Arto Lindsay al Festival di Villa Arconati: intervista e foto

Arto LindsayArto Lindsay l’intervista prima del Concerto al Festival di Villa Arconati: un viaggio tra due mondi. Un viaggio nella bellezza.

di Andrea Labanca
Vedere un concerto di Arto Lindsay è un pò come fare pace col mondo intero. Primo in assoluto a contaminare la scena New Wave (anche se lui fonderà il contro-movimento No Wave) con il tropicalismo di matrice brasiliana,  Lindsay è il prototipo dell’artista poliglotta e onnivoro di influenze e stimoli, apolide o cosmopolita se preferite. Il sound check si fa in tre lingue portoghese, inglese e italiano. Nota bene: l’inglese è per un signore che si chiama Marc Ribot. La contaminazione non finisce qui ovviamente: è esistenziale prima che musicale, culturale prima che stilistica. Chiedo ad Arto come lavora coi musicisti se ascoltano lavori di altri artisti insieme se si lasciano ispirare, come compone e arrangia con la band. ” Sai non è facile trovarsi insieme io vivo in Brasile, gli altri sparsi tra Parigi e New York. Iniziamo a lavorare dai miei pezzi con grande libertà ma abbastanza velocemente. In passato ho scritto con la band, ora capita meno, ma rimane una grande intesa musicale con loro dovuta agli anni di  Jam Session fatte insieme in cui ognuno portava un pezzo del suo mondo musicale” Gli chiedo di Ribot. “Marc lo conosco da (pausa e sospiro) da tanti anni, non ricordo quanti, ha partecipato a molti progetti nel passato, è stato ospite nei miei dischi. La nostra collaborazione si è intensificata col lavoro su “Anarchist Republic of Bzzz”. E Anarchist Republic of Bzzz (per carità, ascoltatelo!)  meriterebbe un capitolo a parte, un disco di contaminazione e  provocazione già dalla copertina (Osama Bin Laden in versione pop) che mi fa chiedere  cosa gli interesa del mondo musicale attuale. “Molte cose, amo James Black” incalzando gli chiedo cosa pensa dell’Hip-Hop la risposta è breve e chiarissima “Lo amo, lo adoro ovviamente”. In quel ovviamente c’è tutto un mondo artistico che si respira stando di fianco a Lindsay, un’apertura verso qualunque stimolo, una ricerca costante tra le novità culturali, la voglia di stare in mezzo al mondo e raccontarlo con la maestria del viaggiatore e l’allegria del turista. Il concerto è ordinato, pulito, leggero, pur avendo degli impagabili momenti free con l’artista “dei due mondi” che si concede incursioni nel chitarrismo minimalista-noise. E mentre la Fender Jaguar di Ribot piange e ti farebbe venir voglia di chiamare l’Unesco per mettere il chitarrista in una teca a futura memoria, Arto lo disturba col suo spontaneismo musicale tutto fatto di fischi, rumori, citazioni e Danelectro (Dio ti benedica Arto). Però è nel sound check che capisco la grandezza di questo artista: rilassato scherza con tutti i musicisti, balla, sorride, fa la marionetta: è la gioia di chi rimane aperto alla bellezza. Di chi ricerca nei ritmi tropicalisti quella spontaneità che troppo spesso nel rock degli ultimi anni manca, lasciando lo spazio ad un cinismo musicale sterile e manieristi. Il Brasile è un “continente” dove si stanno mescolando le carte musicali per il futuro, dove è possibile una rinascita culturale fresca e imprevedibile anche se fa riflettere lo abbiano capito prima gli ex-nazisti latitanti che gli hipster nostrani, ma questa è un’altra storia. Il nuovo mondo volenti o nolenti ci porta ad un’apertura verso il futuro che al di là dei concitadegregorismi fa immaginare che le sorprese da li arriveranno.  “In Brasile mi spiega Arto Lindsay nascono nuove musiche molto spesso, adesso l’ultima contaminazione è la samba col funky, la tradizione ritmica brasiliana che incontra il funky-beat e rilancia la samba verso il futuro”. Gli dico che ho visto il batterista far interagire un pad elettronico con la batteria acustica in un groove  a metà tra il funk e il break-beat e la samba, gli chiedo se questa scelta fa parte di quella contaminazione di cui parla. Lui si illumina e col dito mi fa capire che ho colto nel segno (ci tengo ad aggiungere questo pur piccolo momento di autocelbrazione) “Esatto è quel tipo di contaminazione, la sperimentazione nelle nuove musiche che mi interessano è fra macchine acustiche ed elettroniche, fra il mondo della tradizione e la contemporaneità anche e sopratutto a livello strumentale”. Gli chiedo se il punk, genere da cui formalmente verrebbe, non sia stato una sorta di annullamento della storia della musica e quindi una ricerca spirituale, se in qualche modo non sia stata una nuova opportunità  per il rock. “E’ una domanda a cui è difficile rispondere in maniera breve. Il punk è stato libertà creativa per noi, possibilità di cercare e liberare la propria creatività. Se la creatività sposta un pò il  pensiero, la tua vita, il tuo modo di vedere le cose allora si, quella musica è spirituale, è viva.” Gli chiedo se ha voglia di tornare a produrre e mi risponde che per ora non ne ha voglia che si sta concentrando su altro, forse se troverà un progetto che lo appassiona. Lo lascio tra le stanze affrescate della Villa di Castellazzo e vado a prendere posto per l’inizio del concerto. Il concerto parte ed è subito spiaggia di Bahia ed è subito coffee shop dell’Upper East Side ed subito Rue Parmentier. Arriva Marc Ribot ci incanta e ci porta a Cuba con le sue corte tirate sino al punto di saltare, sexy come le gambe di una cameriera dell’Avana. E’ tutto viaggio, è tutta vita, e’ futuro.
Di seguito le foto del concerto di Arto Lindsay al Festival Di villa Arconati, ( Clicca qui per i prossimi Appuntamenti ) a cura di Anji:
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