Alberto Cipolla: musica per immagini – l’intervista

alberto cipolla

Alberto Cipolla, giovane e talentuoso pianista torinese, ci racconta il suo album d’esordio Soundtrack for movies in your head in un viaggio tra ispirazioni, sogni, viaggi mentali, cinema e un passato da amante della dance e delle musicassette.

 

di Eleonora Montesanti

 

Alberto, ti ricordi qual è stato il momento in cui hai capito che la musica sarebbe stata la protagonista della tua vita? E come vi siete incontrati tu e il pianoforte?

Ho capito che per me la musica sarebbe stata una cosa seria relativamente tardi. Durante le superiori già suonavo, sai, suonavo la tastiera col mio classico gruppetto liceale, con cui facevo cover di Metallica, Nirvana e Led Zeppelin. Una fase standard per chiunque suoni uno strumento, insomma. In quel periodo già scribacchiavo qualcosina, ma niente di troppo impegnato e impegnativo. In realtà prima della svolta rock degli ultimi anni di scuola superiore ero un po’ più tamarretto: facevo il dj e producevo robe riconducibili alla classica dance anni 2000, un genere su cui sono ferratissimo, oserei definirmi un cultore. Tutti i dj tamarri di m2o dei primi duemila li conosco. (ride)
Comunque, per assurdo, sono fiero di questa cosa, perché trovo che mi abbia dato un’apertura molto più vasta su sonorità, soluzioni e arrangiamenti che – uscendo dalla dance più “becera” – possono commistionarsi e amalgamarsi bene con altre cose.
In realtà quando ero piccolo, oltre a questo, avevo ascolti molto vasti: ho due sorelle più grandi, e una di loro ascoltava grunge, come quasi tutti coloro che sono stati adolescenti nei primi anni Novanta. Dunque mi piaceva la dance che passava in radio e a casa ascoltavo i Nirvana. E poi per casa giravano un sacco di vinili di musica classica. Quindi se facciamo un quadro completo posso dire che da piccolo ho assorbito un background molto vasto.
E proprio in quel periodo – era il 1998 – ho iniziato a studiare pianoforte.

Però se devo dirti la verità, c’è stato un momento in cui chi avevo intorno ha capito prima di me che avrei fatto il musicista: i miei familiari mi raccontano che, quando ancora stavo nel pancione di mia madre, scalciavo a tempo di musica. E poi sul seggiolone battevo le mani a ritmo. Al che mi comprarono una batteria giocattolo sulla quale ho passato giornate intere quando ero bambino. E poi, l’altra cosa, è che passavo il tempo a registrare cassette. Conosco tutte le marche, so distinguere l’una dall’altra dalla forma della rotella. Era una specie di ossessione! E c’è una cosa che mi ricordo con un po’ di timore: chiedevo a mio padre di canticchiarmi qualcosa e il gioco era che mentre lui cantava io giocavo con le mani a fare la cassetta. Ma la cosa ancora più inquietante è che chiedevo a mio padre che marca voleva, perché in base alla sua risposta io cambiavo i movimenti e la forma. Quindi io ero questo bambino qua da piccolo, un po’ creepy.
Dunque agli altri era molto chiaro che da grande avrei avuto a che fare con la musica, poi, alla fine, me ne sono reso conto anche io.

Quando componi un nuovo brano qual è il momento che ti piace di più da quando nasce la prima scintilla a quando hai il brano fatto e finito?

Bella domanda. Ti direi che non c’è un momento più bello. Ce ne sono sicuramente almeno tre.
Uno è quando hai finito di costruire il brano e tutto quello che avevi in mente ha finalmente una forma, cioè esiste. Quando finisci l’ultimo accordo e riascolti tutto daccapo è davvero soddisfacente.
Il secondo lo riesci a percepire strada facendo, quando stai facendo una delle parti sonore principali e te ne accorgi, perché è quella che fa sì che il pezzo inizi a suonare come suonerà una volta concluso. Insomma, quella fase in cui il brano smette di essere un cantiere e diventa effettivamente un brano.
La terza cosa, secondo me, più che nel processo in sé di creazione è il momento dell’idea, soprattutto quando la scintilla iniziale è già molto simile al pezzo completo, o quasi: è bello perché avendo già tutto in testa si fa molto in fretta a costruire i dettagli.

Come mai hai scelto l’inglese come lingua rappresentante di questo disco?

Perché in realtà non volevo una lingua. Nel senso che, principalmente, la maggior parte dei miei pezzi sono strumentali. Su dodici brani contenuti nell’album, due hanno un testo, due hanno la voce, che diventa uno strumento in mezzo agli altri.
Ad ogni modo il primo motivo per cui ho scelto l’inglese è la comprensibilità, che per i brani strumentali è totale per chiunque, indipendentemente dalla lingua: non volevo restringere il suo campo d’azione scrivendo testi in italiano. La seconda ragione è che non nego di trovare difficile esprimermi musicalmente nella mia lingua, perché sebbene sia bellissima e molto musicale, l’inglese è molto comodo dal punto di vista ritmico: ad esempio, metricamente è pieno di monosillabi. Inoltre non mi reputo un grande scrittore di testi, non mi sento mai sicuro, e quindi mettermi a scrivere qualcosa in italiano che non vuol dire esattamente quel che voglio dire, o che mi costringe a livello di metrica a sacrificare delle parole, mi ha provocato dei dubbi. Allora ho preferito usare un linguaggio che mi permettesse sì di esprimere quel che volevo dire, ma che fosse anche comprensibile ovunque e ritmicamente gestibile.
Poi mi piacerebbe molto anche scrivere in italiano, perché anche quando faccio i concerti capita che faccia cover, e devo dire che cantare nella nostra lingua mi piace molto e trovo anche che sia diverso il modo di cantare, a livello vocale, perché sono lingue con pronunce e fonemi diversi.
Quando sarà il momento, lo capirò. Per adesso non me la sento ancora.

Quali sono le influenze artistiche e i riferimenti culturali che più hanno lasciato il segno in questo disco?

In quel periodo ascoltavo molto Yann Tiersen e gli Arcade Fire, soprattutto i rispettivi dischi Les Retrouvailles (il primo disco in cui Tiersen si stacca un po’ dalle sonorità “alla Amelie” e introduce una componente più rock) e Funeral, e credo che un po’ si senta. Poi sono sicuro che altre influenze siano entrante nelle sonorità del disco anche inconsciamente. Di sicuro avendo studiato pianoforte e composizione, e amando molto gli estremi romantici quali Chopin e Debussy, sono certo che alcune cose derivino anche da lì. Per farti capire l’eclettismo dei miei ascolti – e dunque delle mie influenze – ascoltavo anche un compositore giapponese, tal Nobuo Uematsu, un compositore di colonne sonore per videogiochi, sconosciuto a tutti (esclusi i nerd videogioco-dipendenti). Adoro quello che fa, anche a livello orchestrale.
Poi indubbiamente ho delle influenze derivanti dal rock britannico, come ad esempio Muse e Coldplay, o ancora nelle mie sonorità si potrebbero sentire anche un po’ di Sigur Ros e di Mogwai.
Nell’album ci sono anche alcune ispirazioni che sono proprio coscientemente indirizzate: ad esempio, in fase di mix abbiamo cercato di far somigliare il sound finale di alcuni pezzi allo stile degli Explosions in the sky, con quel post rock chitarristico che li caratterizza.
Infine, per farti di nuovo l’esempio della dance, l’idea di mettere su un pezzo come Rush quel trance molesto nordeuropeo anni ’90 è arrivato da lì. L’hanno scambiata per una citazione molto colta. Mischiare le cose funziona sempre.

Quali sono, invece, gli artisti – italiani e stranieri – con cui ti piacerebbe un giorno collaborare? Puoi sognare in grande se vuoi!

Allora, essendo stati ispirazioni passate e attuali… Te li cito di nuovo: Yann Tiersen e gli Arcade Fire. Diciamo che collaborare con loro non mi farebbe proprio schifo! (ride)
Qualche nome meno pomposo, invece… Ti dico che nell’ambiente italiano – fuori dalla scena radiofonica – ci sono alcune cose che mi piacciono tantissimo. E molte di queste sono torinesi. Non parlo così per campanilismo, ma penso che – e qui parla soprattutto lo studioso di musica che è in me – a livello compositivo qui nella zona torinese ci siano alcuni dei migliori in circolazione. Anche nel mondo indie c’è molta roba simile a se stessa che personalmente non trovo originale nemmeno dal principio, figuriamoci dunque quelli che si sono accodati. Torino invece è fioriera di belle cose creative, sia a livello di materia musicale, belle idee anche di note e accordi quelle robe lì, molto semplici ma ben pensate, sia a livello di originalità di progetto, sound e generi che mi piacciono.
Per quanto riguarda qualche nome, il primo che ti faccio è Levante: anche se c’entriamo poco l’uno con l’altra mi piacerebbe tantissimo collaborare con lei, ci conosciamo da tantissimo e mi piace molto. Avendo visto il suo percorso trovo che sia una delle cantautrici con più talento, sia musicale sia testuale. Un altro che secondo me è un cantautore pazzesco è Eugenio Rodondi e sui testi secondo me potrebbe dare polvere a un sacco di gente. Per concludere, a me piace il rock un po’ pestato, e difficilmente riesco a metterlo in piedi nei miei pezzi. Cioè, magari lo posso mettere su cd, ma poi non potendolo fare dal vivo è inutile, e quindi devo cercare di contenere la mia vena rockettara. Però mi piacerebbe tanto riarrangiare un mio pezzo con i Nadàr Solo!

La tua musica rappresenta una continua percezione di immagini. Com’è il tuo rapporto con il cinema? Hai mai scritto colonne sonore? Ti piacerebbe farlo per qualche regista in particolare?

Ho un bellissimo rapporto con il cinema, perché è una forma d’arte che mi piace tanto, insieme a tutto quel che concerne le arti visive. Adoro vedere film, video, cortometraggi. Li trovo molto ispirativi. Molte volte scrivo pensando a cose che ho visto o mentre scrivo cerco di immaginarmi un ipotetico qualcosa su cui appiccicare la colonna sonora. E’ un modo che mi esce facile di scrivere. Faccio tuttora e ho già fatto molte cose per i video, più che altro per cortometraggi, ma anche piccoli spot, sigle di eventi, eccetera. Meno spesso, (per ora l’ho fatto una volta sola), compongo colonne sonore per lungometraggi. Ho lavorato su un docu-film di Paolo Casalis e Stefano Scarafia su un corridore piemontese che si chiama Marco Olmo ed è stata un’esperienza pazzesca che rifarei molto volentieri. Il sogno sarebbe fare la colonna sonora di un film. I miei ascolti di colonne sonore sono orientati a quelle: sono abituato a pensare alla composizione formato xxl piuttosto che a una cosa piccola, o comunque da musicista mi piace molto l’idea di poter sviluppare parallelamente alla trama del film una trama musicale. Con i corti, che adoro comunque fare, il musicista ha un campo d’azione un po’ più limitato.
Ad ogni modo il cinema è un universo complesso in cui muoversi. Una cosa che mi hanno sempre detto è stata: trova un regista talentuoso giovane e fai coppia fissa con lui, sii il suo compositore. Così si cresce insieme.
Ad esempio Williams ha fatto tutti i film di Spielberg, Elfman ha fatto tutti i film di Burton, perché la filosofia visiva del regista si sposa bene con la filosofia compositiva del musicista, quindi è chiaro che se c’è l’accoppiata che fa scintille è molto bello.
Il problema è che trovare un regista è difficile. E’ pieno di musicisti ovunque ti giri, no? Ed è pieno di registi ovunque ti giri. Il mondo è pieno di videomaker, come si fa a trovare quello giusto?

Cosa c’è nel tuo futuro più immediato?

Nel futuro più immediato sto cercando un’agenzia di booking; sono in contatto con un paio di realtà da cui sto attendendo riscontri. In questo modo potrei cercare di portare tutto il progetto fuori dal confine piemontese. Per il momento mi fermerei all’Italia, ma poi andrei volentieri anche oltre confine. L’album è uscito un anno fa e dall’uscita al maggio 2015 ho fatto trenta date, tutte a Torino e dintorni, date che ho trovato da solo. E quindi secondo me visto che ora qui un bacino ce l’ho tanto vale cercare di emergere. Dunque un’agenzia che organizza un piccolo tour in maniera sensata è il mio obiettivo numero 1, perché comunque ho una fanbase anche da fuori che vorrebbe sentire un mio concerto, e in questo modo avrei finalmente i mezzi e le possibilità di girare un po’, e questo fatto di vedere dell’interesse è un ulteriore incentivo.

Al di là del live invece ho un sacco di roba scritta, abbozzata, e devo capire cosa farne. Due o tre pezzi son già preprodotti e quasi finiti. Tutti gli altri sono scheletri. Alcuni sono pronti dunque, ma vorrei capire se sono lineari con gli altri. Sarà complicato scegliere perché sono tutti pezzi di cuore, ma ne sceglierò una dozzina al massimo e cercherò di costruire un album, che non so ancora in che direzione andrà; so ci sarà un concetto di fondo molto marcato e sicuramente sarà diverso da Soundtrack for movies in your head: sarà più intimo e allo stesso tempo un po’ più elettronico.