Daniele Celona: un’anima artistica e sognatrice tra Torino e la Sardegna

Daniele-Celona-foto_3-682x1024A poche settimane dall’uscita del suo secondo disco Amantide Atlantide (prevista il 3  febbraio per Nøeve Records / Sony Music) abbiamo avuto il piacere di fare una lunga e profonda chiacchierata con Daniele Celona, cantautore torinese di origini sarde che ci racconta dei suoi progetti, del forte legame con la sua terra, del fermento artistico torinese, della scrittura come questione di sopravvivenza e della sua grande passione per Edgar Allan Poe.

 

 

di Eleonora Montesanti

 

Daniele, qual è stato il momento in cui ti sei reso conto che la musica sarebbe diventata la protagonista della tua vita?

In realtà, ho iniziato quasi per coercizione dei miei genitori, studiando pianoforte. Il cliché del bambino che deve intrattenere gli ospiti strimpellando al loro presentarsi in casa. Forse il momento più importante è stato quando ho smesso di fare body building musicale, ovvero quando ho preso le distanze dal concentrarmi su esercizi, tecnica e quant’altro e ho iniziato a suonare per me stesso. Questo passaggio è avvenuto intorno ai quindici anni, quando ho accantonato il pianoforte classico e ho incontrato da strumentista la musica leggera, grazie al tipico compagno di scuola che inizia a torturare una chitarra e a cui cerchi di star dietro. La magia di fare per la prima volta il medesimo accordo con strumenti diversi è indimenticabile. Forse il santo Bach, non mi aveva mai dato tanto. Forse è così che ho contratto questa malattia. Poi è venuta la scrittura, sempre per influenza di quello stesso compagno di scuola che dopo i primi tre accordi imparati aveva già scritto un pezzo. A me venivan solo lunghi strumentali a dirla tutta, e ahinoi mi porto ancora dietro quell’influenza. Mi piace e mi viene più facile scrivere quel tipo di sonate un po’ contorte, con cambi di tempo e dinamiche, il cui stile in realtà confluisce anche in quello del mio cantautorato, ricco di momenti di pieno e di vuoto, di variazioni di atmosfera. Comunque, per tagliar corto la contrazione del virus musica è avvenuta intorno a quell’età e da allora non sono più guarito.

Torino e Sardegna, i due luoghi a te più cari. Quanta influenza c’è dell’una e dell’altra nel Daniele artista?

La Sardegna è sempre stata un po’ il mio rifugio. Per un periodo mi ha dovuto salvare anche da Torino stessa. Fuga dalla città potremmo dire, una città che prendevo spesso per il verso sbagliato. C’è stato un momento in cui consideravo ancora il successo come sbocco normale e giusto per chi fa o cerca di fare il mio mestiere. E’ il periodo che Battiato chiama gli “anni bui”. Di fatto, vedevo i miei sacrifici non corrisposti (anche a livello locale). Questo, unito alla mia congenita riservatezza e alla difficoltà/incapacità di gettarmi in pubbliche relazioni “utili” determinava uno stato di malessere. Oggi ritrovo spesso quello stesso tipo di “carogna addosso” negli occhi dei gruppi a cui do una mano ed è una delle prime cose che cerco di smontare, perché senza un equilibrio saldo, pur con la giusta dose di ambizione, non si va da nessuna parte.
Per ritornare a monte, in quel periodo la Sardegna mi ha messo al riparo da tutto, anche dalla mia città. Quando sono riuscito a raggiungere maggior tranquillità, a esser meno orso, a scrivere semplicemente perché era la mia attitudine naturale, ho guardato con occhi diversi anche la vecchia Turin e i rapporti di forza di cui era intessuta. Ho smesso di lamentarti e ho iniziato ad essere parte attiva, cercando di cambiare qualcosa. Scrivevo solo per le mie quattro mura e ho iniziato a torto o a ragione a prestare il mio lavoro gratis. Così ho fatto coi Nadàr Solo e in quell’anno e mezzo di sala assieme ci siamo scoperti a vicenda ed è un percorso che è sicuramente servito anche a me come produttore artistico. (Daniele Celona ha lavorato alla produzione del secondo album dei Nadàr Solo, Un piano per fuggire, 2010. n.d.r.)
Da lì ho allargato questa visione anche ad altre discipline quali il cinema, il video, la fotografia, la moda, cercando relazioni e contaminazioni con tutte quelle energie che a Torino sono così vive e stanno cercando di uscire, ma che hanno difficoltà ad emergere.
Detto questo, la Sardegna rimane preziosa, sempre. E’ la tana in cui probabilmente mi nasconderò da orso anziano. E’ una terra magica pur con grandissimi problemi. Se la vivi solo da turista certe dinamiche non le capisci. Se scendi in inverno o in periodi diversi dai mesi estivi, magari in luoghi non così noti capisci che ci sono delle difficoltà reali, ed è facile essere investito anche dagli aspetti più amari dell’esser in un’isola. Ma qui il discorso sarebbe davvero più articolato.

E’ da qualche tempo che siamo in attesa del tuo nuovo disco, Amantide Atlantide, che uscirà il 3 febbraio. Vuoi spiegarci l’origine di questo titolo abbastanza singolare ed enigmatico?

In realtà è una sintesi – così come lo era Fiori e demoni – dei temi trattati. Amantide nel titolo rappresenta la donna, la donna immersa nella società attuale e in tutte le sue forme: la madre, l’amante, l’amica, lo scontro col nemico, eccetera. Dall’altra Atlantide (solo nel titolo dell’album) invece è l’ambito in cui si svolgono le azioni di cui sopra. E’ la società, il clima, il periodo storico, le circostanze. E’ la metafora di un sistema che alla fine è esploso o meglio imploso su se stesso, ed è il monito del pericolo che corre la nostra comunità e in senso più ampio il nostro stesso pianeta. Il tema non è poi diverso da quello che ho trattato in Ninna Nanna. Se non decideremo di dar luogo a uno sviluppo e a un’integrazione sostenibili e se non inizieremo a occuparci non solo dei vantaggi immediati, ma anche del benessere delle generazioni a venire non riusciremo a sopravvivere a noi stessi. Insomma, dovremmo riuscire tutti a guardare al di là del nostro presente e di una singola generazione futura e considerare che il pianeta non ci appartiene, neanche lontanamente.
Per riassumere Amantide e Atlantide sono i confini del disco, sono il primo e l’ultimo pezzo. Come brani in senso stretto Amantide rappresenta un po’ quello che è nel titolo, perché c’è quel classico interlocutore immaginario femminile a cui tutto è rivolto. La “canzone” Atlantide invece, assume un significato diverso da quello del titolo del disco. E’ pur sempre metafora del collasso di un mondo, ma in questo caso è quello personale, quello di una relazione che finisce.

Parliamo di Sud Ovest, ossia il primo brano che anticipa Amantide Atlantide, il quale però ha un’identità propria, essendo accompagnato da un video meraviglioso diretto dal bravissimo Mauro Talamonti, con cui hai già collaborato per il video di Millecolori. Dove lo avete girato? Cosa vuole rappresentare questo progetto?

Lo abbiamo girato in Sardegna nell’estate del 2013. Abbiamo discusso su una bozza di sceneggiatura, senza avere bene in mente una traccia precisa. Ogni giorno uscivamo a fare delle escursioni da cui poi ritagliavamo materiale, non abbiamo fatto nessun sopralluogo per le location. Le abbiamo dovute scoprire o inventare al momento, ritornando magari in alcuni luoghi particolarmente interessanti. Uno degli effetti collaterali è che questo approccio ha permesso anche a chi ti parla di scoprire una parte di Sardegna di cui conosceva ben poco. Sono stato costretto ad andare in giro più di quanto non faccia di solito. Se torniamo al concetto del rifugio a cui accennavo prima, quando vado nell’isola sono spesso vittima dell’inerzia, del dolce far niente. L’anno scorso ho dovuto giocoforza rinunciare alla quiete, ma è stato davvero bello scoprire delle zone incredibili, come può essere quella di Pan di Zucchero (l’isoletta che si vede nel video). Quello scoglio possiede qualcosa di soprannaturale, ha un non so che di maestoso e solenne, non saprei come altro descrivere la sensazione che da all’osservatore.
In secondo luogo questo lavoro mi ha permesso di conoscere Mauro nelle sue vesti ancor più tipiche di fotografo e reporter, di vederlo infilarsi in posti interdetti e riuscire a ottenere i permessi per girare. Improvvisazione, mestiere e facciaculismo erano le sue armi vincenti. Inutile dire che dopo quell’esperienza il nostro legame è diventato ancora più forte.
Dal punto di vista tecnico, le immagini sono spesso quasi immobili, vicine allo stile che piace a me e Mauro, quasi da reportage o da video alla Sigur Ròs, per intenderci: carrellate lentissime, scorci che cercano di indossare il vestito della rappresentazione pittorica. Immortalare questi quadri nella zona del Sulcis e rilevare le contraddizioni di tanta bellezza, di questi paesaggi mozzafiato associati magari alla fabbrica dismessa e al campo bruciato, pur senza spiegare più di tanto, sono convinto possa smuovere qualcosa in chi guarda. Da un lato c’è una dose di denuncia, per una terra che dovrebbe essere rispettata e valorizzata molto di più, dall’altra parte c’è l’omaggio, la dichiarazione d’amore verso paesaggi e luoghi che mi hanno dato così tanto e che hanno contribuito moltissimo alla mia formazione. C’è naturalmente Sant’Anna Arresi, che è il paese d’origine di mia madre, dove vado ogni anno e che ospita uno dei festival jazz più importanti d’Italia: quasi tutti i mostri sacri del jazz li ho visti lì e sicuramente anche questo ha contribuito alla mia crescita musicale. Per concludere, il progetto Sud Ovest mi sta molto a cuore e la sua importanza va al di là del semplice videoclip. Ci sono dentro anche le ultime immagini di mia nonna, che è mancata l’anno scorso. Il suo volto sullo schermo mi consente di avere un ricordo molto vivido, molto stretto di lei, di questa donna che mi ha dato e amato tantissimo.

Il 9 gennaio è invece uscito il primo singolo estratto dal nuovo album, intitolato La colpa. Questo brano è uno scossone che racchiude un vero e proprio inno a reagire all’autocommiserazione, all’apatia e all’orgoglio che troppo spesso ci sovrastano, è un invito a correre dei rischi, almeno uno e nonostante tutto, perché in sostanza è l’unica possibilità che abbiamo. E non si sa mai cosa si potrebbe ricavare da un’apparente sconfitta, aggiungo io. E’ un brano potente e per certi versi anche severo, ma a fin di bene. Sembra una canzone in cui si fanno i conti con qualcuno, o con la parte di sé che si ama di meno. E’ un processo doloroso, ma necessario? E’ più difficile accusare chi si ama o se stessi?

Beh, il brano sembra avere le vesti beffarde della canzone leggera. In realtà, come dici tu, dietro quell’inizio strumentale orecchiabile si nasconde un testo abbastanza spinoso. A distanza può sembrare una di quelle vetrate a più colori, una di quelle dei palazzi antichi. Man mano che ti avvicini, dovresti accorgerti che riflesso in quei vetri, in quel mosaico ci sei tu. Tu con l’indice puntato, la postura e gli occhi che esortano all’ingaggio, alla sfida. Nuda e cruda è l’esortazione a non piangersi addosso, a guardarsi dentro per uscirne più forti. E non ti cito Ken di Hokuto per non fare la figura del solito nerd. Sull’ultima tua domanda, anche se di domanda retorica si tratta, permettimi di glissare. Ribadendo il fanculo al vittimismo, è innegabile che sia stato un anno un po’ difficile da quel punto di vista. La risposta, a ben vedere, è sepolta in enne frammenti dei brani di questo disco.

Quali sono state le influenze culturali (musica, letteratura, cinema, …) che ti hanno accompagnato durante il concepimento di Amantide Atlantide?

Devo esser sincero, passo lunghi periodi in cui non mi nutro di niente. Sono un ascoltatore onnivoro, universale, apprezzo il bello di molti generi, ma non è una necessità. Magari mi innamoro di un autore, di un musicista o di uno scrittore e divoro tutto quello che ha fatto, però devo averne fame sincera. Non mi ingozzo a priori, per esser sazio e poter creare qualcosa. Talvolta rigiro in maniera un po’ autoreferenziale sulle mie cose finché non incappo in qualcosa che realmente mi interessi perché ha colpito il mio immaginario, quasi di nascosto, in maniera inaspettata, non cercata.
C’è una band che da qualche anno mi ispira parecchio e si chiama We were promised jetpacks, per la quale ho tra l’altro aperto il concerto allo Spazio 211 di Torino lo scorso ottobre. Sembrano ragazzini un po’ sfigatelli, eppure in loro ho riconosciuto un tipo di scrittura viscerale e emozionale in cui è facile per me ricadere. Detto questo alcuni dei miei riferimenti culturali sono abbastanza banali. Allan Poe, ad esempio, lo rileggo saltuariamente per ritrovare dettagli che ho perso e che riescono a stupirmi ogni volta. Diciamo che Bierce, Lovecraft, e Poe appunto sono tutti autori che amo particolarmente.

Qual è il tuo momento preferito tra il nulla e una canzone fatta e finita?

Il mio momento preferito è quello primigenio, perché è l’unico che io consideri veramente puro. Quando avevo quei quindici anni di cui parlavamo prima ero decisamente più “pulito”, più libero, più innocente, più disposto ad aprirmi. In quegli anni, vivevo dei momenti, forse gli unici, di vera ispirazione. Ho un po’ di pudore a dirlo, però erano quasi delle condizioni di trance in cui mi ritrovavo a palleggiare delle note sul piano non si sa bene come. Quella dimensione così piena, l’ho persa nel tempo. Forse tutti noi ci induriamo alla stessa maniera, perché non siamo più disposti a lasciarci andare completamente. Subentra anche l’arte del mestiere, del saperci fare. In ogni caso almeno la scintilla, quel momento in cui maneggi tenendolo sospeso del materiale che non avevi prima resta. E’ come riconoscere una chiave di lettura. L’esempio da fare è sempre lo stesso, quello del blocco di marmo da scolpire per dare forma a ciò che già è dentro. Magari tocchi due corde di uno strumento e si accende una lampadina, come se avessi riconosciuto una combinazione che in qualche modo sai già debba portare a qualcosa. Inizi a scavare, inizi a cercare queste tessere del puzzle, a cercare di intuire a che cosa si legano. Può essere più istintivo e immediato o richiedere più lavoro. Magari lasci del materiale – sia musicale, sia testuale – a sedimentare e poi cerchi di mettere tutto assieme. Il paradosso è che a volte ciò che è istintivo non sempre viene percepito come tale, mentre il materiale aggregato, in qualche modo più artificioso, viene preso per qualcosa di assolutamente viscerale. Forse sta un po’ alla perizia del cantautore riuscire a non far sentire o vedere le suture e i punti che derivano dal taglia e cuci.

Daniele, i tuoi strumenti sono la chitarra e il pianoforte. Due strumenti che rappresentano una dicotomia che, secondo me, ti descrive molto bene: forza e delicatezza. E’ così? Com’è il tuo rapporto con questi strumenti?

Sì e no. Dove possiedi più tecnica è facile essere anche delicato, soffuso, puoi giocarti tutto con naturalezza. Se intendi che sono più irruente sulla chitarra che sul piano, in realtà ti assicuro che riesco ad essere molto violento anche su quest’ultimo. Il pianoforte può essere molto duro, addirittura sinistro e inquietante in certe combinazioni di suoni; il tritono ad esempio era considerato un’associazione di note diaboliche nel medioevo. Il piano lo suono da seduto, e l’interpretazione del corpo si limiterebbe quasi esclusivamente agli arti superiori e al busto. In realtà riesco a esser sgraziato anche in questo caso, muovo un casino le gambe, meno dei pestoni a terra che se il pianoforte non è più che saldo al suolo, rischio di far danni. Con la chitarra, è chiaro, essendoci le distorsioni e un’interpretazione corporea ancora più esasperabile è facile considerarlo il terreno più fertile per la prova “muscolare”, ma in realtà io amo l’escursione dinamica su tutti gli strumenti, mi piace andare dal pianissimo al forte e giocarci più che posso.

In Fiori e demoni, il tuo album d’esordio del 2012, affronti tematiche sia personali, sia sociali, a voler rispecchiare i sentimenti umani e i loro effetti sulla società. Nello specifico Cremisi è uno sfogo contro la violazione personale, una critica verso un Paese che chiude gli occhi di fronte alle raccomandazioni e alle ingiustizie; il testo è pregno di disillusione e rabbia, di consapevolezza di aver fatto uno sforzo vano per non essere esclusi da una società che, però, ci sta stretta. Stringendo il campo al tuo ambiente – anche se parli anche di politica, arte e amore – vale la pena investire in se stessi nel nostro Paese? Il gioco vale la candela?

Bella domanda. La risposta è sì, ma la risposta è anche che non saprei come fare diversamente. E’ una questione meramente di sopravvivenza. Lo sarebbe anche se pensassi che non ne vale la pena – e un po’ sono convinto che l’equazione che noi andiamo a interpretare, a “indossare”, è fallimentare quantomeno dal punto di vista economico. Non per niente molti di noi lavorano o cercano uno sbocco editoriale proprio per poter mantenere una sostenibilità della scapestrata vita che conduciamo. E’ benché si sia disposti a farlo ad ogni condizione, riuscire ad andare a suonare in giro con continuità diventa sempre più difficile. Però sì, penso ne valga la pena e penso soprattutto occorra dare l’esempio di questa sorta di testarda incoscienza. Tanto più in un momento storico come questo. Nel senso che se un Paese perde la fiducia nel sogno, o in persone che nonostante tutto fanno quello che gli piace a dispetto di qualsiasi conseguenza, significa che quel paese è veramente allo sbando, perché sta instillando la sfiducia e la rassegnazione nei propri figli. Gli esempi positivi non sono per forza, o non sono soltanto quelli di successo, ma anche quelli di chi persegue semplicemente il proprio obiettivo. Vale per lo sport come per l’arte in toto, per l’etica, per qualsiasi tipo di gesto in grado di elevare potenzialmente l’essere umano. Vale la pena farlo perché piantare un seme può esser ben piccola cosa, ma risultare determinante nel disegno generale.

I tuoi brani sono spesso delle vere e proprie storie, narrate come se fossero dei piccoli cortometraggi. Hai mai pensato di scrivere un romanzo?

Sì, lo sto facendo. E’ da un po’ che ci lavoro, si chiama Camice giallo e no, non è un giallo. In qualche modo narra di un personaggio alla ricerca di se stesso, un personaggio che si ritrova in un posto senza capirne il perché e deve scrivere un diario ogni giorno per ritrovarsi, per non perdere la memoria… Ma adesso non sto mica a dirti tutto. Ho usato questo escamotage per permettere a lui, scrivendo, di ripercorrere tutta una serie di flashback della sua vita, dall’infanzia all’età adulta inoltrata. E’ un progetto strano in cui la parte finale non sarà scritta, ma sarà in fumetto. Tra l’altro alcuni dei personaggi del libro mi sono ricapitati tra le scatole anche nello scrivere canzoni: c’è un pezzo di Fiori e Demoni che non è uscito perché non ho fatto in tempo a mixarlo, si intitola Agosto Cane ed è proprio l’incipit del libro. E ce n’è anche un altro, che non ho fatto in tempo ad inserire in Amantide Atlantide, che si chiama Shinigami e si riferisce al primo incontro tra i protagonisti maschile e femminile del libro. Insomma sì, ci sto lavorando.

Chi sono i tre artisti (italiani e non) con cui più ti piacerebbe un giorno collaborare?

In senso assoluto… Non ti sto a fare nomi esteri perché sarebbe inverosimile. Stando più nel pratico, restiamo in Italia e ciò che sto per dirti era in realtà un’ idea maturata già per questo disco, ma che non sono riuscito a realizzare per i soliti casini/impegni incrociati di tutti. Avevo in mente di collaborare ad esempio con Paolo Benvegnù, Umberto Maria Giardini e Antonio Di Martino. Alla fine nel disco ci sarà solo il featuring con la mia sorellina e pupilla Levante. Rimanderò al futuro l’incrocio con gli altri che ho citato. Per quel che riguarda Pierpaolo Capovilla, ho in testa di coinvolgerlo nel pezzo di cui ti parlavo prima, ossia Shinigami, dove mi piacerebbe fargli fare la voce narrante. Mi piacerebbe lavorare anche con gli Albedo. Comunque ecco, questi sono tra gli artisti che apprezzo di più, e con cui mi sono trovato sempre bene anche dal punto di vista umano.

Negli ultimi tempi Torino sta sfornando una serie di talenti uno più meraviglioso dell’altro. In questi mesi stanno uscendo, uno dietro l’altro, un sacco di dischi riconducibili appunto a questa nuova scena. Per fare un riferimento pratico, lo scorso luglio ho assistito ad Un’ora sola, un concerto al Traffic di Torino in cui tu, i Nadàr Solo e Bianco avete suonato insieme e in cui avete coinvolto alcuni artisti emergenti torinesi (Anthony Laszlo, Johnny Fishborn, Eugenio in Via di Gioia, Paolo Celoria). Quanto è importante fare gruppo? C’è qualcun altro (oltre agli artisti già citati) che vuoi segnalarci?

Allora, per quel che riguarda il far gruppo ricadiamo un po’ nel discorso fatto prima, ossia sull’importanza di cercare di creare legami trasversali. Il merito di quanto è successo va chiaramente equamente diviso. Qualcuno di quei semi credo di averlo piantato io. Partendo dal legame coi Nadàr Solo, oppure con Levante. La contattai per farla suonare in un locale per poi avvicinarla al mio giro di matti e fu in una jam session improvvisata al Reset Festival, a impianto già spento con la gente che si stringeva intorno, che iniziammo forse a percepire la potenza e la potenzialità di quei rapporti. Lei ci pose in relazione con Bianco e da lì scattarono altre reazioni a catena che ci han portato ad oggi. Il nostro è solo un esempio ed è molto importante che altri lo seguano, che non sia solamente questo gruppo ad inglobare altri progetti. Certo la convivenza non sempre è facile, si sa, ci sono carriere separate che devono procedere per proprio conto e non è sempre facile portare avanti il discorso comune.

Per quel che riguarda altri artisti emergenti ti dico che scegliere i tre nomi da portare insieme a noi sul palco del Traffic è stato più complicato che non decidere la scaletta, perché ognuno aveva dei nomi da proporre. In sostanza abbiamo cercato di portare un nome molto giovane e completamente nuovo, qualcuno che invece stesse lavorando a Torino da tanto e di cui non fosse stato ancora riconosciuto più di tanto il talento e una personalità che avesse funzionato quest’anno. Così sono uscite le “nominations”.
Ad esempio c’è un altro cantautore che io amo particolarmente e che non sono riuscito a portare al Traffic, si chiama Andrea Fornari. Diciamo che lui e Maurizio Chiaro (anche se ormai se n’è andato da Torino e fa il produttore e basta) sono dei talenti di cui comunque spero si sentirà parlare. Ci sono poi i Rame, gli Yellow Traffic Light, i Satellite. Non sto a citarti poi altri pezzi da novanta legati alla città, come Niagara, Drink to me o Foxhound le cui aspirazioni possono e devono tranquillamente mirare al di fuori dei confini nazionali. Insomma c’è molto fermento nella nostra nebbiosa Torino, c’è di che esserne fieri.