Old Fashioned Lover Boy: un imperdibile live in diretta dall’Auditorium di Radio Popolare

OldFashionedLoverBoyIl cantautore, ex-ferroviere, presenta il suo nuovo raffinatissimo album “OUR LIFE WILL BE MADE OF SIMPLE THINGS” in diretta con un live esclusivo!

Il prossimo venerdì 13 gennaio presso l’Auditorium di Radio Popolare Old Fashioned Lover Boy terrà dal vivo e in diretta radiofonica un live elettrico! L’ingresso è gratuito e per accedere al concerto basta presentarsi dalle 20.30 presso l’Auditorium di Radio Popolare a Milano in via Ollearo 5 (l’ingresso è fino ad esaurimento posti).

Uscito in collaborazione tra Ghost Records e Sangue Disken l’11 Novembre 2016 il nuovo sorprendente album del cantautore italiano che con il brano “Oh My Love” ha conquistato oltre 150mila plays su Spotify e che si appresta ad conquistare il pubblico amante del pop-folk moderno che trova i suoi più grandi interpreti in Bon Iver e James Vincent McMorrow.

Noi de lamusicarock.com abbiamo avuto il piacere di farci 4 chiacchiere con Alessandro Panzeri in occasione della nostra rubrica “La recensione Domandata” di Egle Taccia, e vi riproponiamo quanto ci ha raccontato sul disco e sulla sua vita privata:

Sei di Napoli, ma per la musica ti sei trasferito a Milano. Come ti trovi nella città più frenetica d’Italia e cosa ti manca, se ti manca qualcosa, della tua città?

Mi manca tutto della mia città, mi manca l’approccio, i volti delle persone che incroci per strada o in metropolitana, il centro storico il venerdì sera, la mia famiglia ed i miei amici ovviamente. Ma a Milano ho trovato la mia dimensione, quello che mi serviva per essere felice.  Napoli mi manca sempre quando sono lontano da lei, ma quando poi ci torno … devo dire… dopo qualche giorno sento che quello non è il posto in cui devo vivere oggi, anche se sarà per sempre casa mia.

Da ferroviere a musicista. Com’è cambiata la tua vita negli ultimi tempi?

Negli ultimi 3 anni mi è successo di tutto, avevo un lavoro che mi era quasi piovuto addosso… da molto giovane… ed una serie di sfortune e delusioni mi avevano portato a smettere con la musica. Trasferendomi a Milano sono riuscito a  ritrovare un equilibrio personale ed una nuova vita professionale, ma soprattutto nuovi stimoli artistici e tante persone che credono nella musica, e cosa ancora più bella nella mia musica.

Per un ragazzo del sud è più difficile fare musica rimanendo nella propria città?

Credo che il discorso sia più di genere. Diciamo che per un ragazzo italiano è già difficile fare in Italia musica in inglese; per un ragazzo del sud è ancora più difficile fare al sud musica in inglese che a Milano ( ma anche qui è difficile eh ).

“Our Life will be Made of Simple Things” è il titolo del tuo album. Ami le cose semplici?

Per la prima volta mi sono cimentato in una versione primordiale di “concept album”. Volevo incentrare la tematica del disco sul valore della semplicità e sulla felicità che nasce dall’acquisizione della consapevolezza delle cose belle che si hanno nella vita ( l’amore – la famiglia – gli amici – una birra al pub – la vittoria della tua squadra di calcio – il viaggio che hai sempre desiderato) . Credo che nel mondo caotico in cui viviamo, chi vince è colui che si ferma un attimo ad apprezzare ciò che ha conquistato con i propri sacrifici, piuttosto che guardare sempre e ostinatamente in avanti senza freni.

Qual è stata l’ispirazione che ha dato il via alla nascita di queste canzoni?

Queste canzoni esprimono il mio stato mentale / sentimentale / psicologico di questo periodo della mia vita. Tutte le canzoni sono state scritte in un periodo di tempo relativamente breve (un anno di distanza tra la più vecchia e la più giovane). Questo  ha fatto sì che riuscissi ad avere una fotografia di quello che sono io oggi. E’ un disco in cui mi rispecchio tantissimo, sotto tutti i punti di vista. L’ispirazione sono stato io stesso, è un disco molto personale.

Com’è nata la collaborazione con Marco Giudici, produttore dell’album?

Grazie a Barnaba (Sangue Disken ) che mi ha fatto conoscere Marco. Con “The Iceberg Theory “ ( Primo album) la produzione è stata molto instintiva, immediata quasi. Anche perché quel disco è nato quasi per caso e non per diventare un vero e proprio album che dovesse poi essere pubblicato. Con “OLWBMOST” invece, il percorso è stato molto diverso. Avevo voglia di confrontarmi con una persona che potesse ispirarmi e che io potessi ispirare. Conoscevo i progetti di Marco (Any Other, ma soprattutto Assyrians che stimo tanto) e mi incuriosiva vedere cosa sarebbe potuto venire fuori. Il primo risultato è stato Oh My Love. Da lì abbiamo capito che dovevamo lavorare ad un disco. Marco è stata la figura chiave del suono dell’intero album.

Cosa puoi dirci invece sull’artwork del disco?

L’artwork è stato affidato a Stefano e Stefano di (Studio Ianus) a cui abbiamo affidato anche la realizzazione del video di “Oh My love” e delle cover dei singoli. Tutto il concept prende ispirazione dalle opere di Fernand Leger, pittore francese di inizio 900. Studio Ianus è partito lì ed ha rielaborato il tutto, lavorando sulla mia identità e, devo dire, definendola tantissimo. Anche loro hanno fatto un lavoro straordinario.

Hai scelto dei suoni particolari da sovrapporre al tuo stile tendenzialmente folk. Come nasce l’idea di fondere questo mondo un po’ minimal col tuo?

Già con “The Iceberg Theory” era partita questa sperimentazione: aggiungere un tappeto sonoro in sottostrato che si andasse a scoprire ascolto dopo ascolto quasi a rivelare tanti segreti. Qui abbiamo deciso di nasconderci di meno, definire il suono, ed anche in modo spesso istintivo andare a mettere dentro tutto quello che ci piaceva. Abbiamo introdotto sonorità 60’s, riprendendo anche samples e campionature d’annata, ci siamo divertiti tantissimo. L’idea era quella di concepire un album tendenzialmente pop. Il Folk, quello vero, lo lascio a chi davvero si esprime in modo coerente al genere – anche dal punto di vista testuale. Tendenzialmente OFLB è canzoni semplici, pop, con un timbro sonoro e melodico personale – quasi anacronistico direi ?

Il tuo suono è in controtendenza rispetto a quello che si sente in Italia ultimamente. Fai un uso molto ricercato dell’elettronica, rendendola intima e personale. Cosa pensi di ciò che si sente dalle nostre parti e cosa ti ha spinto ad andare nella direzione opposta?

In passato ho commesso l’errore, con altri progetti, di provare ad inseguire la scia di ciò che in Italia stesse andando; il risultato è stato scarso. Penso che ognuno debba produrre la propria musica, così da essere genuino. E penso che la genuinità paghi sempre. Allo stesso tempo si deve essere obiettivi e sapere dove la propria musica può arrivare, non in termini artistici ma in termini mediatici.

La musica italiana, non parlo di quella manistream che per il 99% è merda, ma di quella che parte dal basso ottenendo anche riscontri popolari credo stia vivendo una nuova giovinezza. Gli artisti più in voga della scena indipendente del nostro tempo, stanno seguendo il passo dei cantautori degli anni ’70 – con un percorso secondo me credibile, se li si contestualizza ai nostri tempi e non si fanno paragoni.

Iniziamo a selezionare qualche pezzo parlando di “Oh My Love”, il brano che ti ha portato tanta fortuna…sono curiosa di chiederti come sei riuscito a spopolare in Inghilterra e Stati Uniti.

Non ne ho la più pallida idea. So di essere finito su una playlist di Spotify che si chiama “Fresh Finds” nella quale evidenziano i brani più interessanti a livello mondiale appena usciti. E da lì è partita una bella catena di ascolti. Non so minimamente come abbia fatto a finirci dentro però. Devo però ammettere che è stata una gran bella soddisfazione, gli artisti italiani pubblicati da Fresh Finds sono davvero pochi.

“So Far So Close” è un brano che mi ha riportata a una certa Inghilterra degli anni 2000 e che tra l’altro si discosta molto dai suoni e dai ritmi dell’album. Cosa lo ha ispirato e che rapporto hai con le cose così distanti e vicine allo stesso tempo?

Innanzitutto va chiarito che si tratta quasi di una cover. Il brano da cui sono partito è composto da Juno – artista chillwave napoletano. Ci divertivamo a fare la nostra versione del pezzo e da lì è nato il ritornello che non è parte della versione originale. E’ l’unico brano di tutto il disco arrangiato in sala prove e non in studio durante le session di registrazioni. Per questo assume sicuramente una dimensione più live e senza fronzoli. Il concetto di distanza è molto relativo, mi sento più vicino alla mia famiglia adesso che sono lontano da casa ad esempio. A volte si può essere di fianco ad una persona per tanto tempo ma in realtà essere cosi lontani con la testa e con il cuore – e viceversa – è questo il senso del brano.

L’album si chiude con la delicatezza di “From Grace”. Hai deciso di salutarci toccandoci il cuore?

Volevo chiudere un disco con un brano più essenziale. Negli ultimi 2 anni ho fatto più di 70 concerti in giro per l’Italia completamente da solo. Adesso parto in tour con una band ma quella dimensione non la abbandonerò mai e continuerò ad esplorarla anche con questo disco.

E adesso la domanda che dà il nome alla nostra rubrica. Se fossi chiamato a recensire il tuo album, che aspetti metteresti maggiormente in evidenza?

Mi piacerebbe che si parlasse della sonorità molto personale di questo disco, e che se ne apprezzasse la sincerità e la spontaneità. Volevo tirare fuori un disco che rappresentasse completamente OFLB in quello che è oggi. E credo, spero, di esserci riuscito.