivo la linea melodica, come succede per tantissimi, la scrivo in inglese. Poi sono molto ispirato dal suono e l’attitudine che ho assaporato lì.

Cosa ascolta Filippo Graziani? Ci sono artisti italiani nel panorama attuale che ti piacciono particolarmente?

Sul mio telefono puoi trovare dal rap allo stoner…ascolto tutto quello che mi lascia qualcosa e mi ispira. Non ascolto nulla in particolare di italiano…ma mi piace tantissimo Paolo Benvegnù.

Cosa immagini nel tuo futuro?

Di continuare sulla mia strada e darci dentro a testa bassa!