Eugenio in Via Di Gioia: cantiamo i paradossi del mondo degli adulti – l’intervista

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Gli Eugenio in Via Di Gioia sono una giovane e irriverente band torinese che ha recentemente vinto il Premio KeepOn come miglior rivelazione live dell’anno. E’ da poco ricominciato il loro tour e per l’occasione abbiamo scambiato quattro chiacchiere con loro.

 

 

di Eleonora Montesanti

Siete giovanissimi, ma tutti voi avete alle spalle parecchi anni di gavetta musicale: è ormai risaputo, infatti, che avete iniziato a fare musica suonando per strada. Qual è la cosa più importante che avete imparato facendo busking?

La cosa più importante che abbiamo appreso suonando per strada è che l’ascoltatore tende a non essere attratto da un brano sconosciuto, quindi il nostro spettacolo può, a seconda dei contesti, contenere una o più cover famose, scelte per attirare l’attenzione. In una seconda fase, invece, proponiamo i nostri brani più forti per mostrare al pubblico il nostro punto di vista su diversi temi, infine, per mantenere viva l’attenzione, interagiamo con gli spettatori. Eliminare la barriera tra noi è il pubblico è fondamentale e noi facciamo evolvere la scaletta in base al pubblico coinvolto.

Sempre a proposito di esibizioni e concerti, dalla strada siete arrivati ai palchi di club e festival, fino a giungere alla vittoria del premio KeepOn come miglior rivelazione live dell’anno. Cosa rappresenta per voi il palcoscenico?

Non ci aspettavamo il premio Keepon, è stata una rivelazione anche per noi! Ne siamo onorati perché per noi salire sul palcoscenico è il modo più naturale per amplificare la nostra voce, senza filtri e senza mediazioni. Non esiste niente di più vero di quello che accade in un palcoscenico, e oggi più che mai c’è bisogno di spettacoli dal vivo, senza trucchi e senza montaggi.

Nella vostra Troppo sul seriale analizzate il mestiere del musicista nell’attualità, utilizzando parole come ingegnerizzare e produrre. Cosa significa, dunque, essere artisti oggi?

La nostra fortuna è che non ci siamo mai imposti di voler diventare musicisti, ma l’idea è sempre stata di scrivere e suonare il più possibile, compatibilmente con i risultati man mano ottenuti! Sarebbe bello un giorno esser definiti artisti e poter vivere di arte. Oggi siamo operai dei nostri sogni platonici. Il che è positivo perché è bene faticare e rimboccarsi le maniche per raggiungere un obiettivo, ma è anche negativo nel momento in cui la musica deve essere messa da parte per improvvisarsi grafici, fotografi o #maestrideisocial. Il rischio è poi quello di cui parla la canzone: prendersi Troppo sul seriale, travolti dalla frenesia del consumismo, capace di trasformare l’arte in prodotto. Il cantautore, a furia di programmare e progettare diventa un imprenditore che agisce nell’ottica del guadagno. La climax esasperante si conclude con la decentralizzazione della produzione e lo sfruttamento del lavoro. Il cantautore farà la fine delle multinazionali?

Mettiamo però che esista un mondo parallelo dove non siete musicisti; cosa stareste facendo in questo momento?

Se non suonassimo forse lavoreremmo nell’ambito della promozione artistica, della grafica, del design o della regia televisiva, però per ora speriamo che scrivere e suonare diventi il nostro lavoro.

Lo scorso luglio, in una classifica di Spotify, c’erano tre delle vostre canzoni in cima alla classifica dei brani più ascoltati a Torino. A voi cosa piace ascoltare, invece? Quali sono gli artisti che più vi ispirano e hanno ispirato?

E’ un onore e una grande sorpresa essere finiti in classifica su Spotify e speriamo che la gente diffonda il verbo. Noi in macchina durante i viaggi ascoltiamo tantissima roba, dalla musica italiana del passato: Gaber, Fred Buscaglione e i Giganti; fino ad artisti internazionali dei giorni nostri: Paolo Nutini, i Mumford and Sons o gli Alt-j.

Sia in Ep Urrà, sia in Lorenzo Federici, ciò che balza subito all’orecchio è un interessante connubio tra sonorità allegre e vivaci e contenuti ricercati e riflessivi. Qual è, in generale, l’obiettivo delle vostre canzoni?

L’obiettivo delle nostre canzoni è cercare di far riflettere l’ascoltatore su vari temi. Il filo conduttore di ogni brano è l’ironia, che a volte assume tratti amari, altre volte diventa autoironia e cerca di stimolare la risata. Il tutto nasce per strada in momenti di improvvisazione chitarra e voce. L’ispirazione arriva dall’osservazione dei paradossi di cui il mondo degli adulti è zeppo. Un mondo fatto di brucianti sconfitte, inutili bugie, super offerte, gossip e contraddizioni. Non ci sentiamo affatto estranei da tutto questo e parlarne diventa un modo per purificarci in una catarsi personale e in un processo di autocommiserazione.

Vi va di raccontarci come è nata e come si è sviluppata la storia di Egli, brano molto toccante contenuto in Lorenzo Federici?

Egli parla di un uomo che vive il giorno e la notte in eterno conflitto, tra le proprie elucubrazioni e la “socialità” di cui è schiavo. E’ anche un ritratto dell’autoreferenza che cerca di universalizzarsi.

Mentre là fuori c’è il mondo che avanza, cosa c’è nel futuro più immediato degli Eugenio in Via Di Gioia? E come vi vedete, invece, da qui a dieci anni?

Nel futuro più immediato speriamo un sacco di date in tutta Italia. Nel futuro prossimo un nuovo album, pieno di idee e di contenuti. Nel futuro anteriore, da qui a dieci anni, almeno 5 album, grandi miglioramenti musicali e ovviamente gli stadi… anche i palazzetti andrebbero bene!

Cosa cantano gli Eugenio in Via Di Gioia sotto la doccia?

Sotto la doccia si canta This little light of mine, un pezzo perfetto da cantare a cappella per scaldare la voce al mattino.