Enrico Gabrielli ci racconta l’affascinante storia del liscio d’autore – intervista

enrico gabrielli - l'orchestrina di molto agevole L’orchestrina di Molto Agevole una band che propone musica rivoluzionaria: il liscio. Un genere che ha fatto scivolare, strusciare i piedi, quindi andare via liscio, intere generazioni di ballerini in tutta Italia. Quella che ha acceso la miccia ai valzer viennesi e che con frenetiche polke e mazurke ha incendiato le piste da ballo. Capitananti da Enrico Gabrielli (clarinetto e sax), una stola di musicisti d’eccezione come Francesca Ruiz Biliotti (contralto lirico solista), Rodrigo D’Erasmo  (violino), Mario Frezzato (oboe), Rocco Marchi (chitarra), Gianni Chi (fisarmonica), Francesca Baccolini (contrabbasso), Sebastiano De Gennaro (batteria), interpretano i classici di Carlo Brighi e Secondo Casadei e i repertori di Giovanni D’Anzi e Mario Cavallari. Abbiamo avuto l’occasione di parlare con Enrico Gabrielli di questo particolare progetto durante l’esibizione dell’ Orchestrina di Molto Agevole a Parklive del Milano Film Festival. 

di Eleonora Montesanti. 

Enrico, ti ricordi qual è stato il momento preciso in cui – tra i tuoi innumerevoli progetti musicali – ti è venuta voglia di riscoprire e rilanciare la tradizione del liscio d’autore? Può essere considerato rivoluzionario come qualcosa di rivoluzionario?

 

Questa non è una domanda semplice. Se è un atto rivoluzionario? Comincio ad essere un po’ grande per avere ancora slanci verso ideali rivoluzionari, però sì. Credo di sì. In realtà il liscio era la musica più reazionaria che c’era fino almeno agli anni Settanta – Ottanta: perché era quella che ballavano tutti. Infatti coloro che facevano poi della musica un po’ più strana lo combattevano ferocemente. Anche il poliziottesco prima era una roba di destra, era da fascisti, era per gente faziosa, gente da mano armata, giustizia privata. C’è mio padre che era un comunista ad esempio, e infatti a lui i Calibro 35 non sono mai tanto andati a genio. Gli piacciono molto, però quell’immaginario lì lo trova ancora oggi parecchio strano.

E la stessa cosa, anche se in maniera diversa, con molto più educazione, era il liscio. E passano i tempi e passano gli anni e oggi è davvero tutto diverso. Semplicemente perché il liscio come cerchiamo di farlo noi è vero, autentico, originario. Cerchiamo di farlo il più realistico possibile per far capire alla gente come poteva essere veramente; lo suoniamo proprio con quel tipo di spirito lì. E tutto ciò non ha nessun tipo di idea politica dietro, è musica strepitosa. Strepitosa e basta.

Far arrivare il liscio autentico a più gente possibile. E’ questo, dunque, l’obiettivo dell’Orchestrina?

Definirlo il nostro obiettivo diciamo che suona un po’ presuntuoso, però sì, quello che noi ci auspicheremmo è di andare alla saga dello gnocco fritto a Brisighella oppure alla sagra del cinghiale a Poggio Bagnoli e vedere la gente che balla questo liscio qui. Così facendo vorremmo far piazza pulita di tutta quella schifezza che c’è adesso, che poi è sfociata nel trash, nel nazionalpopolare, nel televisivo, nel volgare… Per non parlare della svolta verso il latino-americano che è veramente inquietante, è terribile, è un’epidemia. Ecco, noi in realtà nel nostro piccolo auspicheremmo a questo cambio di direzione.

  

Tutte le volte che ho assistito a un concerto dell’Orchestrina ho visto un pubblico molto variegato, composto sia da giovani, sia da meno giovani. Addirittura al concerto che avete fatto qui al Parco Sempione all’interno del Milano Film Festival, ho visto anche molti ragazzi che ballavano. E vederli attivi in un contesto simile è stato tanto bello, quanto strano. Secondo te i giovani riusciranno a riabituarsi a questo linguaggio musicale e a non percepirlo come qualcosa di estraneo e inattuale?

 

Speriamo. Anche noi siamo giovincelli (anche se iniziamo a essere un po’ maturi), ma la troviamo musica divertente, davvero, e siamo sicuri di rappresentare un gusto anche abbastanza diffuso, se si è bravi a diffonderlo. Infatti la nostra idea è quella di suonare come un’orchestrina stabile in un paio di balere, una a Milano e una a Bologna (o in Romagna), di modo che ci vengano naturalmente i vecchi a ballare, ma dove pian piano arrivino anche i giovani. Perché è più facile che il giovane vada dov’è il vecchio, e non viceversa, anche se sembra strano. Nelle grandi città funziona così, in provincia no ovviamente, ma nelle grandi città sì, a Milano in particolare. Milano è una città che ha perso tutte le sue tradizioni, ha perso un sacco di passato, dunque c’è un desiderio gigantesco, secondo me, di riscoprire le cose vere. Quando abbiamo fatto il concerto alla Balera dell’Ortica c’era veramente un botto di gente, ma non perché c’eravamo noi, bensì perché le persone sono tornate dalle vacanze (l’idea di tornare a Milano comunque è sempre un po’ traumatica) e sono volute andare nel posto reale, quello dove si respira la vecchia Milano. E quindi erano tutti lì, migliaia di persone. Quel luogo, amalgamato alla nostra musica, ha riprodotto un certo tipo di esperienza esattamente come doveva essere.

Questo tipo di situazione per noi è molto congeniale; abbiamo fatto anche il giro di concerti nei club normali, ma non è la stessa cosa. Perché comunque, in generale, i giovani, se si trovano in un contesto un po’ più formale, tipo appunto il concerto nel club, non ballano. Primo perché non sanno ballare e, secondo, si tratta di un concerto strano, lontano dalle abitudini in cui si sta a guardare e si ascolta. Tu li hai visti ballare proprio perché era un contesto informale, con un clima festoso. Quel che vogliamo fare noi è cercare la giusta armonia tra la musica e il luogo dove proporla, perché il liscio è nato per essere suonato in certi posti e la nostra idea è quella di creare questo circuito in cui i giovani comincino a fidelizzarsi, comincino ad aver voglia di venire a sentirci, e comincino a ballare. Vorremmo iniziare dunque a seminare tutto ciò in due grandi città come Milano e Bologna.

Sulla tua biografia ho letto che quando L’Orchestrina di Molto Agevole era ancora in fase embrionale la tua idea era di chiamare il progetto Liscio Gelli. Come mai hai cambiato e hai scelto proprio questo nome?

 

Perché sono due progetti diversi. Quell’altro è molto più antico, ma non è mai partito. Perché Liscio Gelli io l’avevo pensato per reinventare il liscio, cioè avevo in mente una formazione che facesse proprio una rilettura del liscio, con molta creatività, anche radicale, che prendesse sì alcuni stilemi classici, ma costruita in maniera differente, più moderna.

L’Orchestrina di Molto Agevole invece è nata al mio matrimonio, per puro uso e servizio degli invitati. Quel che facciamo con l’Orchestrina in realtà non è – mi riallaccio alla prima domanda – niente di rivoluzionario, l’idea è semplicemente quella di divertire e inspessire il livello culturale delle persone riguardo al liscio tradizionale.

Questo genere fa parte della cultura e della tradizione italiana, è atemporale, senza età e, per certi versi, immortale. Ma, secondo te, è un genere morto – morto da intendersi un po’ come la lingua latina, sempre studiato, sempre presente, sempre importante, ma senza possibilità di rinnovarsi e scoprirsi nuovo – oppure può evolversi?

 

Questa è un’altra osservazione interessante. Il liscio è un po’ come il latino? La risposta è no. Perché non esistono enclave in Italia in cui si parla ancora latino, mentre ci sono delle enclave in cui ancora il liscio viene, per così dire, prodotto. Ad esempio Riccarda Casadei, figlia di Secondo Casadei – capostipite, inventore del liscio d’autore e grande musicista – fa un’attività instancabile di informazione, proselitismo e divulgazione del lavoro del padre. Noi siamo stati contattati da lei dopo che ha visto un video del mio matrimonio, candidamente si è informata e da lì tra noi è nata una comunicazione molto frequente. Ci è capitato di andare in pellegrinaggio a casa sua, dove c’è ancora lo studio nel quale suo padre ha composto Romagna mia, gli spartiti originali, molti articoli di giornale, i costumi, insomma, ci sono un sacco di memorie. Riccarda vuole davvero che le persone vadano a visitare questa sorta di casa-museo, che si trova a Savignano sul Rubicone. Se qualcuno vuole sapere qualcosa sulla storia del grande liscio d’autore, andare in quel posto è come immergersi in quell’epoca, in più questa signora è di una gentilezza rara e disarmante, a noi ha regalato anche delle bottigile di vino…

Quindi direi che il liscio no, non è morto. Anzi, per niente. Nello specifico Riccarda auspicherebbe al mantenimento della tradizione. E’ una storia affascinante quella del liscio, fatta anche di divisioni, spostamenti di persone e repertori diversi. Il latino invece è quello, è finito, ed è solo scolastico. Questa insomma è la differenza sostanziale. Rimane il fatto che effettivamente il liscio, tutti lo conoscono per nome e con superficialità, ma nessuno approfondisce, in pochi sanno chi sia Secondo Casadei, che è come non conoscere Louis Armstrong, poiché è un po’ il suo corrispettivo. E’ un peccato che non lo conosca nessuno.

  

In effetti, rispetto a Secondo, è più facile che le persone conoscano Raul Casadei…

Sì, esatto, la collettività conosce di più il nome del nipote di Secondo, Raul. Lui è entrato in formazione con il maestro Casadei alla fine degli anni Cinquanta se non sbaglio, e fu il suo braccio destro per tutto quel periodo. Raul in realtà ha più che altro un grande talento manageriale, cioè, se il liscio è diventato quello che è diventato e ha smosso anche tutta l’economia che ha smosso, ossia è giunto in televisione, o a cose enormi come gli show all’Arena di Verona negli anni Settanta, è proprio grazie a questo suo talento. Perché Raul devo dire che ha scritto alcuni testi e composto alcuni brani, ma il suo punto di forza sta nel ruolo di anchorman, di presentatore, cioè quel personaggio che ancora adesso esiste in tutte le orchestrine. Ad esempio, in un orchestra ipotetica che si chiama Luca e Maria, Luca è quello che possiede l’impianto, quello che presenta la serata, ma di fatto non canta né suona nulla. Ora Raul tra l’altro è in pensione e ha lasciato tutto in mano al figlio, Mirko Casadei.

Quando ti approcci a brani appartenenti alla tradizione del liscio d’autore qual è l’aspetto che ti diverte e stimola di più a livello musicale?

 

Una cosa a cui non avevo mai badato e che ho appena scoperto grazie a Paolo Ciarchi, storico personaggio milanese che era qui a sentirci al Parco Sempione, è che nel liscio – in particolare in quello romagnolo, e, ancor più in particolare in quello di Casadei – per come è concepito (spesso inconsapevolmente anche per chi lo compone), ha delle capacità di messa in vibrazione del corpo tali che, per gli accordi e gli strumenti che vengono usati, ti infondano un irrazionale e totale desiderio di muoverti, di ballare.

Almeno, questa cosa la vedo sui bambini. I bambini davvero ne sono l’esempio perché se ascoltano il liscio non riescono a fermarsi. Suonando in varie regioni ho sempre notato che in sala i bambini sono sempre i primi a muoversi. Quindi è qualcosa di totalmente irrazionale, probabilmente ci dev’essere qualcosa di intrinseco a livello di cultura e di background, qualcosa nella realizzazione di questa musica e nella percezione che ne abbiamo a cui sfugge il controllo anche logico. Io ci ho trovato delle cose che hanno avuto a che fare con il piacere fisico, ti giuro, non me lo so spiegare; sicuramente è qualcosa di innato che ci portiamo dentro qui in Italia.

Per la cultura occidentale in generale queste musiche provengono da radici secolari: polke e valzer sono le principali danze del folklore del Nord e del Centro Italia e arrivano direttamente dalla Mitteleuropa, è qualcosa che condividiamo con austriaci, tedeschi, francesi e sì, anche irlandesi. Ci sono molte similitudini con la musica celtica, in questa roba qua: le mazurche in particolare sono estremamente simili alla musica popolare irlandese e scozzese. Inoltre la scrittura di Casadei, a mio avviso coinvolge anche elementi che provengono dall’Europa dell’est. Non a caso, infatti, gli strumenti principali alle origini erano il violino e il clarinetto; quelli sono strumenti che rimandano subito alla musica classica balcanica. Poi, col tempo, il violino è scomparso nel liscio, ma è stato a lungo lo strumento principe. Proprio riguardo a ciò, il primo grande maestro è stato Carlo Brighi (fine Ottocento) e Secondo Casadei è stato il secondo violinista della formazione del figlio. Tutti violinisti dunque. Infatti, secondo me, la scrittura di queste cose suona molto bene perché è concepita su violino e non su fiati. Tecnicamente parlando, il violino ha quattro corde che vanno in vibrazione, sfruttando il sistema della simpatia. Simpatia vuol dire innanzitutto messa in vibrazione, anche quando parliamo di simpatia nell’accezione in cui la intendiamo solitamente, in sostanza significa mettere in vibrazione l’altro. La parola d’ordine del liscio romagnolo, dunque, è proprio “simpatia”.

I testi trattano principalmente di paesaggi romagnoli, amori perduti, spaccati della vita di campagna… Di cosa potrebbe parlare un brano di liscio se scritto oggi?

 

Anche questa è un’altra domanda interessante. Il liscio ancora oggi viene scritto, ma ha preso delle pieghe che conservano solo un piccolo bagliore dello spirito iniziale. Il liscio di oggi troppo spesso si confonde col pop, è deragliato completamente, va più verso la Pausini che verso il cantautorato di Dente o di Alessandro Fiori, per dire. Il liscio ha questa caratteristica di essere estremamente leggero, e soprattutto estremamente ruspante, per cui anche i sentimenti vengo affrontati in maniera ruspante. E di sicuro quello che c’è sempre sotto, che è un’altra delle cose molto affascinanti, è che sono contenuti ammiccanti. Il liscio è sempre velatamente ed elegantemente ammiccante, senza mai scadere nella volgarità. Poi, sempre in questa fase di grande deragliamento, molto spesso i testi sono divenuti triviali e mediocri.

Ecco, l’unica cosa che potrei dirti che potrebbe essere una variazione in chiave moderna su quest’argomento sempre così presente… Si potrebbe fare del liscio parlando di omosessualità; non è mai esistito niente di simile, perché il ballo di coppia è sempre stato notoriamente uomo – donna. Questa potrebbe essere un nuovo argomento da trattare, ma di sicuro sarebbe da affrontare in maniera molto elementare, e sempre sul filo dell’eleganza, come i grandi maestri del liscio ci hanno insegnato.

  

Avrebbe senso, secondo te, portare questo progetto anche all’estero?

Avrebbe senso sì, in realtà. Come tutte le cose. Questa domanda dovresti farla a tutti quelli che fanno musica del genere, o proprio musica in generale, e tutti ti risponderebbero di sì. Portare all’estero questo tipo di progetto è fattibile, sarebbe molto bello. Ci sono numerosi festival di musica popolare sparsi per il mondo, quindi, perché no?

E poi il mondo è pieno di immigrati italiani, come e più di prima.

Clicca qui per vedere le foto dell’esibizione a Parklive 

Fanpage