albedo: abbiamo il dovere di farci domande – l’intervista

albedo1A fine mese uscirà il video di Astronauti, il secondo estratto dall’album Metropolis dei milanesi albedo. Ne abbiamo approfittato per farci un’interessante chiacchierata con loro riguardo alle loro scelte, al mondo della musica attuale e ai massimi sistemi.

 

 

di Eleonora Montesanti

Iniziamo da una domanda facile facile: qual è il ruolo della musica nelle vostre vite? Vi ricordate qual è stato il momento in cui avete compreso che sarebbe stata così importante?

Il gruppo e la musica in generale, da ascoltatore prima e da esecutore poi, è  parte di noi da sempre. Quando suoni per ventanni ti rendi conto che è una cosa di cui non puoi fare proprio a meno,a prescindere dai risultati più o meno positivi che siano. Ho iniziato a suonare molto presto, ero un bambino timido, studiavo violino. Capii immediatamente che non sarei mai stato un talento e lo capirono anche mio padre e la mia insegnante. E’ una storia molto triste. Andiamo avanti.

Per quale ragione avete deciso di chiamarvi albedo?

Onestamente? Non ce lo ricordiamo più. Volevamo suonare e basta, non ci sembrava cosi importante e non lo è nemmeno ora.

E – anche se ve lo chiedono tutti – come mai fate sempre concept album? E’ più facile o più complesso costruire un disco attorno ad un argomento ben preciso?

Siamo cresciuti con l’idea che un disco debba seguire una linea,essere circolare e poi riportarti esattamente da dove sei partito,cioè la traccia numero uno. Inoltre con questa formula metti dei paletti, delle etichette ai contenuti; è più difficile perdersi o peggio ancora, dover per forza scrivere per singoli. Un disco per noi è una traccia unica. A noi viene naturale farlo così anche se effettivamente richiede parecchi sforzi e non so se questi siano i tempi per i concept album. Nonostante gli ottimi riscontri di critica di entrambi gli ultimi due dischi non credo affatto che il pubblico abbia più un vero interesse nell’ascolto. Le persone vogliono ballare, cantare e divertirsi, giustamente. Ecco questo con gli Albedo non succede in genere.

Metropolis è il vostro quarto lavoro. Un disco oscuro e poco rassicurante, un racconto che rappresenta un’Odissea moderna, un viaggio verso la grande metropoli alla ricerca di se stessi. Peculiare è la presenza di moltissime domande e di pochissime risposte. Sono i grandi interrogativi che ci salvano e risvegliano la nostra umanità intorpidita?

Il disco è scuro perché sono oscuri i tempi nostri ed è ambientato in un futuro apocalittico che arriva proprio dal nostro presente marcio. Per questo abbiamo il dovere di farci domande. Se le sono poste persone molto più in gamba di noi per secoli e secoli, chi diavolo siamo noi per presumere di avere delle risposte? La tecnologia serve su di un piatto d’argento l’illusione della verità. Su qualsiasi argomento. Ma prova a chiedere a Salvatore Aranzulla chi siamo noi? Da dove veniamo? Prova a cercare un tutorial su youtube su come essere felici e vivere in santissima pace. Non credo che tutto debba per forza avere una risposta.

Il disco si chiude con una grande consapevolezza: l’importanza del viaggio non è solo arrivare. Non vi chiederò, dunque, quali sono le vostre aspirazioni, bensì mi piacerebbe molto sapere quali sono stati i momenti inaspettatamente più significativi del vostro percorso artistico.

Direi che nessuno di noi si aspettava tanto interesse per un disco piccolo come Lezioni di anatomia. Come non ci aspettavamo di partecipare a tutti i festival che abbiamo fatto quest’anno insieme a musicisti veri e di spessore. Insomma ci sentiamo davvero fuori luogo a volte e non è per umiltà che lo dico ma perché davvero siamo molto fortunati a poter fare quello che facciamo a questi livelli pur non facendolo a tempo pieno come fanno gli altri.

Com’è il vostro rapporto con la vostra città d’origine, Milano? Potrebbe essere considerata una sorta di Metropolis?

Per qualcuno di noi Milano è davvero Metropolis. Luca (il chitarrista) è trapiantato qui da anni ma la sua storia potrebbe essere quella delle centinaia di migliaia di persone che in Italia viaggiano e si muovono nella speranza di trovare delle opportunità. Ma ad un prezzo carissimo. Le radici sono importanti e per quanto tu possa odiare, rinnegare chi sei stato tu, tuo padre e tuo padre prima ancora (perdonami l’autocitazionismo), prima o poi dovrai farci i conti. Non saranno certamente gli apericena alle colonne di San Lorenzo o una laurea alla Bocconi a riscattarti. Anche perché non c’è niente da riscattare. Ogni luogo ha una sua dignità. Io ho sempre vissuto a Milano ma ho il grande desiderio di andarmene via per sempre prima o poi. Non mi ci riconosco in questa città. Non reggo più i suoi ritmi, non sopporto più le persone, non sopporto nemmeno me stesso il più delle volte, quello che sono diventato. Mi rendo conto che questo non luogo influisce sui miei umori i quali a loro volta si ripercuotono sulla mia famiglia e questa cosa è francamente inaccettabile.

In un periodo in cui il nuovo diffusissimo fenomeno del crowdfunding è uno dei più utilizzati per la produzione di un disco, voi scegliete di metterli a disposizione in free-download. Come mai?

Il free-download è un modo come un altro per promuovere la propria musica. Abbiamo faticato a farlo accettare a Massive Arts che ha prodotto Metropolis ma queste erano le condizioni e loro sono stati molto disponibili. Inoltre era un modo anche per portare nel progetto Michele di V4V che è la persona a cui dobbiamo praticamente tutto quello che abbiamo,che non è molto ma è bello e sano. Poi se piace il disco si può comprarlo. Però diamo la possibilità di ascoltarlo nel tuo stereo e decidere se ne vale l’acquisto. D’altronde in pochi conoscono gli Albedo e non vedo perché uno dovrebbe spendere soldi senza sapere cosa sta comprando.

A me il crowfunding non piace proprio. Non c’è nulla di sbagliato nel farlo ed è assolutamente un parere personale. Mi piace se serve a raccogliere fondi per costruire il brevetto di un’apparecchiatura medica che potrebbe salvare delle vite. Oppure finanziare un impresa che possa offrire opportunità di lavoro concrete. Ma non per realizzare un disco. Vedo questa opportunità per raccogliere grandi somme di denaro non ottenibili in altri modi. Oppure per realizzare progetti particolarissimi che difficilmente vedrebbero la luce.
Ma oggi fare un disco non costa poi così tanto; lo dico perché di dischi ne abbiamo fatti parecchi e ce li siamo sempre pagati.
Tempo fa ho visto un tizio che pubblicizzava la sua campagna raiser per il suo progetto musicale su facebook. Dopo qualche mese vedo le foto di questo tizio in vacanza al mare a farsi i cazzi suoi. Ora,io mi chiedo,ma se hai i soldi per andare in vacanza e non hai i soldi per fare un piccolo disco,una demo o chiamalo come ti pare a me sembra che le cose sono due. O non ci tieni poi cosi tanto al tuo progetto che sei disposto a fare sacrifici per realizzarlo oppure non sei disposto a rischiare il tuo denaro. In entrambi i casi lo trovo un po ipocrita dal momento che dichiari il tuo incondizionato amore per la musica tutti giorni sui social e tutto quanto.

Cosa rappresenta per voi il palcoscenico? Quanto è importante per una band il momento del live?

In realtà abbiamo sempre pensato più a come scrivere cose interessanti che a “spaccare” dal vivo. In effetti suonando ormai da un paio d’anni anche su palchi importanti ci siamo resi conto che era una cosa su cui dovevamo lavorare perché in effetti gli altri gruppi ci sembravano tutti più bravi di noi. Ed era vero. Spesso suoniamo davanti ad un pubblico che non ci conosce e l’obiettivo è far capire cosa facciamo e chi siamo in circa 40 minuti. Non avrebbe senso fare un set tiratissimo con una pacca micidiale che sarebbe sicuramente più d’impatto ma non un vero specchio dei nostri dischi. Gli albedo sono anche musica triste e lenta,per qualcuno forse un po noiosa. E fare queste cose dal vivo è sempre un rischio. Però per noi questo lato sensibile è importante che esca.Sicuramente questo di Metropolis è il tour in cui stiamo suonando meglio.

E su un palco come quello del Festival di Sanremo ci andreste mai?

La tv è solo una scatola. A volte dentro trovi la cioccolata, a volte trovi la merda. Non andrei a Sanremo non perché sia un programma televisivo o per snobismo, non ci andrei perché è una competizione. Come non andrei ad x-factor, anche se fossi un cantante eccellente che comunque non sono. Questa cosa di pensare alla musica come competizione è semplicemente folle. Tutto questo sgomitare è proprio una cosa brutta. La musica è l’esatto contrario, condivisione, amicizia ed è una cosa che fatta insieme a qualcun altro è anche più divertente. Farla da soli, esercitandosi solamente, è una grandissima rottura di coglioni.

C’è qualche artista o band italiana appartenente al panorama cosiddetto indipendente che vi piace molto e che vorreste consigliarci?

Tantissime. Ma penso le conosciate tutti. I fratellini di Torino Nadàr Solo e Daniele Celona. Da Milano Gouton Rouge e Nient’altro che macerie che usciranno a breve. Poi tanti altri dischi o band che abbiamo visto o sentito in giro: be forest, iosonouncane, drink to me, il progetto solista di Pierpaolo Capovilla e anche se non proprio indipendenti i Verdena e tutta la scena dei ’90 con furore: di cose belle ce ne sono tante anche oggi ma bisogna avere tempo e voglia di scoprirle e temo che se internet abbia avuto dieci anni fa il merito di scoprirle e farle conoscere oggi accade l’esatto contrario. Troppe cose.

Domanda anarchica: da musicisti, una domanda che non vi hanno mai fatto a cui invece vi piacerebbe rispondere. Auto-fatevela, auto-rispondetevi.

Si può vivere di sola musica in Italia?
No, raga, no.

E se vi dico futuro, invece, cosa mi dite?

Parecchi chilometri ancora per la seconda parte di questo piccolo tour. Siamo anche parecchio stanchi di dedicare un sacco di tempo per fare album così impegnativi quindi forse il prossimo sarà un ep.

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