Green Day Live: diario semiserio di un italiano a Wembley

Fuori dalla metropolitana, non abbiamo molto tempo per ammirare il vestito nuovo del Wembley stadium. Noi, come tutti gli altri del resto, veniamo subito incanalati verso le rampe. Sono le 16.30 e i cancelli hanno aperto da poco. Veniamo quasi presi da sconforto nel vedere il serpentone di gente, che si arrampica sulla rampa attendendo di entrare. Ci vorranno ore pensiamo, ricordando i patri tornelli, invece non abbiamo nemmeno il tempo di lamentarci, che in circa mezz’ora siamo dentro. Troviamo i nostri posti,e a quel punto pensiamo di andare a
mangiare fish end chips e farci qualche birra, in uno dei tanti ristoranti interni allo stadio. Qualche dubbio in merito all’opportunità di abbandonare il nostro posto ci viene, ma subito ci ricordiamo che i nostri biglietti, come del resto quelli di tutto lo stadio siano numerati. Tornati dal fast-food dopo aver cenato di fronte ad una spettacolare vetrata su Londra, siamo comunque sorpresi di non trovare nessuno da fare alzare seduto ai nostri posti.

Con il passare dei minuti lo stadio si riempie e l’adrenalina sale, i grupi di supporto si alternano nell’ingrato compito d’ingannare l’attesa, ma orami tutti quanti non aspettano altro che Billie Joe, Mike Dirnt e Tre Cool. I Green Day irrompono sulla scena  suonando le note di “Song of the Century” e “21st Century Breakdown”, dopo cinque canzoni attaccano con “Hollyday”, è il delirio. Il concerto è appena cominciato e già avremmo bisogno di prendere fiato. Meno male che il clima londinese ha deciso di regalarci una giornata delle sue: fredda e umida.

I Green Day poi ci mettono il loro. Vuoi per il fatto che suonino assime da quasi vent’anni, vuoi che sarà ormai quasi un anno che portano in tour il disco, ma i tre ragazzi di Berkley non sbagliano una nota. A impressionare è ovviamente Billie. Canta con la stessa energia dei tempi di Dookie, e non stecca nemmeno quando salta, si agita, invita i ragazzi del pubblico a salire sul palco, scherza con loro e li incita a duettare con lui prima del classico tuffo a braccia aperte sulla folla. Uno di loro persino lo bacia in bocca, per un attimo resta sorpreso anche lui (a Milano era successo con una ragazza), ma d’altro canto siamo a Londra ed è il 2010 perchè stupirsi?

Assistere a un concerto dei Green Day è essenzialmente questo. Partecipare alla festa punk – rock di tre ragazzi di Berkley che ti tirerebbero in mezzo, anche se stessero suonando a casa di un amico. Solo che nel frattempo la casa è diventata Wembley e la festa una vera e propria opera post – punk. Questo non vuol dire però che il concerto altro non sia che un enorme carrozzone in cui le gag con il pubblico e le scenografie rubano la scena alla musica. Qui non ci si deve aspettare il palco da milioni di dollari degli U2, così come mai si vedrà arrivare in scena la band volando attaccata dei fili, e di certo qui non troverete le coreografie da 50 ballerini e i completini osè di Lady Gaga. Al centro di tutto qua restano la musica e le canzoni. Aspetto non certo irrelevante per chi ancora dalle canzoni cerca ancora ricordi ed emozioni prima che balletti, lustini e ammiccamenti. Un messaggio figlio di vent’anni di carriera, che forse dovrebbe arrivare anche a qualche “artista del nuovo millennio”: prima viene la musica, poi forse il successo, e in fine tutto il contorno. Ora che nel mondo discografico il processo è esattamente l’inverso, non può che risvegliare un sentimento di condivisa identificazione assistere all’opera di un gruppo come i Green Day.

Tutto ciò diventa evidente dall’atmosfera che si respira, dai ricordi uguali e diversi per ognuno di noi, che decidiamo comunque di condividere ascoltando le note di “When I come Around”; quando pensiamo a quale lei avremmo invitato a lasciar : “Urlare fino a farci sangunare le orecchie, poichè noi saremmo stati lì solo per ascoltarla”; quando pensiamo se “abbiamo o meno avuto il tempo della nostra vita”, e quando infine ci torna in mente quella volta in cui avremmo voluto svegliarsi alla fine si settembre.

I Green Day continuano a suonare, l’hanno fatto per più di due ore, nessuno uscito dal Wembley stadium può pensare “certo che però quella avrebbero potuto suonarla”. Il meglio di vent’anni di carriera è tutto in questo tour, arricchito anche da qualche cover qua e là, utile a
palesare ancora una volta di più lo spessore della band e le doti di show man di Billy Joe (vedasi in proposito il madley di Highway to Hell – Hey Jude – Shout – Stand by me).
Nel finale sale sul palco un ragzzino, forse non ancora 15enne, Billie Joe gli parla nell’orecchio mentre Mike Dirnt e Tre Cool continuano a suonare. poi gli mette una mano sugli occhi e la musica si ferma. Un minuto quasi di irreale silenzio, poi Billy lo spinge e il ragazzo si lascia cadere. Come il suo corpo tocca terra ai lati del palco esplodono fuochi d’artificio. Webley è delirio, e Billie guarda compiaciuto come a voler loro domandare ancora una volta: “Am i just paranoid or i’m stumped?”. Wembley non risponde, noi neppure. La domanda non ci interessa, quelli che abbiamo ascoltato tutta la sera erano i Green Day e a noi basta così.

Dal racconto di Andrea P.
Testi a cura della redazione.
Foto Andrea P.