Barbara Cavaleri: orgogliosamente indipendente – l’intervista

barbara cavaleri Barbara Cavaleri, artista orgogliosamente indipendente , “So Rare” è il suo ultimo lavoro. L’album è stato realizzato grazie anche alla collaborazione artistica di musicisti come Alberto PirovanoUgo De CrescenzoGiuseppe Fiori, il fonico Max Lotti e del già citato produttore Leziero Rescigno. Nel disco fanno capolino sonorità che possono accostarla alla produzione di artisti quali Pj Harvey, Feist, quasi inevitabilmete i Beatles, St Vincent, Bat for Lashes, Emiliana Torrini, Bon Iver, e tutto il background jazz, gospel e soul che deriva dai precedenti studi ed esperienze lavorative italo/ingelsi di Barbara.Un disco, quindi, complesso, ricco di sfumature, di respiro internazionale. In attesa di vederla Live al Parklive 2014 – sabato 13 settembre 2014- abbiamo scambiato quattro chiacchiere con l’artista.

Di Eleonora Montesanti

Cominciamo da una domanda “semplice”: chi è Barbara Cavaleri? Qual è stato il momento in cui hai capito che la musica avrebbe avuto un ruolo così centrale nella tua vita?

 

Barbara è una ragazza qualunque che ha sempre in qualche modo cercato un contatto con la musica, molto banalmente sin da bimba, e sono stata fortunata a poter mantenere un percorso coerente con quelli che sono sempre stati i miei desideri musicali.

 

Sei originaria di Novara, hai vissuto molti anni a Londra e ora ti sei trasferita a Milano. Nel corso della tua carriera, dunque, hai avuto modo di confrontarti con diverse realtà. Hai un luogo tra questi che ti sta più a cuore o li consideri tutti casa tua?

 

Casa mia oggi è Milano, lo è stata Londra e lo è stata Novara allo stesso modo. Ogni luogo con il suo mondo di affetti, riferimenti artistici, di studio o palco. Mi manca Londra, come mi manca Milano se mi assento per lunghi periodi. Detto ciò mi innamoro facilmente di luoghi nuovi e direi che sono pronta a fare “casa mia” tutti i luoghi che per varie ragioni mi accolgono.

 

So rare, uscito lo scorso marzo, è il tuo terzo disco. Un disco molto intimo ed emozionale, libero da etichette e definizioni precise. Ti chiedo di giocare un po’ con le parole e spiegarcelo, semplicemente, con tre aggettivi.

 

Grazie per l’intimo ed emozionale, mi ritrovo nelle tue parole. In realtà è il mio primo disco da cantautrice, gli altri erano progetti a cui sono legata visceralmente, ma lavori di gruppo, in cui ho scritto solo testi e melodie o sono stata solo interprete per la maggior parte. Tre aggettivi quindi potrebbero essere: onesto, personale, autentico.

 

L’album è stato scritto e composto a Londra. Questo potrebbe spiegare il perché sia tutto in lingua inglese. Oppure preferisci comunque comporre in una lingua che non sia la tua? Come mai la scelta di uscire in Italia con un disco in inglese?

 

Non ho veramente “scelto” di pubblicare o scrivere in inglese. Ero a Londra, la lingua fa parte di un bagaglio di esperienze e pensieri che ti portano ad esprimere ciò che vuoi in quel dato momento. C’è anche una questione di “familiarità”, per quanto l’italiano sia la mia lingua, la musica che ho ascoltato praticamente per tutta la vita è straniera e per la maggior parte in lingua inglese. Anche questo è un punto che spesso si “sottovaluta” quando si ascolta un autore. Mi rendo conto di essere italiana e di vivere qui oggi, ma l’espressività e l’espressione sono dei linguaggi che non hanno sempre a che fare con la nostra quotidianità, anzi, a volte si sceglie di estraniarli appositamente. Forse per una questione di libertà creativa.

Probabilmente continuerò a scrivere in inglese e ad interpretare le varie collaborazioni in italiano. Chissà.

 

Per la pubblicazione di So rare sei stata protagonista di una raccolta fondi su Musicraiser che ha avuto davvero molto successo. Cosa ti ha portato a fare questo tipo di scelta?

 

Precedentemente all’esistenza di Musicraiser avevo già preparato un progetto di crowdfunding infatti quando Musicraiser mi ha chiesto di far parte della rosa dei primi 20 musicisti stavo proprio cercando collaboratori che volessero aiutarmi a sviluppare la mia campagna. Mi ha fatto piacere che una piattaforma volesse includermi in una sorta di “debutto in società” era una bella sfida per me e anche per loro e mi ha fatto molto piacere condividere questa esperienza con i fondatori e i vari collaboratori della piattaforma. Credo molto in questa forma di finanziamento e Musicraiser, come altre piattaforme, ha dimostrato che con il metodo giusto si può realizzare qualsiasi tipo di progetto.

 

Torniamo ancora un attimo a parlare del tuo passato a Londra, dove hai collaborato con una serie di musicisti locali. Vuoi raccontarci qualche esperienza in particolare? Hai notato differenze sostanziali rispetto al mondo musicale italiano?

 

Londra è un mondo molto lontano dal nostro, da tutti i punti di vista, e in musica si parla di una Babele in cui se vuoi puoi suonare, scrivere, proporti, quando vuoi. Però Londra è una città con altrettanti limiti: affollata, e piena zeppa di artisti che mostrano il loro lavoro. Io ho preso molto da “lei”, mi ha dato l’opportunità di conoscere artisti straordinari, di salire su un palco due settimane dopo essere arrivata, di collaborare con gente che lavora con nomi con cui siamo cresciuti. Ho lavorato e ho studiato.

Una differenza sostanziale è che le persone, il pubblico, considera la musica un bene di primaria importanza, quindi ne usufruisce a piene mani, la sostiene, la ascolta, la considera un patrimonio, così come la cultura in generale. Ho usato Londra come luogo per scrivere un lavoro in totale solitudine immersa in milioni di stimoli che qua non avrei mai trovato. Per chi è armato di grande forza di volontà e amore per quello che fa, consiglio un’esperienza simile.

 

Nel 2012 hai collaborato in Maledetto colui che è solo di Mauro Ermanno Giovanardi (ex La Crus) e il Sinfonico Honolulu. Come è avvenuto l’incontro con “Joe”? Hai ricavato qualche insegnamento da questa precisa esperienza?

 

Joe è un incontro che risale ai primi anni del 2000, io stavo lavorando con Leziero Rescigno e Lagash (LaCrus), ai tempi registravamo tanto materiale inedito nello studio di Cesare Malfatti (La Crus), mi capitava a volte di vederli provare e lavorare. Poi al Mazda Palace ho debuttato dal vivo proprio sul palco con i La Crus cantando con Joe “Ad occhi chiusi” pezzo che incisero con Cristina Donà.

Da lì non ci siamo più persi di vista e tornata a Milano Joe mi chiese, (e io accettai volentieri!) di cantare sul disco e partecipare al tour di presentazione del disco. Lavorare con Joe e con il Sinfonico è molto bello. E’ un mondo musicale diverso dal mio. Sono tutti professionisti innamorati di quello che fanno e allo stesso tempo con i quali ci si riesce a godere il lavoro senza prendersi sempre troppo sul serio.

 

Quali sono le tue maggiori influenze artistiche (musicali, letterarie e cinematografiche)?

 

Questa è una domanda complicata perché non ci sono dei riferimenti che gravitano in modo fisso, ma ogni disco che passa dal mio pc o da casa mia, ogni libro letto da me o da chi mi sta vicino, ogni esperienza, ogni film visto 10 anni fa o ieri sono “influenza”. Potrei dirti dai grandi classici rock, jazz (Beatles, Bowie, Stones, Coltrane, Davies, FitzGerald, Simone…) all’elettronica degli anni ’90, fino al cantautorato degli ultimi anni americano. Poi penso all’ R&B, a Bob Dylan, ma anche a Mina, Battisti…. Insomma, difficile rispondere J

 

Quali sono, invece, i tre dischi che ascolti di più in questo periodo?

 

Terry Callier (Hidden Conversations), The Miseducation of Lauryn Hill, St Vincent e David Byrne.

 

Barbara, se ti dico futuro, tu cosa mi rispondi?

 

Futuro!


 

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