Coez: “Niente che non va” – l’intervista

coezIl 4 settembre Coez ha pubblicato il suo nuovo album “Niente che non va”. Lo abbiamo intervistato, ecco cosa ci racconta!

Intervista di Egle Taccia

“Niente che non va” risulta essere una grande sorpresa per coloro che non si aspettavano l’interessante cambio di rotta intrapreso dall’artista, che passa dal mondo del rap a quello del cantautorato moderno.

È certamente un disco per chi è stanco della solita musica preconfezionata che viene fuori dai talent. È un progetto interessante, che si fa ascoltare dall’inizio alla fine, al cui interno si rintraccia uno spaccato di realtà, che parla di secondi, di disagio giovanile e di rapporti complicati.

In questa intervista ho cercato di farmi spiegare la ragione di questo cambiamento, di curiosare sul suo rapporto con le donne e con le persone.

Niente che non va è un album che porta la tua musica verso nuove sonorità, cosa ti ha spinto a questi cambiamenti?

In realtà è proprio la ricerca musicale che mi spinge di disco in disco ad aggiungere qualcosa in più e a fare qualcosa di diverso. Io parto dal rap, ma negli ultimi anni sta uscendo un po’ più fuori il mio attaccamento alla canzone.

Il brano che dà il nome all’album racconta il disagio di una generazione. Cosa c’è che non va oggi?

Lì ci sono elencate un po’ di cose. È un po’ la stessa cosa che non andava anche cinquant’anni fa. Niente che non va vuol dire proprio questo, che, nonostante le cose non vadano proprio come uno se le aspetta, questa è una condizione di tutti, è una condizione normale che così è stata e così sempre sarà, quindi bisogna ogni tanto accontentarsi di quel poco di buono che c’è.

Un tuo brano dice: “Il diavolo veste di ombretto celeste”… Com’è il tuo rapporto con le donne?

(Ride) Non è dei migliori sicuramente, sto prendendo il mio tempo per capirlo…

Cosa ti piace fare quando sei lontano dal palco?

Festa, in generale. Mi piace molto viaggiare, divertirmi, uscire la sera. Mi piace molto andare in giro, stare a contatto con la gente. Questo purtroppo è un lavoro che ti spinge a stare un po’ lontano dalle persone, a crearti un po’ un tuo spazio, a stare in solitudine, perché magari quando cominci a girare un po’ in tv o in radio o sul web, la gente per strada ti riconosce; questo porta spesso gli artisti a chiudersi; al contrario io sono attaccato al fatto di rimanere sempre un po’ in giro.

Quanto pesano i talent sulla qualità della musica italiana?

Ultimamente stanno un po’ viziando il mercato, hanno ormai già viziato il mercato discografico. Prima le etichette facevano scouting, c’erano delle figure come i talent scout, che andavano a cercare gli artisti dentro ai locali, adesso questa cosa è stata sostituita in maniera totalitaria dal talent o dal web, o comunque da artisti che riescono ad avere grossi numeri sul web e le carriere discografiche lunghe, dolorose, dove veramente si costruisce qualcosa, sono sempre di meno. Io penso di avere intrapreso un po’ più quel percorso là, un po’ per un fatto di scelta, un po’ anche perché ognuno è com’è. Sicuramente partecipare ad un talent può assicurarti di fare un paio di dischi buoni, anche se non c’è questa gavetta. Una cosa che mi chiedo è che, se io ci metto dieci anni ad imparare come devo comportarmi in determinate situazioni, chi esce da un talent lo imparerà mai? Credo sia un po’ come costruire una casa dal tetto. Non è detto che crolli per forza, ma rispetto ad una casa costruita salda dalle fondamenta, ha meno chance di rimanere in piedi per tanto tempo.

Cosa puoi anticiparci sui tuoi prossimi live?

Sicuramente farò un tour, uscirò con una band; abbiamo un set ibrido e nelle date più grosse potremmo essere accompagnati da pianoforti, fiati, basso e tutto il resto, mentre per girare più leggeri la maggior parte dei live li faremo con un set composto da un dj, un batterista e un chitarrista che suona anche synth. Dev’essere quindi una band ibrida, perché dobbiamo fare un tipo di live che deve rispondere a determinate esigenze.