Bianco: guardare per aria per ricordarsi di essere positivi – l’intervista

BiancoFoto3In occasione di una delle prime date del tour di Guardare per aria, l’ultimo disco di Bianco (uscito per INRI lo scorso febbraio), abbiamo avuto il grande piacere di scambiare quattro chiacchiere con il cantautore torinese, che, in un viaggio tra passato, presente e futuro ci ha raccontato qual è, secondo lui, lo scopo della musica: coccolare le persone.

di Eleonora Montesanti

 

Ho letto che prima di intraprendere la strada del cantautore suonavi la chitarra in un gruppo punk rock. Quando è nata l’esigenza di scrivere e comporre canzoni? Ti ricordi qual è la prima che hai scritto?

Sì, esatto. Ho iniziato a suonare con i Malibu Stacy, un gruppo punk rock in cui ero già io a scrivere i pezzi. Poi, però, è arrivato un momento di grande confusione con la band, uno di quei momenti in cui tutti personalmente dovevamo prendere delle decisioni. C’era chi doveva iniziare a lavorare, chi aveva l’università, chi aveva la fidanzata troppo esigente, … Per cui ad un certo punto ho detto: “Ragazzi, sentite, non ve la prendete, però io adesso continuo e faccio da me.” Insomma, me le canto e me le suono.
La prima canzone che ho scritto per i Malibu Stacy è un pezzo che si chiama Pomeriggio, che forse non è proprio la prima, però me la ricordo bene. In realtà una delle primissime è Nuvola, che poi è finita nel disco di Levante. Questa canzone ha una storia divertente, perché è nata in un periodo in cui mia madre si era rotta il ginocchio sciando e io mi ero preso la rosolia – da Gege (Eugenio Odasso, l’attuale chitarrista della band), tra l’altro. E dunque ci siamo ritrovati io e mia madre chiusi in casa per un mese e allora mi sono chiuso in cameretta ed è nato questo pezzo.

Il tuo primo album Nostalgina affronta con onestà e disillusione la precarietà che accompagna il lavoro del musicista, inteso troppo spesso come un mestiere facile e idilliaco, come se non fosse un lavoro vero, quando in concreto vivere di sola musica oggi è davvero difficile. Nel tuo secondo disco Storia del futuro, invece, si vede un’evoluzione da questo punto di vista, quasi a voler dire ok, fare il musicista è complicato, ma il gioco vale la candela. In Guardare per aria, addirittura, sembri aver trovato un equilibrio reale da questo punto di vista. Quali sono gli aspetti del tuo lavoro che più ami e che ti fanno andare avanti?

E’ tutto verissimo quel che hai detto. L’aspetto più bello è sicuramente il fatto di riuscire ad emozionare delle persone, che con le prime canzoni erano solo i miei genitori e la mia fidanzata, ma adesso piano piano la cerchia si sta ampliando, e sicuramente questo è l’aspetto più importante. Poi ovviamente anche il fatto di girare per l’Italia con gli amici a suonare è una cosa bellissima, è uno dei motivi per cui lo faccio.

 

Tutte le tue influenze musicali più significative sono bene o male citate all’interno dei tuoi brani: Battisti – Mogol, Frusciante, Josh Homme e il punk rock old school in generale. Quindi ti faccio una domanda sul presente: quali sono i dischi o gli artisti che più stai ascoltando in questo periodo?

Io continuo ad ascoltare imperterrito Frusciante. Anche oggi siamo arrivati qua a Milano ascoltando Frusciante! E’ proprio una passione che non mi passa, è una cosa che non va via; non so dirti quanto mi abbia influenzato realmente, però lo trovo il più figo di tutti. Anche Fink mi piace tantissimo, me l’ha fatto scoprire mio fratello in un periodo in cui praticamente stavo smettendo di suonare, proprio a causa Malibu Stacy. Me lo ha fatto scoprire e sono impazzito, perché ho capito che con pochi elementi si poteva fare della bella musica.


Il tuo cantautorato è da sempre ricco di contaminazioni con altri artisti: da Gionata Mirai ai Perturbazione, passando per Levante, i Nadàr Solo, Roberto Angelini, Margherita Vicario e Niccolò Fabi. In particolare a quest’ultimo hai aperto una serie di concerti dell’Ecco tour, nel 2013. Quali sono le cose più preziose che ricavi da questi confronti?

La cosa più preziosa è sicuramente la passione che questi personaggi hanno nel fare la musica. Non è tanto un insegnamento, è più che altro un prendere coscienza del fatto che si possa continuare ad avere la stessa passione per anni, nonostante delle carriere pazzesche, quindi anche col pericolo un po’ di perdere quell’entusiasmo primario. Invece tutti questi personaggi che tu hai elencato hanno questa caratteristica in comune. Tra questi quelli che conosco meglio sono Levante e Niccolò Fabi; quest’ultimo in particolare secondo me è un po’, come dire, il signore della musica italiana, perché ha un talento pazzesco e un’umanità fantastica. Vedere come si comporta con le persone che lo seguono, come si confronta coi suoi collaboratori, come tratta tutti quelli di qualsiasi staff tecnico dei festival ti fa capire che è proprio un signore. E quella roba lì comunque è un insegnamento importante, non che io non la pensassi così, però vederlo in un’altra persona ti fa pensare: “cazzo, è proprio bello, è proprio il comportamento giusto.”


A proposito di collaborazioni, sorge spontanea una domanda sulla tua città, Torino. Nell’ultimo periodo ci sta regalando una serie di talenti meravigliosi: Nadàr Solo, Daniele Celona, Levante, Anthony Laszlo, Due venti contro, Eugenio in Via di Gioia, Johnny Fishborn e molti altri. Ciò che salta all’occhio da subito è la vostra capacità e il vostro entusiasmo nell’essere gruppo, nel darvi man forte a vicenda verso uno scopo comune: creare cultura. Quanto è importante per te questa dimensione di insieme? C’è qualche altro artista che vuoi segnalarci?

Sì, questa cosa di voler far gruppo è veramente una cosa meravigliosa che si è creata pochi anni fa, circa tre. Prima tutti quanti chiaramente esistevamo già, però mancava proprio l’incontrarsi e il parlare di ciò che ognuno stava facendo. Quando si ha la possibilità di avere un confronto di questo tipo è ovvio che uno dice: “Mi piacerebbe tantissimo aiutarti!” o viceversa “Perché non mi aiuti a fare questa cosa?” Questa volontà di fare gruppo, dunque, è esplosa in un attimo.
Quest’estate, poi, abbiamo suonato al Traffic perché ci hanno dato la possibilità di rappresentare la nuova comunità musicale torinese. In quell’occasione abbiamo provato a coinvolgere quelli che secondo noi avevano un pochino più la possibilità rispetto ad altri di salire su quel palco, un palco comunque molto emozionante (lo è stato tantissimo per noi, per cui immagina per i ragazzi che abbiamo invitato, che non avevamo mai suonato su un palco così!).

Per quanto riguarda altri artisti che ho voglia di segnalarti… Mi fa molto piacere parlarti di Cortex, anche se non è torinese, ma triestino. Lo trovo molto interessante e molto bravo. Tra l’altro suonerà prima di noi sabato 21 marzo al Maledetta Primavera, al Cap 10100 a Torino.


Inizi sempre i tuoi concerti con Splendidi, traccia d’apertura di Nostalgina, che finisce con: mamma in che condizioni saremmo se Bianco andasse a Sanremo… In che condizioni saremmo? Ci andresti mai?

Ci andrei a Sanremo. Probabilmente non con questa direzione artistica, che quest’anno non mi è piaciuta per niente. Però sì, perché comunque è una cosa che per uno come me che fa, chiamiamolo cantautorato pop, rimane un trampolino di lancio importante. E Splendidi sì, è la canzone con cui apro i concerti, anche se non è proprio facile da eseguire, però è una canzoncina che mi dà sicuramente modo di sciogliere il ghiaccio col pubblico; spesso suono davanti a una parte di pubblico che non mi conosce, e quindi questo è un modo per salutarsi.


Amiamo allora le canzoni, fan diventare un po’ più buoni e onesti. Amiamo allora le canzoni, anche se non capiamo i suoni e i testi
. Parto da qui per farti una domandona: Alberto, per te, qual è lo scopo principale della musica?

Coccolare le persone. Almeno, per me è questo. Tutte le volte che mi sono appassionato a qualche artista e a qualche disco era proprio per farmi del bene. Non era per studiare, o meglio, sì, ho fatto anche quel percorso lì, ma innanzitutto volevo farmi del bene. Dunque lo scopo principale della musica, secondo me, è quello di muovere tutta quell’acqua che abbiamo nel corpo e farci stare bene. Semplicemente questo.


Il tuo cantautorato si basa su un’estetica e su un linguaggio – sia stilistico, sia testuale – al passo con i tempi. Qual è dunque la tua definizione di cantautore, oggi? Può avere ancora lo stesso ruolo di protesta come è stato negli anni Settanta, ai tempi di Dalla, De Gregori, Rino Gaetano, Ivan Graziani, eccetera?

Secondo me, in questo momento, con tutta la protesta che si vede sui social non c’è quasi più bisogno che lo facciano anche i cantautori. Infatti non ce ne sono probabilmente. Ci sono quelli che arrivano un pochino da quella scuola lì, tipo Le luci della centrale elettrica, però neanche lui fa protesta. E idem quelli che somigliano più a De Gregori e Rino Gaetano, tipo Dente e Brunori, che fanno tutto molto bene, tranne che della protesta. Per cui secondo me non serve che qualcuno lo faccia, io non ne sarei capace, perché trovo che a differenza degli anni Settanta in questo momento c’è da riconoscere la bellezza di quello che ci sta intorno e non tanto da denunciare le cose brutte, che sarebbe un po’ come sparare sulla croce rossa… Quindi a questo punto godiamoci il bello, no?


Ed eccoci finalmente a
Guardare per aria, uscito lo scorso febbraio, sempre per INRI. Un disco rassicurante, poetico, luminoso e pieno di amore ed emotività. Un disco equilibrato, che insegna a fare un bel respiro e a guardare il mondo da una prospettiva diversa. C’è sempre stato questo ottimismo nella tua vita oppure è una cosa che ti sei conquistato pian piano?

Il concetto di guardare per aria per me è proprio un ricordarmi di essere positivo, perché combatto sempre col pessimismo e con la nostalgia, e quindi era un messaggio soprattutto per me. Poi sono molto felice se anche qualcun altro riesce a cogliere questo invito. Anche mentre scrivevo i pezzi, tutte le volte che cadevo nel malinconico mi tagliavo subito fuori, cancellavo tutto e ripartivo.
In più, la squadra con cui abbiamo registrato è stata molto positiva, perché era formata da amici, grandissimi professionisti, ma coi quali alla base c’era una forte amicizia. Quindi anche l’armonia che c’era in studio ha portato a registrare un disco veramente equilibrato ed elegante, in cui ognuno ha capito che non doveva far risaltare un singolo strumento, ma che si stava lavorando per delle canzoni. Quindi gli arrangiamenti sono tutti molto delicati, perché tutti hanno capito fin da subito che era importante fare delle belle cose a servizio dell’armonia dei pezzi.


La tua storia del futuro più immediata suppongo giri attorno al tour di Guardare per aria. Ma, se ti chiedessi quale potrebbe essere la tua storia del futuro tra dieci anni, cosa vedresti?

Questa è tosta! Ho conosciuto in questi anni tanti padri di famiglia che suonano, che fanno i musicisti, come ad esempio Niccolò Fabi e Roberto Angelini. E quella cosa lì è la cosa che mi auguro di più, cioè vivere una vita completa da tutti i punti di vista facendo questa attività. In Splendidi canto: sarebbe un sogno mantenere un figlio con il rock. Ecco. Alla fine è sempre questa cosa qui.