Kasabian special guest dei Muse: a San Siro “West Rider Pauper Lunatic Asylum”

Dici Kasabian e ti si sovrappongono una serie di immagini in maniera disordinata: Charles Manson, la strage di Bel Air, Helter Skelter dei Beatles, Tom Meighan e Sergio Pizzorno, i Muse.
Cartoline. Fotografie.
Ma anche la certezza di sana, energica musica che griffa il rock di sonorità elettroniche da uscirne con il cuore che ancora pompa. Sangue & sounds.
Pensi Kasabian e ricostruisci mentalmente la forma di una Inghilterra che ha dato i natali a diverse generazioni di musici dalla discografia entrata di diritto negli scaffali di ciascuna casa. Nei ripiani di ciascuno scaffale. Nella polvere di ogni singolo ripiano.
Due di quattro, con inevitabili scuse ad Andrea De Carlo: un binomio giovane e frizzante che sta al panorama della musica rock come certi tramonti si adagiano sui “fine-giornata” senza tempo. Un po’ guardi a ritroso, un po’ ti proietti in avanti: li trovi nell’immaginario del recente passato e nei fumosi sviluppi di un futuro nascosto dietro l’angolo.
Tom Meighan e Sergio Pizzorno, si diceva.
I Kasabian.
Quelli di Kasabian (album eponimo, 2004), Empire (2006), West Rider Pauper Lunatic Asylum (2009).    Uniti da vincolo artistico dai tempi del liceo (1999). La voce – di Tom – graffia; la chitarra – di Sergio – punge. Ma stasera, in occasione del concerto dei Muse a San Siro per i quali faranno da apripista, non solo graffi nè soltanto punture. Semmai, finezze. Magie. Assist al pubblico che diventano veri e propri tocchi di classe. E carattere. Sarà l’erba verde del Meazza, sarà l’influsso – altrettanto magico – dei trionfi di un’Inter che – lì – è di casa: ma lo svolgimento delle canzoni dell’ultimo album “West Ryder Pauper Lunatic Asylum” avrà le sembianze di un incontro di passione e pura adrenalina. Lo annunciano i due (dei quattro) a rockol.com:


Il titolo che abbiamo scelto è singolare come lo è questo album. Il ‘West Rider Pauper Lunatic Asylum’ è un vecchio manicomio che sta nello Yorkshire, presso il quale venivano internati i malati di mente poveri, che non potevano permettersi altre cure. Rispecchia perfettamentamente questo disco, che vuole essere una sorta di rifugio mentale, soprattuto per noi. Anche la copertina richiama il diciannovesimo secolo, ci ritrae imprigionati in una vecchia struttura carceraria, per rappresentare un po’ il senso di oppressione che talvolta uno si sente addosso”. Dieci tracce da bere d’un fiato, almeno per gli appassionati di genere. E, semmai dovesse capitarvi di associarli incosciamente, naturalmente agli Oasis: nulla di più facile. Non cadiate – tuttavia – nell’errore di percepirli come una copia – bella, brutta: manco per idea. Dimostrazione ne è il fatto che i fratelli-coltelli Gallagher, in realtà, li rispettano (da due così, scusate se è poco…). “Prendiamo sempre spunto dalla nostra vita e da ciò che ci accade attorno – continuano i Kasabian – la vita è musica e viceversa. Come per esempio ‘Fire’ parla di quella sensazione che provi quando c’è qualcosa che ti infiamma, ti infervora. Non c’è un tema ben preciso nell’album, ognuno può vedere ciò che vuole dentro questo lavoro, ascoltando le canzoni e guardando la copertina, non ci sentiamo di imporre nulla. D’altra parte il nostro approccio alla musica è senpre lo stesso, da quando abbiamo cominciato. Facciamo ciò che ci piace e che ci fa star bene, non siamo di certo un prodotto commerciale come tanti”. Così poco avvezzi al contesto più banale dal punto di vista musicale (ma pure troppo più remunerativo) del circuito music & management e – sicuramente anche per questo – affini al modo di percepire e interpretare testo e suono che si confà ai Muse, i Kasabian vivono con onore la possibilità di far di se stessi lo special guest della serata milanese: “Il concerto di stasera è davvero importante per noi, aprire iil live dei Muse è un onore, sono uno dei gruppi che stimiamo di più. Suonare a San Siro ci da l’impressione che sia come suonare ad un festival e speriamo sia davvero così: faremo del nostro meglio sia ora sia in apertura del concerto degli U2, se Bono non deciderà di cancellare la data che avremmo dovuto condividere con loro per allungare la sua convalescenza. Parlando di progetti futuri e di album, è vero che il prossimo avrà delle sonorità alla Pink Floyd: abbiamo dei punti di riferimento musicali classici, come Jimi Hendrix e gli Stones, siamo cresciuti ascoltando dei miti che hanno influenzato la nostra musica, a questi uomini dobiamo molto. E poi sperimentare ci è sempre piaciuto. Vedremo cosa ne verrà fuori, ma prima finiamo il tour e poi pensiamo all’album, è meglio fare una cosa per volta”.
Che, in fondo, è così.
Pensi Kasabian e vedi una serie di polaroid affisse al muro: i colori di Leicester, il memorabile giorno di Berlino, il debito africano che non si cancella mai, il fuoco di certi attimi a Woodstock, la bocca a fisarmonica di Mick Jagger, il 2011 alle porte.
Fermo immagine, stampo.
I Kasabian.
Basso poetico, Chris Edwards; rullante-charleston, Ian Matthews.
Suerte.